PRESTO 16 NUOVI MEZZI PER IL NUCLEO TRADUZIONI E PIANTONAMENTO

Tekne srl è l’azienda abruzzese che si è aggiudicata la fornitura di 16 autobus trasporto detenuti per la Polizia Penitenziaria. Il progetto presentato in gara è costruito intorno alla nuova famiglia di bus Horton, dal nome della città che ospita la sede principale dell’azienda, in una sua personalizzazione specifica per il trasporto detenuti e inclusiva di cinque celle detentive e ulteriori otto posti per il personale di scorta, oltre il conducente. Il veicolo sarà omologato M3 e classificato per uso speciale trasporto detenuti ai sensi della normativa vigente, fanno sapere da Tekne in una nota stampa. Horton-P, il modello di bus che ha convinto la commissione, prevede, esternamente, superfici vetrate oscurate, fiancate della carrozzeria antisfondamento e altri accorgimenti tecnici per garantire la sicurezza del mezzo. Internamente, nella zona detentiva, è implementata ogni precauzione atta a fornire adeguata resistenza alla rimozione e all’effrazione da parte del detenuto. Il veicolo è equipaggiato con un motore Iveco Tector da 6,7 litri e 250 hp @2500 giri/min., associato ad un cambio robotizzato ZF.

SBROCCATO, FINE PENA 2029, STRANIERO. TENTA DI EVADERE, MA I NOSTRI LO BLOCCANO.

Sanremo, carcere di Valle Armea. Un detenuto straniero con fine pena 2029 questa mattina ha provato a scavalcare il muro di cinta nel cortile per il passeggio ma è stato prontamente fermato dai colleghi in servizio in quel momento. Il diversamente libero in questione è anche un soggetto con problemi di natura psichiatrica. Stavolta è andata bene, ma probabilmente ci riproverà, e non soltanto lui. D’altro canto nelle carceri la sorveglianza dinamica e tanto buonismo a libero mercato hanno ridotto al minimo i livelli di sicurezza…..e allora cosa si pretende? Prima di chiudere il pezzo vi ricordiamo che Bibì e Bibò sono sulle rispettive poltrone da tanti, ma tanti mesi. E’ cambiato qualcosa dal loro arrivo? E non diteci che serve tempo, servono provvedimenti seri che avrebbero già dovuto sfornare. Ma il forno di Bibì e Bibò produce dolciastri a base di propaganda e melassa, pieni di grassi e zuccheri, e di questo passo a tutti ci verrà il diabete……

L’ITALIA E LA SICUREZZA INTERNA. LA RELAZIONE ANNUALE DEI SERVIZI DI SICUREZZA.

Le minacce che il nostro Paese deve affrontare sono diverse. Dunque quali sono? Prima fra tutte, quella di anarchici e antagonisti. Non c’è dubbio che l’anarco-insurrezionalismo rappresenta infatti “l’espressione più insidiosa, capace di tradurre in chiave offensiva gli appelli istigatori della propaganda d’area, di cui le risultanze informative hanno evidenziato una tendenza crescente alla radicalizzazione. Ciò soprattutto attraverso la diffusione di documentazione riportante dati circostanziati sugli obiettivi da colpire, coniugata a tentativi di favorire convergenze tattiche tra le diverse visioni dell’agire anarchico”.

Servizi interni

L’attività informativa, si legge sempre nel report, “ha confermato l’intensità dei collegamenti internazionali dell’anarco-insurrezionalismo, evidenziando assidui contatti, sia fisici che virtuali, tra militanti, nonché una loro sostenuta mobilità tra diversi Paesi, in occasione di iniziative propagandistiche e di mobilitazione”. E dal report dei servizi emergono dettagli inquietanti. “Nonostante l’incisiva azione di contrasto degli ultimi anni e le divergenze tra le varie componenti il movimento si è reso protagonista di numerose sortite, rivendicate e non, che hanno preso di mira obiettivi riferibili ai tradizionali fronti di attivazione libertaria: ‘lotta alla repressione’, non solo nella consueta accezione di ‘solidarietà rivoluzionaria ai compagni prigionieri’, ma sempre più anche in chiave ‘antifascista’ e ‘antirazzista’; campagna contro le grandi opere (Tap in primis); antimilitarismo; opposizione al ‘dominio tecno-scientifico’. Molteplici le modalità operative adottate, tutte, peraltro, tipiche dell’armamentario insurrezionalista: dalle azioni di imbrattamento e danneggiamento a quelle potenzialmente letali dell’attentato dinamitardo e incendiario. Tutto questo in un contesto generale in cui le risultanze informative hanno evidenziato una tendenza crescente alla radicalizzazione della propaganda, soprattutto attraverso la diffusione di documentazione riportante dati circostanziati sugli obiettivi da colpire”. Il mondo antagonista, in questi anni, ha imparato ad organizzarsi, scegliendo come bacino di reclutamento anche la “popolazione straniera, ritenuta, in particolare dai segmenti più oltranzisti, un bacino di reclutamento capace di produrre conflitto”.

Servizi sicurezza esterna

Da non sottovalutare, inoltre, il fenomeno dei combattenti che erano partiti per combattere il jihad insieme allo Stato islamico e che ora stanno tornando. Sarebbero infatti 1700 i terroristi ritornati nel Vecchio continente e, sottolinea il rapporto, la loro pericolosità “risiede piuttosto che nei numeri, nel profilo stesso dei reduci, potenziali veicoli di propaganda e proselitismo, nonché portatori di esperienza bellica e di know-how nell’uso di armi ed esplosivi”. E ancora: i returnees appaiono “propensi a raggiungere quei Paesi che, per criticità strutturali o situazioni di endemica instabilità, finiscono con l’apparire attrattivi a quanti sono interessati a proseguire il jihad o anche solo ad eludere i controlli di sicurezza. Una delle mete privilegiate potrebbe risultare l’Afghanistan, teatro di conflitto ‘iconico’ nell’immaginario jihadista, ove la radicata presenza di estremisti stranieri – prevalentemente di origine pakistana e centroasiatica (soprattutto uzbeka) – può agevolare la ridislocazione di foreign fighters. Ciò tanto più in ragione dello scontro in atto, in quel Paese, tra Daesh da una parte e Taliban/al Qaida dall’altra e della prospettiva, ‘appetibile’ per entrambi gli schieramenti, di un ritiro delle truppe Usa”.

PARLA UNO DEI TRE COLLEGHI CHE FURONO IMPUTATI E POI ASSOLTI NEL PROCESSO PER LA MORTE DI STEFANO CUCCHI.




“Io mi sono trovato da innocente in una cupola, in una rete senza via di uscita che è stata architettata nei nostri confronti. Io non riesco ancora a capire come sia stato possibile”. Si è sfogato così Nicola Minichini uno dei tre agenti della Polizia Penitenziaria imputati e poi assolti nel primo processo per la morte di Stefano Cucchi. Minichini, nei cui confronti le accuse sono cadute in tutti e tre i gradi di giudizio e “per non aver commesso il fatto”, parla in Corte di Assise nell’ambito del processo bis per la morte del giovane geometra arrestato per spaccio. Minichini ha ripercorso i dieci anni in cui per l’opinione pubblica lui e i suoi due colleghi della Polizia Penitenziaria sono stati “considerati” gli assassini di Stefano.
Davanti ai giudici si lascia andare: “Ad un mio collega, abbiamo tolto la pistola dalle mani, stava per compiere un insano gesto. Arrivare a vivere una cosa del genere per noi ha significato sprofondare nell’inferno più totale, non lo auguro a nessuno. Per settimane non sono potuto rientrare a casa perché avevamo i giornalisti sotto casa, a caccia di mostri. Sono stato rincorso da persone che guardando erroneamente le foto dell’autopsia mi chiedevano: come avete fatto a tagliarlo dalla gola allo stomaco?”. Minichini è ancora nel corpo di Polizia Penitenziaria, ma da anni è stato trasferito. Parla in aula, mostra la foto di Stefano. Rispetto al giorno in cui Cucchi venne processato, Minichini spiega: “Lo vidi che camminava da solo, ma a fatica. Aveva dei lividi sul volto. Si siedeva a fatica e su un fianco. Rifiutó di spogliarsi davanti al medico e chiese una pillola perchè aveva mal di testa, alla schiena e al fianco. ‘Come ti sei fatto questi segni?’ gli chiese il medico. E lui: ‘Sono caduto ieri sera dalle scale’. Il 22 ottobre – riferisce ancora Minichini – arrivó la comunicazione che Stefano era morto presso il reparto detentivo del Pertini”.
E poi “il 30 ottobre riferii al pm, il dottor Barba. Fu sconvolgente. Quando il pm interrogandomi parló di calci e pugni, io non capii. Avevo visto dei lividi sul volto di Stefano Cucchi ma non ne conoscevo la natura”. Poi il vero inizio dell’incubo per Minichini: “Il 14 novembre arrivó l’avviso di garanzia, ma già dal giorno precedente il mio nome compariva in tutte le televisioni. Sul documento c’era scritto: ‘con calci e pugni dopo averlo fatto cadere in terra ne cagionavano la morte’. Da quel momento la mia vita e quella della mia famiglia è cambiata per sempre”.







BASENTINI TIRA DRITTO E SE NE INFISCHIA DEI SINDACATI. SIGNORI, SIAMO DI FRONTE AD UNA GUERRA TRA POTENTATI IN PIENA REGOLA!

Le armate sindacali non ci stanno. Basentini di fatto prosegue nel gioco al massacro e lascia i sindacati con il culo a terra e tanta rabbia. Si, le sigle sono incazzate nere. Il Capo li snobba, li convoca all’ultimo minuto e neanche gli spiega i motivi. Tatticismo? Inizio di una nuova era nei rapporti tra sindacati e amministrazione? Il nostro pensiero sul “basentinismo” lo abbiamo illustrato più volte, e riteniamo a ragion veduta che non sia di sicuro l’uomo giusto al posto giusto. Nel rapporto con i sindacati, con questo genere di sindacati, con queste segreterie nazionali Basentini adotta schemi che lasciano presagire una gestione della cosa pubblica autonoma e indipendente dalle mire e dai giudizi delle sigle. Il suo scopo è isolare i sindacati e procedere senza intromissioni?

Questi sindacati meritano di rappresentare la polizia penitenziaria ai tavoli di confronto con Basentini e il suo DAP?

FOLLIA E CRIMINE, LE STRUTTURE SANITARIE PER I CRIMINALI MALATI DI MENTE SONO PIENE….

Sold out, posti esauriti. I pazzi criminali non hanno più alcuno spazio: o restano all’interno delle carceri con i guasti che ben conosciamo, a partire dalle aggressioni ai nostri, o vanno liberi e giocondi perché incapaci di intendere e di volere. Nel nostro Paese ci sono trenta Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (REMS) le quali, però, dispongono della metà dei posti che prima erano disponibili negli ospedali psichiatrici giudiziari. La solita buffonata. Riforme che paiono vere e proprie rivoluzioni d’ottobre e poi svaniscono nel nulla per mancanza di concrete alternative. In Francia o nella Repubblica Ceca gli OPG sono rimasti, ma sono strutture all’avanguardia per la cura e il trattamento dei criminali internati. Bastava adottare gli stessi principi da noi. No, la combriccola dei “riformatori” guidata dal tristemente noto Franco Corleone, ha spazzato via tutto senza pensarci su due volte. Intanto negli ultimi anni i reati contro la persona commessi da soggetti affetti da gravi disturbi psichici sono in aumento e pur commettendo talvolta crimini anche particolarmente efferati i tribunali li prosciolgono per infermità mentale sottoponendoli alle misure di sicurezza delle Rems, ma rimangono in libertà proprio perché non ci sono posti nelle strutture individuate dal Dap. E ce li ritroviamo in carcere, violenti, aggressivi, impuniti e intoccabili.