QUEL BUFFONE DI NAVALNY, AL SOLDO DEGLI USA E DELL’UE PER COMBATTERE LA RUSSIA DEL GRANDE VLADIMIR PUTIN

Poniamoci qualche interrogativo:

1) Perché il Cremlino avrebbe dovuto avvelenare Navalny con un agente nervino militare, che è bandito dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw), in una città russa di mezzo milione di persone e quindi fare tutto il possibile per salvargli la vita e per lasciarlo andare in Germania dove si può identificare il Novichok?

2) Qual è il motivo per cui le autorità russe starebbero perseguitando Alexei Navalny, dato che il suo effettivo livello di popolarità è del 2%, secondo un recente sondaggio condotto nel luglio 2020 dall’istituto indipendente Levada Center?

3) Perché il governo tedesco è così riluttante nel fornire alle autorità russe (o a rendere pubblici) i risultati delle analisi tossicologiche di un laboratorio specializzato delle forze armate tedesche, se Berlino è convinta che il signor Navalny è stato avvelenato?

4) Si chiede al governo russo di trovare da solo prove e testimoni «da qualche parte in Siberia». È una coincidenza che alcune delle persone che hanno accompagnato il signor Navalny nel suo viaggio hanno lasciato la Russia per la Germania subito dopo l’incidente?

5) Perché i medici tedeschi dell’ospedale Charite evitano il dialogo professionale con i colleghi russi, nonostante le evidenti incongruenze dei sintomi, sull’analisi tossicologica e la diagnosi del signor Navalny?

6) Perché viene annunciato che l’agente Novichok è stato sviluppato dall’Unione Sovietica e poi dalla Russia, ignorando il fatto che nel corso degli anni esperti dei Paesi occidentali e dei centri Nato hanno sviluppato a loro volta prodotti chimici associati allo stesso gruppo?

7) Perché Navalny è stato accompagnato all’ospedale di Charite dalla polizia e da agenti dell’intelligence al suo arrivo a Berlino? Perché sono state adottate misure di sicurezza straordinarie molto prima della «scoperta» del Novichok?

8) Cosa c’è dietro la storia della bottiglia d’acqua con tracce di veleno? Né le telecamere a circuito chiuso né le fotografie mostrano che il signor Navalny l’abbia usata prima di decollare all’aeroporto di Tomsk. Come è arrivata questa bottiglia a Berlino?

9) Perché non un solo tossicologo, civile o militare, e nemmeno un medico della Charite, hanno espresso un parere qualificato sul caso, come invece hanno fatto i medici russi?

10) Perché esponenti politici tedeschi non hanno mai detto che il trasferimento delle prove era subordinato al consenso di Navalny prima del risveglio dal coma?

Chissà se qualcuno risponderà a queste domande. Nel frattempo ieri la Russia è stata attraversata da manifestazioni in sostegno del truffatore e bugiardo Navalny. Dicono che la polizia abbia usato le maniere forti. Davvero? A noi non sembra:

QUI SOTTO, CLICCANDO SUL LINK, TROVATE UN’ANALISI SUL PERSONAGGIO ALEXEY NAVALNY, UN TRUFFATORE SEDICENTE OPPOSITORE…..

https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/navalny-anti-putin-incensato-dai-soliti-buoni-60408/

Navalny, ovvero l’uomo dei falsi….

IL TELEFONO CELLULARE, L’OGGETTO PROIBITO DEL DESIDERIO…..E QUELLI CHE PARTECIPANO AL SUFFRAGIO DEL DETENUTO ISLAMICO SCHIATTATO IN CELLA

Nonostante la legge, che ora c’è e si applica, ai detenuti non è passata la voglia di “giocare” con i telefonini. Lo fanno in più modalità: chi se li fa portare da casa, traghettandoli durante una visita in carcere del familiare, chi se li ingoia costringendo i colleghi a correre al pronto soccorso per cavarli dalle budella dello stronzo di turno che li ha “mangiati” (ben due, forse anche un terzo), e oggi vengono anche usati illecitamente dal gaglioffo per registrare audio e video aspettando di fottere la guardia e mandarla alla sbarra… o per esempio a Poggioreale per introduzione di due cellulari all’interno del penitenziario napoletano i colleghi hanno arrestato P. R. classe ’91, incensurata colpevole di aver passato 2 cellulari e un cavetto di alimentazione al compagno detenuto per spaccio. La donna è sottoposta agli arresti domiciliari in attesa della convalida del fermo. Sono in corso le indagini della Procura di Napoli. Saltando di palo in frasca, che ne dite del detenuto nordafricano schiattato mentre pascolava in un’altra cella, e alla cui “messa” in suffragio indetta dall’Imam di turno, ha partecipato anche la cosiddetta Autorità Dirigente dell’istituto? Ora abbiamo anche direttori convertiti all’Islam? Comunque cari colleghi, manteniamo tutti la calma. Abbiamo i riflettori puntati contro. Stampa, televisione, colleghi pavidi o corrotti moralmente e non solo, sindacalisti nullafacenti salvo compravendita di tessere, ruffiani e lecchini, insomma uno scenario ricco di imprevisti. Occhio alla penna!

NE SENTIVAMO LA MANCANZA, ARRIVANO I ROSSI A PRESIDIARE IL CARCERE DELLE GUARDIE BRUTTE E CATTIVE

Un presidio, messo in atto sotto le mura del carcere di Sollicciano a Firenze. Un altro passo verso l’inferno nel quale sono finiti alcuni nostri colleghi del penitenziario fiorentino.

Slogan, urla, ecco gli antagonisti di tutto e tutti, cervelli vuoti e lingue biforcute. Come sempre dalla parte sbagliata, quella dei criminali. Senza sapere che a Sollicciano già comandano i detenuti, i colleghi faticano a mantenere il controllo, le aggressioni alla prima linea non si contano. Poi i “coristi” dell’antagonismo di piazza trovano appoggio nelle voci adatte al vaffanculo dei detenuti, che non aspettano altro che qualcuno si metta dalla loro parte contro la polizia penitenziaria.

Prima ti massacrano….poi ti allisciano

Tralasciando le boiate scritte dai giornalai per descrivere il presidio rosso, ecco gli esponenti dell’antipolizia, acronistici ma fastidiosi. Sono sempre dalla parte di chi devasta le carceri, le celle e le sezioni. Sempre dalla parte di quei detenuti che picchiano duro, infieriscono sui “nemici”, gli agenti, impediscono di mantenere l’ordine e la disciplina nei penitenziari. Di quelli che picchiano i poliziotti nascondendosi poi sotto la gonna di garanti, direttori d’istituto buonisti quanto compiacenti, magistrati. E non mollano mai. Riscendendo per le sezioni con la loro brutalità. Ecco l’alleanza tra gli antagonisti e i detenuti.

LEI SI CHIAMA TERESA MERANTE, SEDICENTE CANTANTE FOLK DALLA PARTE DEI CRIMINALI INCALLITI

Va bene la libertà di opinione,

La licenza giornalistica,

La libertà di pensiero,

La libertà artistica, ma certa roba andrebbe censurata configurandosi come istigazione all’odio e alla cultura contro ogni forma di legalità. Una cantante che, senza ritegno, canta in favore di latitanti, mafiosi, detenuti e boss e contro la polizia e lo Stato. E i suoi brani fanno anche più di 3 milioni di views l’uno. Signore e signori ecco a voi Teresa Merante, la cantante folk calabrese che riesce a “cantare” frasi di questo genere:

“Una luce fioca inizia a lampeggiare, fuggite giovanotti, questa è la polizia! Sparate a tutta forza verso quella brutta compagnia (…) si stanno avvicinando con i mitra in mano, ma non abbiate paura, sono solo quattro pezzenti. Noi siamo i latitanti, noi siamo i più potenti…”.

Oppure:

La signora Merante, facente parte di una piccola etichetta di Reggio Calabria, la Elca Sound, mette al centro delle sue canzoni la mafia. E non certo per parlarne male, tutt’altro. Ultima, in ordine di tempo, “Bon Capudannu” che fa degli auguri particolari: “buon capodanno ai carcerati, segregati in galera. Speriamo torniate in libertà, nelle vostre case gioia e serenità”. Nulla di strano, se non fosse che la sua musica popolare si basa sulla vita e la storia di latitanti e boss mafiosi, ne esalta le gesta, ponendoli al di sopra della legge e di chi la rappresenta. Infatti, in un passaggio di una delle sue canzoni “U latitanti”, ispirata alla storia del latitante Rocco Castiglione, dice chiaramente: “Una luce fioca inizia a lampeggiare, fuggite giovanotti questa è la polizia, sparate a tutta forza verso quella brutta compagnia. Si stanno avvicinando con il mitra in mano ma non abbiate paura, sono solo quattro pezzenti. Noi siamo i latitanti noi siamo i più potenti”. Nel suo ultimo videoclip pubblicato alla fine dell’anno, la Merante, che conta su Facebook 88 mila followers, inneggia alla liberazione di tutti i detenuti. Un fatto davvero allucinante. Questi video sono assolutamente da bandire, non è ammissibile che si inneggi alla liberazione di chi commette crimini. Ci sono dei cantastorie, anche lontani politicamente da quelle che sono le nostre idee, che però attraverso la musica raccontano la storia di donne che hanno pagato a caro prezzo il loro opporsi alla mafia, come ad esempio Lea Garofalo. Per diffondere la legalità, non bastano le forze dell’ordine e la parte buona della Magistratura, occorre soprattutto la cultura e le arti come la musica possono fare tanto. Questa donna dovrebbe solo fare ammenda e chiedere scusa alle famiglie delle vittime di mafia.


SI ROMPE LA TELEVISIONE IN CELLA? UN BUON MOTIVO PER SCATENARE UNA RIVOLTA?

Torniamo alla bagarre scoppiata l’altro ieri all’interno dei reparti detentivi del bestiario di Varese, percorso da squilli di rivolta poi domati dai nostri colleghi con l’appoggio esterno di polizia e carabinieri. Mezzo carcere distrutto, e perché? Una televisione rotta in una cella e un confronto acceso tra un detenuto, che chiedeva di sistemarla, e un nostro collega. Dunque il caos è tra noi, il caos ci uccide, il caos offre sponde ai delinquenti rinchiusi nei penitenziari. Le indagini contro i poliziotti, le rivolte, gli anatemi di quei buffoni dei garanti, diventano ben presto trend su tutto il fronte. Ne abbiamo abbastanza di queste indagini a orologeria e a senso unico. Siamo stufi. Ciò che davvero ci manda su tutte le furie è impar condicio rispetto ai detenuti e alle loro fandonie. L’accusa, la magistratura agisce sulla base di pregiudizi nei nostri confronti, alimentati dai detenuti, a loro volta sobillati da garanti e associazionismo. È evidente che la Procura si concentra solo sulle bugie di questa gentaglia. Ci viene contestato di aver “torturato” i poveri agnellini per dimostrare che siamo noi i “soggetti pericolosi” e non certo loro che aggrediscono e inscenano ribellioni se soltanto li si costringe a rispettare i regolamenti. Si vuole colpire il poliziotto della prima linea spesso interpretando i fatti in maniera faziosa. La realtà è che si è verificata una progressiva politicizzazione di parte delle procure contro la polizia penitenziaria e questo sta portando a una serie di contraddizioni interne al sistema. Le “prove” citate a sostegno della nostra colpevolezza si basano su segnalazioni, chiacchiere, bugie, complotti. È come se la parola di un detenuto fosse di per sé sufficiente a costituire un giudizio, senza bisogno di molti approfondimenti. Così per i colleghi di Firenze, per quelli di Torino, fino a scendere a Santa Maria Capua Vetere. Con gli avvisi di garanzia e gli arresti dei colleghi si sta probabilmente tentando un esperimento che, se dovesse essere legittimato, aprirebbe le porte a nuovi livelli di repressione politica ai danni della polizia penitenziaria: la limitazione di agire in sicurezza, mantenendo l’ordine nelle trincee degli istituti, e finire nel tritacarne giudiziario solo sulla scorta di congetture non adeguatamente supportate dai fatti. L ‘ipocrisia del partito dell’anti-Polizia e degli allergici alle divise, di quei radical chic che fiancheggiano in maniera ideologica coloro che devastano le carceri e colpiscono i poliziotti, ha raggiunto il proprio culmine dopo le rivolte dello scorso marzo. Dunque, per una volta e in maniera molto interessata, quelli che in genere sputano sui poliziotti penitenziari, quelli che ci chiamano “torturatori” e che godono se qualche di noi si suicida (basti farsi un giro su Facebook per vedere quali e quanti deliranti commenti girano), ora esaltano le gesta dei detenuti visto che noi siamo fascistoni, violenti e picchiatori. I poliziotti che svolgono quel delicato servizio di sicurezza e ordine all’interno di un carcere hanno compiuto il proprio dovere come sempre e alcuni di loro sono finiti in ospedale. Non abbiamo bisogno delle pelose parole di esponenti del Governo e delle Istituzioni che solidarizzano e piangono lacrime di coccodrillo, salvo poi nella pratica lasciarci massacrare. Noi siamo sempre quelli che ogni anno a decine finiscono in ospedale. Cari allergici alle divise, continuate ad odiarci, risparmiateci la vostra solidarietà pelosa, continuate a sollazzarvi con i vostri incarichi e le vostre prebende, pontificate pure da quotidiani compiacenti e pulpiti dorati. Ai nostri occhi e a quelli di tanti cittadini apparite ormai come quei ricchi signori che ballavano sul Titanic. La comunità del nostro paese è stanca solo voi non ve ne rendete conto ma i sensori che abbiamo ovunque sono inequivocabili e l’insofferenza è tanta. Maledetti bastardi!

LE CARCERI SONO STATE CONSEGNATE CHIAVI IN MANO AI DETENUTI, LA POLIZIA PENITENZIARIA NON È PIÙ IN GRADO DI GESTIRE LA SICUREZZA E L’ORDINE

Da quando è stata istituita la figura del Garante Nazionale dei Detenuti, appoggiato da governi anti polizia ed il solito indotto pro detenuti, espletare anche il più semplice servizio d’istituto, SPAVENTA. Quando un Corpo di Polizia, come quello della Nostra Penitenziaria, è attraversato da una, ormai, irrefrenabile ondata di paura, gli Uomini e le Donne del Corpo smarriscono la capacità di “azione” inibendo ogni intervento che, in periodi pre “garanti” erano la forza del mantenimento dell’ordine, della disciplina e della sicurezza di ogni carcere, di ogni ordine e tipologia, garantendo anche il massimo rispetto per la cosiddetta DIVISA BLU. Dal momento che tutti abbiamo maledettamente paura, non si riesce più a trovare un metodo di intervento efficace se pur consapevoli di agisce per come da Normativa/Legge/Regolamento.

Questo fenomeno, purtroppo, è oggi più impetuoso grazie anche a leggi come il reato di tortura usato unilateralmente solo contro la Polizia Penitenziaria, grazie al regime delle celle aperte e della sorveglianza dinamica che di fatto, hanno consegnato le carceri, le sezioni, i piani e le singole celle, in mano ai detenuti.

CI STANNO MASSACRANDO! CHIEDIAMO LO STATO DI EMERGENZA NELLE CARCERI, LE DIMISSIONI IMMEDIATE DI MINISTRO E VERTICI DEL DAP, DENUNCEREMO I GARANTI PER ISTIGAZIONE ALLA DISUBBIDIENZA DELLE LEGGI, CONDANNIAMO LA STAMPA E RAI TRE CHE ALIMENTANO E PORGONO I FIANCHI ALLE BUGIE DEI CARCERATI. A PARTIRE DA DOMANI LO STAFF LEGALE DI STORIE DI POLIZIA PENITENZIARIA SARÀ AL LAVORO PER CREARE UNO “SCUDO” LEGALE AI TENTATIVI DI ANNIENTAMENTO DELLA POLIZIA PENITENZIARIA. INFINE AI SINDACATI NOI DICIAMO SMETTETELA CON I VOSTRI GIOCHINI DI POTERE E TORNATE ALLA LOTTA, QUELLA VERA!

LA POLIZIA PENITENZIARIA C’È E COMBATTE CONTRO IL CRIMINE

Mentre il vertice politico e quello più semplicemente poltronaro della nostra amministrazione ci sommergono per non farci risalire la china, noi e la squadra mobile della PS abbiamo sistemato in gattabuia una coppia di spacciatori di Cagliari per detenzione ai fini di spaccio di stupefacenti. I due soggetti sono ora alloggiati a UTA, il penitenziario a venti chilometri dal capoluogo regionale della Sardegna. Il Corpo da tempo ha saputo adempiere al compito affidatogli di combattere il prima linea la criminalità organizzata e il terrorismo grazie al controllo e alla repressione costante di ogni tentativo di continuare a impartire ordini dall’interno delle carceri da parte dei boss mafiosi e di ricevere comunicazioni dall’esterno, ma anche diventando strumento e impulso, alla magistratura e alle altre Forze dell’Ordine, per la creazione di nuovi filoni di indagine e per ricostruire la mappa delle nuove alleanze e ramificazioni delle mafie. Per contrastarli, lo Stato ha dotato la Polizia Penitenziaria del Nucleo Investigativo Centrale (NIC) e, più di recente, ha predisposto la presenza di un gruppo di Poliziotti penitenziari nella Direzione Investigativa Antimafia con il compito di analisi delle informazioni, alle dipendenze del Procuratore nazionale antimafia. A questo punto perché non confluire nella Polizia di Stato e mollare gli istituti agli educatori e ai civili che tanto si preoccupano dei poveri galeotti?

PERMESSI DI SOGGIORNO, MELA MARCIA TRA LE FILA DELLA POLIZIA DI STATO

Permessi di soggiorno più facili da ottenere dietro pagamento: una assistente capo della polizia, Serafina La Placa, dipendente dell’ufficio immigrazione della questura di Parma, è stata arrestata. La poliziotta avrebbe agevolato la trattazione delle pratiche di rilascio o rinnovo dei titoli di soggiorno di cittadini stranieri che le venivano commissionate, per il tramite del marito, dagli altri indagati, ricevendo, per queste prestazioni, un’illecita remunerazione in denaro o in beni di varia natura. Sono 12 le misure cautelari disposte dal Gip Gip Mattia Fiorentini su richiesta della Procura di Parma, undici ai domiciliari e una in carcere, per corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio. Le persone coinvolte sono Jalph Mandeep alias Rommy, 41anni, cittadino indiano, e gli arresti domiciliari nei confronti di La Placa Serafina, 56 anni, assistente capo della polizia di Stato, in servizio all’ufficio Immigrazione della questura di Parma; Pignato Filippo, 57 anni, marito di La Placa; Singh Sukhjinder, 40 anni, cittadino indiano; Singh Tarlochan, 35 anni, cittadino indiano; Sula Xhevahir, 37 anni, cittadino albanese; Singh Dalip, alias Jambo, 46 anni, cittadino indiano; Bouzid Taoufik,48 anni, cittadino tunisino; Toumi Fatma, 37 anni, cittadina tunisina; Anwar Naeem 55 anni, cittadino pakistano; Chen Tilian alias Chen Ti Lian alias Attilio, 56 anni, cittadino cinese; Meher Tanver Afzal alias Alì, 47 anni, cittadino pakistano. Mattina movimentata in borgo della Posta, sede della polizia di Stato a Parma. Serafina La Placa, poliziotta dell’ufficio Immigrazione della questura in via Chiavari, è stata arrestata perché, secondo l’accusa della Procura, facilitava permessi di soggiorno dietro pagamento di denaro e regali. Nelle foto la poliziotta mentre viene condotta dagli agenti ai domiciliari. (Foto Marco Vasini) L’attività investigativa, condotta dalla locale squadra Mobile e coordinata dalla Procura (procuratore capo Alfonso D’Avino e pm Francesca Arienti) ha preso il via dalle dichiarazioni rese da un utente dell’ufficio Immigrazione nell’estate del 2019. Ha riferito che, una volta nell’ufficio Immigrazione di Parma per il rilascio del permesso di soggiorno delle proprie sorelle, era stata ricevuta da una dipendente dell’ufficio la quale, presa in carico la pratica, le spiegava che era “l’unica” a cui rivolgersi per accelerare l’iter di rilascio e le forniva un numero di telefono da chiamare in caso di problemi, spiegando che a detta utenza avrebbe potuto rispondere anche il proprio marito. La donna ha poi aggiunto che, all’indomani della consegna dei permessi di soggiorni delle sorelle, quello che si era presentato come il marito della poliziotta, e con cui si erano sentiti varie volte in precedenza, aveva iniziato a chiamarla insistentemente, pretendendo una remunerazione da parte sua per il positivo esito delle pratiche e ricevendo un netto rifiuto da parte della stessa. Primi accertamenti investigativi hanno consentito di identificare la dipendente dell’ufficio Immigrazione e il marito negli odierni indagati e di riscontrare puntualmente le dichiarazioni rese dalla donna. Sono emersi, inoltre, degli elementi che consentivano di ipotizzare che potessero esserci ulteriori pratiche illecitamente agevolate da parte della poliziotta con la complicità del marito. Gli esiti delle attività investigative hanno permesso di accertare che Pignato aveva numerosi contatti e incontri con vari cittadini extracomunitari (identificati, nel prosieguo delle indagini, negli indagati oggi raggiunti da misura cautelare). L’uomo contattava o veniva contattato da questi interlocutori esclusivamente per motivi attinenti a pratiche di rilascio/rinnovo di titoli di soggiorno relative a terzi cittadini stranieri gestite o da far gestire dalla moglie. Nonostante l’uomo i suoi interlocutori utilizzassero un linguaggio spesso criptico e cercassero di evitare di parlare diffusamente di tali argomenti al telefono (preferendo sempre incontrarsi di persona), risultava palese il fatto che l’uomo, a fronte dell’intervento della propria moglie, dipendente dell’ufficio Immigrazione della questura di Parma, percepisse dai suoi committenti una qualche forma di remunerazione. Il prosieguo dell’attività investigativa ha permesso di acquisire gravi indizi di colpevolezza in ordine alla sussistenza di un rodato sistema di corruttela (“Comunque abbiamo fatto un bello giro”, commenta Pignato parlando con la moglie), di delinearne lo schema ed individuare i ruoli di ciascuno dei soggetti coinvolti. Alla base vi erano dei cittadini stranieri titolari di richieste di rilascio rinnovo di permessi di soggiorno che si rivolgevano a propri connazionali i quali, dietro la promessa di una rapida definizione della loro pratica e di una eventuale risoluzione di problematiche insorte, si facevano pagare delle somme di denaro. Questi soggetti, definiti intermediari, avevano come loro referente diretto Pignato ed era a lui che commissionavano la trattazione delle singole pratiche, fornendo le indicazioni e la documentazione richiesta, che questi, successivamente, trasferiva alla moglie poliziotta. Quest’ultima, acquisito l’input dal marito e la documentazione fornita, si attivava per la trattazione dell’intera pratica, garantendone il rapido e positivo esito, in costante violazione di tutte le disposizioni interne in tema di iter delle pratiche stesse, che – tra l’altro – andrebbero trattate in ordine cronologico e secondo una tempistica che tiene conto del progressivo sviluppo delle pratiche stesse. La maggior parte degli interventi di agevolazione garantiti dalla agente ha comportato un’accelerazione dei termini ordinari di definizione delle pratiche; significative, a tal proposito le parole utilizzate da uno degli indagati durante una conversazione con un proprio connazionale che voleva avvalersi dei suoi servizi, nella parte in cui sottolinea che, andando da solo “ci vogliono 8/9 mesi […] se vieni da me ci vogliono 40 giorni […]”, e ciò proprio in forza del canale privilegiato rappresentato da La Placa. L’attività investigativa ha consentito di acquisire gravi indizi anche in ordine a ulteriori e gravi condotte da parte della donna come l’omissione di controlli. Ad esempio, mancata acquisizione del certificato relativo al casellario giudiziale di un richiedente gravato da precedenti di polizia per reati che non consentivano il rilascio del permesso di soggiorno; mancata verifica in ordine alla permanenza sul territorio nazionale nei casi di rilascio del permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo; mancati approfondimenti su note di rintraccio presenti nelle banche dati in uso alle forze di polizia; mancata verifica in ordine all’effettiva residenza presso la provincia di Parma dei richiedenti. E ancora: sottrazione di documenti dai fascicoli; in un caso – prima dell’avvento dell’archivio digitale – per sua stessa ammissione avrebbe sottratto da un fascicolo un documento da cui emergeva che un aspirante al permesso sarebbe stato lontano dal territorio nazionale, circostanza che avrebbe impedito il rilascio del titolo. Infine gestione dei controlli successivi alla presentazione delle istanze (ad esempio avvertendo gli interessati – che nell’istanza figuravano come conviventi di persone già residenti in Italia – della imminenza del controllo di convivenza da parte della polizia locale e consulenze su prassi e soluzioni elusive per non incorrere in situazioni pregiudizievoli per il buon esito della singola pratica (ad esempio, per evitare ad un richiedente il rigetto legato ad un lungo soggiorno all’esterno, in un caso La Placa avrebbe suggerito un escamotage, ovvero di farsi rilasciare nel Paese di origine un nuovo passaporto -quindi privo dei vari timbri di entrata ed uscita dal Paese- da esibire a corredo della richiesta presso l’Ufficio Immigrazione). Gli interventi della La Placa avevano un prezzo che veniva generalmente pagato dagli intermediari e talvolta direttamente dai titolari delle istanze. Attraverso le intercettazioni e le riprese fotografiche, sono stati inizialmente acquisiti indizi in ordine a modalità di controprestazioni in natura (capi di abbigliamento, spese presso gli esercizi commerciali, generi alimentari, pranzi), ma successivamente è emerso che la controprestazione fosse legata ad un vero e proprio tariffario (ad esempio: 400 euro per una pratica molto bloccata o complessa; 200 euro per la trattazione di una pratica ordinaria; 100 euro per la consegna). Inoltre, erano gli stessi coniugi, che in varie conversazioni commentavano gli importi incassati dagli intermediari (500 euro ) a fronte delle cifre irrisorie date a loro (100 euro). E non sono mancate lamentele quando qualcuno non ha corrisposto quanto sperato, come quando la donna, riferisce la Procura, riferendosi a un cliente, si lamenta che questi due anni prima avrebbe dato un prosciutto, e quell’anno neanche questo prosciutto. In totale, a La Placa sono contestati tredici episodi di corruzione per atto contrario ai doveri di ufficio, in concorso con il marito e, di volta in volta, con gli intermediari (destinatari della misura cautelare) oppure con altri indagati per i quali non è stata chiesta alcuna misura cautelare per assenza di esigenze cautelari, perché si erano mossi esclusivamente per la trattazione della propria pratica o di quelle di propri diretti familiari. Complessivamente sono state ricostruite 40 pratiche illecitamente gestite da La Placa, ma è apparso evidente che il numero di pratiche è ben più ampio. La contestazione riguarda solo le pratiche riconducibili a soggetti identificati. Nei confronti di tutti gli indagati è stato emesso avviso di conclusione delle indagini preliminari, notificato contestualmente all’esecuzione delle misure cautelari. Tutto ciò è stato reso possibile grazie al contributo determinante del dirigente dell’ufficio Immigrazione della questura di Parma, il quale, per ciascuna delle pratiche individuate come oggetto di mercanteggiamento, ha approntato una relazione con cui ha ricostruito analiticamente l’intero iter delle pratiche. Ciò ha consentito altresì di escludere che La Placa si potesse avvalere all’interno dell’Ufficio della complicità di altri colleghi e, al contrario, è emerso che la stessa abbia avuto condotte di assoluta slealtà nei confronti di colleghi, nel dichiarato tentativo di allontanare da sé la responsabilità della gestione delle singole pratiche più compromettenti, di cui lei aveva già curato l’istruttoria. A titolo di esempio, in alcuni casi, quando ci sono persone da lei convocate e il lettore di permessi nella sua postazione non funziona, chiede ad altri di effettuare la consegna, in maniera che il suo nominativo non risulti nello storico pratiche. In occasione della perquisizione domiciliare effettuata a carico di La Placa e Pignato, contestualmente all’esecuzione dell’ordinanza cautelare, sono stati rinvenuti atti riconducibili a cittadini stranieri (suscettibili di verifiche), nonché marche da bollo da 73,50 e da 16 euro, mentre l’uomo ha tentato di disfarsi di un foglio contenente una sessantina di numeri di telefoni di stranieri. Da sottolineare, scrive la Procura, nella gestione della presente vicenda, la correttezza e la lealtà istituzionale della polizia di Stato, la quale – attraverso la Squadra Mobile e l’Ufficio Immigrazione, ovvero lo stesso Ufficio ove prestava servizio la principale indagata – si è impegnata a fondo e senza alcuna remora affinchè l’attività illecita che ivi si svolgeva emergesse nella sua completezza.

(fonte: La Repubblica)