SUL SISTEMA PENITENZIARIO, L’EUROPA HA LE GRANDI VISIONI E L’ITALIA SOFFRE DI MIOPIA

di Roberto MARTINELLI

Se non fosse tutto vero, ci sarebbe da scompisciarsi dalle risate. Mentre le carceri del nostro Paese tornano a livelli allarmanti di affollamento (e sfondano quota 60.000 presente), giunge la notizia che per il Consiglio Europa in Italia calano detenuti.

Ma andiamo per ordine. L’Italia è tra i 19 Stati membro del Consiglio d’Europa in cui tra il 2005 e il 2015 è diminuito il numero di detenuti.

“Per l’Italia questa diminuzione è dovuta agli sforzi fatti dai governi che si sono succeduti in questo arco di tempo per migliorare la situazione nelle carceri”, ha spiegato nelle scorse settimane Marcelo Aebi, direttore della ricerca commissionata dal Consiglio d’Europa e dall’Unione europea che confronta i sistemi penitenziari del continente tra il 2005 e il 2015 in base a 17 indicatori, evidenziando non solo le evoluzioni nei singoli paesi durante questo decennio, ma fornendo anche una sorta di comparazione tra gli Stati nel 2014-2015.

Dallo studio emerge così che tra il 2005 e il 2015 l’Italia ha visto diminuire il numero di detenuti, grazie in particolare, ha affermato Aebi, ad alcune leggi, tra cui “una delle più importanti è stata la n.67 del 28 aprile 2014, che ha introdotto la messa alla prova”. Tuttavia, il direttore della ricerca ha evidenziato anche che per molti altri indicatori non c’è stata un’evoluzione positiva e che nel 2015 l’Italia aveva percentuali più alte degli altri paesi.

Dallo studio è inoltre emerso che tra il 2005 e il 2015 in Italia il numero di detenuti è diminuito del 15%, quello delle persone che entrano in carcere del 46%, delle donne in carcere del 15%.

È inoltre diminuito il numero dei decessi per ogni 10mila carcerati (41%) e quello dei suicidi, 17%, che tuttavia è invece aumentato del 40% tra coloro che sono in detenzione preventiva. Dalla ricerca è emerso infine che è aumentato il tempo medio della detenzione del 63% mentre sarebbe rimasta invece invariata la percentuale di stranieri sul totale della popolazione carceraria, anche se il loro numero in valori assoluti è sceso. Quando l’Italia è comparata agli altri paesi per il 2014-2015 si attesta sui livelli più bassi per numero di persone che entrano in carcere e per quello dei decessi in prigione. È a un livello intermedio per il numero di detenuti, ma alto per la durata media della detenzione, l’età media dei detenuti – 39 anni – la percentuale di persone in attesa di giudizio, ma anche per l’ammontare medio speso ogni giorno per ogni carcerato. Fin qui gli esiti della ricerca commissionata dal Consiglio d’Europa e dall’Unione europea, diffusi alla stampa ad inizio dicembre 2018.

Peccato però che, secondo i dati aggiornati dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, al 30 novembre risultano ristretti in Italia 60.002 detenuti.

Un risultato che fa registrare 9.419 detenuti oltre la capienza regolamentare che risulta, ufficialmente, di 50.583 posti. Al 31 ottobre, invece, erano 9.187 i detenuti in più. Tutti gli istituti penitenziari risultano in sovraffollamento con picchi oltre il 120 percento: l’unica regione che si salva è il Trentino Alto Adige con 455 detenuti su 506 posti regolamentari.

Ancor prima, a settembre, erano invece 8.653 i ristretti oltre i posti disponibili.

I numeri del sovraffollamento risulterebbero addirittura maggiori, ha evidenziato un attento articolo pubblicato su Il Dubbio, se si sottraessero dai posti disponibili circa 5000 celle inagibili che, invece, vengono conteggiate nei 50.583 posti disponibili.

Il sovraffollamento quindi è destinato ad aumentare nonostante che nel passato, grazie a diverse misure adottate dopo la sentenza Torreggiani, fosse stato ridimensionato. Di fronte all’emergenza, la politica, vecchia e nuova, risponde con la costruzione di nuove carceri che puntualmente non bastano mai. Motivo per il quale, il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) sottolineò che costruire nuove carceri per risolvere il problema del sovraffollamento non è la strada giusta, perché «gli Stati europei che hanno lanciato ampi programmi di costruzione di nuovi istituti hanno infatti scoperto che la loro popolazione detenuta aumentava di concerto con la crescita della capienza penitenziaria».

Viceversa, «gli Stati che riescono a contenere il sovraffollamento sono quelli che hanno dato avvio a politiche che limitano drasticamente il ricorso alla detenzione».

Ma c’è un dato, tra quelli aggiornati sull’attualità penitenziaria, che dovrebbe fare seriamente riflettere: a sorpresa, infatti, sono nuovamente aumentati i bambini dietro le sbarre. Erano 45 le mamme detenute con un totale di 55 figli al seguito, una ventina dei quali sono in carcere, mentre il resto dei piccoli sono negli istituti a custodia attenuata che rientrano, però, sempre dentro il perimetro penitenziario.

I bimbi dietro le sbarre sono aumentati, visto che il mese precedente, al 31 ottobre, erano 42 le mamme detenute che avevano un totale di 50 figli al seguito.

La legge prevede l’innalzamento del limite di età dei bambini che possono vivere in carcere con le loro madri da tre a sei anni. La norma contempla la custodia in istituti a custodia attenuata per detenute Madri (Icam) in sede esterna agli istituti penitenziari, con lo scopo di evitare a questi bambini un’infanzia dietro le sbarre.

Ad oggi ce ne sono 5: Torino Lorusso e Cutugno, Milano San Vittore, Venezia Giudecca, Cagliari e Lauro (in Campania).

Ne funzionano 4, perché l’Icam di Cagliari è tuttora privo di ospiti. A Firenze doveva essere aperto da tempo un Icam, ma oggi l’appartamento è inutilizzato e in stato decadente, nonostante che la regione abbia stanziato dei soldi.

L’Europa, dunque, ancora una volta è stata quanto meno intempestiva nell’analisi di una grave criticità che caratterizza uno dei suoi principali Stati, ossia l’Italia. Giudica, valuta e decide su dati sbagliati e inattuali…

Lavori in corso sul fronte carceri, intanto, li ha annunciati il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede: “Ho istituito una task force nel ministero per prendere in esame la possibilità di utilizzare le caserme dismesse” per realizzare nuovi carceri, ha detto nel rispondere ad una domanda, al termine del Consiglio Giustizia, a Bruxelles.

“Le caserme hanno un tipo di struttura che si presta tantissimo – ha spiegato. Sto cercando un’interazione con altri ministeri, ma stiamo lavorando a questa possibilità già da due o tre mesi. Bisogna vedere quali sono le norme per arrivare con maggiore celerità e semplicità a quel risultato”.

Forse il Ministro non sa che se è pur vero che lo Stato cerca da anni, per lo più invano, di mettere sul mercato centinaia di edifici ex militari, destinare queste strutture a penitenziari vorrebbe dire spendere centinaia e centinaia di milioni di euro per adattarli, appunto, a strutture detentive…

Il Ministro ha ribadito inoltre: “Indulto e svuota carceri non ha mai portato ad esiti positivi, ai detenuti aprivi la cella, uscivano e andavano a delinquere di nuovo perché non avevano fatto un percorso di rieducazione. Noi invece, nel quadro della certezza della pena, investiamo su una rieducazione seria, che non è mai stata fatta in Italia. Quello che accade in un carcere è importante per i cittadini, perché se un detenuto lo rieduchiamo torna nella società e non delinque più”.

Sarà, ma gli italiani la pensano diversamente sullo stato della giustizia italiana. Da quel che si legge nel capitolo “Sicurezza e cittadinanza” del 52° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, infatti, sono 15,6 milioni (pari al 30,7% della popolazione adulta) gli italiani che nell’ultimo biennio hanno rinunciato a intraprendere un’azione giudiziaria volta a far valere un proprio diritto.

Si tratta di un comportamento diffuso trasversalmente nella popolazione, ma che si presenta con più intensità nel Sud (37,5%).

Tra i motivi al primo posto ci sono i costi eccessivi (29,4%), poi la lunghezza dei tempi necessari per arrivare a un giudizio definitivo (26,5%).

C’è poi la sfiducia nella magistratura e nel funzionamento della giustizia (16,2%). Evidentemente non è diffusa la consapevolezza degli sforzi che si stanno facendo per migliorare qualità e ed efficienza del nostro sistema giudiziario. Il 38,2% degli italiani ritiene che nell’ultimo anno la giustizia è peggiorata (nel Sud la quota sale al 41,1%).

Solo il 5,7% è convinto invece che la situazione sia migliorata. Il 52,6% ritiene che non ci sono stati cambiamenti. Il risultato è che 7 italiani su 10 pensano che il sistema giudiziario non garantisca pienamente la tutela dei diritti fondamentali dell’individuo (solo il 18,2% ritiene che tali diritti siano assicurati).

E, intanto, se il numero di aggressioni ai poliziotti penitenziari e di eventi critici in carcere è in netto e costante aumento, il Guardasigilli Bonafede si è detto ufficialmente contrario “per ora” alla pistola elettrica…

A chiedere che lo strumento di autodifesa arrivasse nelle prigioni era stata Forza Italia alla Camera dei Deputati, con un’interrogazione presentata alla fine di novembre al Ministro Alfonso Bonafede dopo l’aggressione del comandante del carcere di Reggio Emilia da parte di un detenuto di religione islamica, seguito dall’incendio di una cella da parte di un recluso inneggiante all’Isis.

La deputata Fiorini ricordava al ministro Bonafede che il Taser in carcere era stata una delle promesse presentate con più forza in campagna elettorale dal vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini.

Il Ministro dell’Interno aveva ripetuto il suo impegno anche ai primi di settembre, subito dopo un incidente avvenuto nel carcere di Prato, dove un detenuto sudamericano aveva aggredito quattro agenti.

In quell’occasione Salvini aveva assicurato che del Taser avrebbe parlato al più presto con il collega Bonafede, dicendosi convinto che lo strumento fosse da adottare: “Lo usano anche in Vaticano” aveva detto Salvini “e non vedo l’ora che diventi uno strumento effettivo anche nelle nostre prigioni”.

Il Ministro della Giustizia, però, ha scritto nella sua risposta che “l’Amministrazione Penitenziaria (…) ha ritenuto di soprassedere, in questa prima fase, alla sperimentazione della pistola elettrica in ambito penitenziario, ferma restando la possibilità di valutare possibili proiezioni future dell’impiego di tale dispositivo anche in tale delicato contesto”.

Insomma, con sorprendente miopia politica, ancora una volta tutto cambia perché nulla cambi…

E il poliziotto penitenziario – spesso solo, bistrattato e sempre disarmato nelle sezioni detentive – può continuare a porgere l’altra guancia. Con il placet di Bruxelles e Strasburgo…

ANCHE LA MAGISTRATURA COSIDDETTA “DEMOCRATICA” ADERISCE AL CARNEVALE DELLA SINISTRA CONTRO SALVINI. MA I MAGISTRATI NON DOVREBBERO ESSERE INDIPENDENTI E SUPER PARTES?

Si, dovrebbe essere così, ma la storia ci racconta altro. E quella più recente narra di magistrati legati alla corrente “democratica” che si schierano apertamente con i sinistri per battere il ministro dell’Interno sulle questioni della sicurezza e dell’immigrazione. E come qualcuno ha ampiamente sottolineato “la cosa più inquietante è che i magistrati che stanno inquisendo il ministro dell’Interno per i fatti della Diciotti fanno parte proprio di quella corrente”. Ed è chiaro che questa adesione rappresenta quindi un pregiudizio politico inconciliabile con l’indipendenza, fattuale e ideologica, che un buon magistrato dovrebbe avere nei confronti dei fatti sui quali indaga o giudica. Gli interventi della corrente di sinistra dei magistrati dimostrano che in realtà l’indipendenza e una favoletta per bambini. Da sempre l’ANM ha sostenuto la necessità di usare la giustizia per correggere in senso proletario e socialista le derive borghesi della politica e del potere legislativo.

Insomma le toghe di sinistra sono sempre scese in campo quando la politica che sostengono non è stata capace di porre limite all’azione politica della destra. L’azione nei confronti di Salvini è di fatto un processo politico, anche se siamo certi che finirà in una bolla di sapone.

E come si sostiene da più parti “con buona pace dei grillini che su questi magistrati e sulle loro deliranti tesi hanno costruito buona parte della loro fortuna”.

OKKIO, ARRIVANO I RADICALI LIBERI……E I GALEOTTI PLAUDONO….

Ci siamo imbattuti nella pagina Facebook della signora Rita Bernardini, la nota “pasionaria” tutrice di galeotti e criminali di ogni sponda e razza. Pagina ovviamente frequentata anche da ex criminali di ogni sorta, che postano commenti pieni di bugie e veleno nei confronti della polizia penitenziaria. Dall’ex galeotto tunisino che blatera di presunte violenze subite nel carcere di Bolzano (del resto i nordafricani sono assai prodighi di racconti e fandonie), a chi vomita odio nei confronti di chi porta l’uniforme. Ma queste cose le sappiamo.

Così come sappiamo che questi radicali liberi hanno donato a Bergoglio il librone della non violenza dei detenuti. Tra i le firme galeotte ci saranno anche quelle di chi ha inscenato rivolte, risse e aggressioni al personale? Chissà. Intanto la Santa Alleanza tra questo papa e le orde radicali va avanti senza sosta. Ciliegina sulla torta: nel frattempo il sorridente ministro della giustizia ci dice che istituirà incontri regolari e continuativi con la signora Bernardini. Poveri noi!

ARRIVANO LE NUOVE UNIFORMI. MA BASTERANNO A SODDISFARE TUTTI?

No, non basteranno. Saranno, uniforme più uniforme meno, poco più di ventimila. Dunque solo la metà del fabbisogno reale, aggiungendo anche i futuri allievi agenti dei prossimi concorsi. Che rischiano di svolgere la formazione (se di formazione si può parlare) in abiti civili, come già accaduto e sottolineato più volte da noi e da qualche sindacato di categoria. Intanto i soliti politicanti in vena di facile propaganda sbandierano soddisfazione e compiacimento. Come il sottosegretario alla giustizia Jacopo Morrone che – probabilmente “bonafedizzato” e quindi dalla facile parola – addirittura si bea dei 4 milioni e rotti di euro stanziati per il rinnovo del vestiario. Ma non era il governo del cambiamento? Forse, ma a piccole dosi. La polizia penitenziaria continuerà a patire e moltissimi resteranno in braghe di tela, e la politica proseguirà a grande velocità sulle strade della chiacchera di propaganda.

LA NUOVA MANSIONE DEL POLIZIOTTO PENITENZIARIO: IL GIARDINIERE. COSÌ ACCADE A SANTA MARIA CAPUA VETERE

Grande! Una polizia penitenziaria ormai a 360°, oggi giardinaggio, domani imbianchini, fino alla futura qualifica di “maggiordomi” in livrea e guanti bianchi per i signori detenuti. Nell’istituto campano c’è un collega che ha il pollice verde. O meglio, qualcuno lo costringe ad averlo. Tanto da aver indotto un’interrogazione parlamentare e l’intervento di un sindacato. Il giardiniere si occupa di progettare, realizzare ed effettuare la manutenzione di giardini, parchi e aree verdi.

Esegue la potatura di alberi e siepi, la falciatura e il taglio dell’erba, cura la crescita e la salute di piante e fiori, si occupa degli impianti di irrigazione e di tutti gli interventi di manutenzione del verde. E tutto questo NON è previsto dalla normativa, principalmente quella 395 del 1990 che illustra in modo chiaro ed esaustivo i compiti dell’appartenente al corpo. E allora? Allora siamo alla frutta. Ora, il caso del “poliziotto penitenziario-giardiniere” viola le leggi sotto entrambi i profili: da un lato l’agente svolge mansioni che esulano da quelle tipiche che dovrebbero essergli affidate, dall’altro così facendo si privano i detenuti di poter svolgere un’attività lavorativa che gli spetterebbe. Chissà……..

L’istituto di Santa Maria Capua Vetere

CAMPOBASSO, DETENUTO AGGREDISCE CON LE STAMPELLE UN COLLEGA DURANTE IL RIENTRO DALL’OSPEDALE

Da qualche ora circola nel web un video, probabilmente girato con uno smartphone in cui uno dei nostri punta l’arma di ordinanza verso un detenuto che aveva tentato di fuggire per non dover rientrare in carcere. Premessa d’obbligo: il collega HA AGITO CORRETTAMENTE DOPO ESSERE STATO AGGREDITO DAL DETENUTO. Peraltro il filmato diffuso in queste ore è parziale e non ricostruisce esattamente quanto è accaduto a Campobasso: il detenuto che ha tentato la fuga ha aggredito l’agente penitenziario colpendolo ripetutamente con una stampella. Le immagini, invece, mostrano solo la parte finale e la reazione che è venuta dopo la fuga. Una reazione maturata nel clima di stress, per turni massacranti e condizioni di lavoro difficili che caratterizza l’attività del personale di Polizia Penitenziaria. Vi mostriamo questo filmato che sottolinea – se mai ce ne fosse il bisogno – le allarmanti condizioni di lavoro di chi opera in prima linea e vive costantemente a contatto con la marmaglia reclusa nelle nostre carceri. Pensate solo che negli USA un agente aggredito può reagire alla violenza usando ogni mezzo possibile, se necessario anche con l’arma. E nessuno si sognerà di metterlo alla gogna. NOI SIAMO DALLA PARTE DI QUESTO COLLEGA, RITENIAMO CHE LA SUA REAZIONE SIA MISURATA AL GENERE DI AGGRESSIONE SUBITA. E INVITIAMO I MEDIA E LA STAMPA A NON STRUMENTALIZZARE E GETTARE FANGO SULLE DONNE E GLI UOMINI DELLA POLIZIA PENITENZIARIA.

L’ASSALTO ALLA DILIGENZA DI GALEOTTI E PARENTI DEI GALEOTTI NON CESSA. TENTA DI INTRODURRE PANETTO DI HASCISC, BECCATA DAI COLLEGHI

LEI da Pozzuoli, LUI professione detenuto a Benevento. LEI tenta di introdurre un bel panetto di hascisc all’interno della circondariale beneventana. Ma ci sono LORO, i cani antidroga delle nostre unità cinofile. LORO sono Barry e Igor, due colleghi a quattro zampe che con i conduttori e il personale in servizio all’unità colloqui hanno sventato il tentativo di LEI con la droga per LUI, il detenuto. Ora LEI è finita ai domiciliari. Fine della storia.

Blitz in un appartamento delle unita’ cinofile della Polizia Penitenziaria , rivenute 50 dosi di eroina

LETTERA AI CITTADINI. ELOGIO DEL POLIZIOTTO PENITENZIARIO

Se esiste una categoria in Italia costantemente sotto attacco per la sola colpa di svolgere semplicemente il proprio lavoro, questa è quella della polizia penitenziaria.

Gli appartenenti alla polizia penitenziaria sono sempre dipinti sui giornali della sinistra radical chic (cialtrona) come dei picchiatori in divisa, dei violenti che usano la loro pubblica funzione ostentando la loro voglia di potere anche tramite la violenza sui “poveri” detenuti. Stronzate.

L’atteggiamento di questi imbratta-carte disposti a tutto pur di vendere due copie in più al loro mercato di riferimento fatto di 68-tini falliti e di anime belle, oltre ad essere molto pericoloso è anche scorretto ed in rispettoso verso l’istituzione dello Stato che le Forze dell’Ordine rappresentano.

La realtà è che gli uomini e le donne della penitenziaria sono in contatto tutto il giorno e la notte con realtà difficili e pericolose.

Criminali di vario calibro che delinquono anche all’interno delle carceri e che grazie ad un sistema penitenziario buonista si sentono purtroppo impuniti. Ed è proprio con con questa gentaglia che devono lottare i poliziotti penitenziari. Abbiate il coraggio di guardarli negli occhi con passione e amore perché quegli stessi occhi che state fissando lottano tutti i giorni per garantire la sicurezza della comunità. Gli occhi del poliziotto penitenziario sono occhi pieni di vita, di rispetto, di orgoglio, di umiltà ed anche alle volte purtroppo di dolore. Ma sono pur sempre occhi di persone oneste e che hanno deciso di difendere il Paese, di difendere la legge facendola rispettare e di mettere ogni santo giorno a rischio loro vita per difendere le istituzioni. Questi eroi in divisa svolgono un lavoro preziosissimo ma troppo spesso trascurato in primis dalle istituzioni che dovrebbero invece difenderlo e tutelarlo nella storia della Repubblica italiana.

Molto del lavoro svolto dalla polizia penitenziaria è estremamente nascosto e delicato.

Tra i cittadini e il caos esiste un gruppo di persone che per fedeltà e amore del proprio dovere e della propria Patria vi difende. I cittadini dovremmo smetterla con un certo anti-autoritarismo a tutti i costi, che grazie alla sinistra che da sempre è stata ostile al comparto sicurezza, serpeggia da troppo tempo nell’opinione pubblica del paese e iniziare a collaborare con sempre maggior convinzione dimostrando la vostra vicinanza e l’affetto che meritano i poliziotti penitenziari.

Il beneficio che la società ricava dal duro lavoro delle nostre donne e uomini in divisa va ben al di là del ambito di pertinenza (il sistema carcere) arrecando un beneficio a tutta la società.

Un beneficio che non è portato a noi senza sforzo: giorni e notti lontano dalla famiglia, al freddo o al caldo, sotto la poggia, la neve, stress, aggressioni (sia fisiche che morali) sono il pane quotidiano con cui hanno a che fare i coraggiosi uomini e donne della polizia penitenziaria, davvero il minimo che voi cittadini potete fare è ringraziarli ed educare i vostri figli e le nuove generazioni di italiani affinché abbiano sempre il massimo rispetto per queste persone che rappresentato quel pezzo più puro del nostro Stato e che davvero vi proteggono con coraggio e con passione ogni giorno senza pretendere grandi onori. Vogliate bene alla polizia penitenziaria.