DETENUTI, GENTE CHE HA SBAGLIATO? NO, DELINQUENTI, E COME TALI VANNO TRATTATI

Ormai ci stanno rubando anche l’ultimo straccio di dignità rimasta durante il servizio in prima linea. La polizia penitenziaria vive una storia di mortificazione e dolore senza eguali da quando è nata dalle ceneri del disciolto Corpo degli Agenti di Custodia. Si ricordano di noi – al ari di uno specchio per le allodole – solamente negli scenari che anticipano una consultazione elettorale. Le carceri sono ormai “aperte”, in mano ai diversamente liberi, che scandiscono i secondi, i minuti, le ore del quotidiano di chi lavora in prima linea. E queste aperture con le infinite possibilità di contatto tra i camosci, generano crimine. Già, crimine, illeciti, traffici di droga e telefonini, rivolte, aggressioni. Le carceri dove operiamo noi, senza tutele, con protocolli d’ingaggio non più adatti a ristabilire legge e ordine, sono in mano a loro, a questi criminali che si contendono spazi all’interno delle sezioni. Voi direte: e voi cosa fate? Non possiamo fare nulla. Un solo agente contro duecento detenuti a spasso per il reparto (tanto per chiarire gli equilibri) nulla può fare. I detenuti devono stare dentro le celle, uscire solo per le visite dei familiari (una al mese non di più), per le visite mediche e per i passeggi o la socialità. Poi dentro, a blindo chiuso. E non deve volare una mosca. Un sogno, un bel sogno che abbiamo, ma che resterà solo un’illusione. Il carcere aperto produce solo reati, crimine, disordine. Un dirigente sindacale della UIL, Domenico De Benedictis, a proposito del carcere di Poggioreale, archetipo degli scenari tutti italiani, scrive che “un certo tipo di gestione penitenziaria aperta e incontrollata ha prodotto e produce solo ulteriore malavita all’interno delle carceri, dove clan di detenuti si contendono ogni giorno, a qualsiasi costo, piazze di spaccio e traffico di telefonini cellulari, ovviamente da queste due cose poi derivano una serie di dinamiche e ulteriori attività malavitose che determinano poi i più forti, le spartizioni, le sottomissioni, il controllo dei contrabbandi … etc., insomma, la malavita si riflette e continua dalla città all’interno del carcere, praticamente l’illecito, il reato, la violenza, varcano il muro di cinta per radicarsi all’interno del carcere, quasi come se là stessero al sicuro”. La polizia penitenziaria, costretta a recitare un ruolo secondario, perde ogni giorno che passa la propria identità di Corpo di polizia di uno Stato recalcitrante, di uno Stato che l’ha lasciata in mano agli eventi, ai “monsoni” di detenuti e loro fiancheggiatori. Come non pensare al ruolo svolto dai nostri vertici civili, a burosauri dal colletto bianco ma dall’animo sporco e ottuso. Il loro “lasciateli fare”, “niente punizioni”, ci demoralizza, ci immobilizza in una sorta di torpore che sembra essere il preludio di un’opera lirica dal finale tragico. Per noi, ovviamente. Allora ci domandiamo: cosa vogliono fare di noi, cosa dobbiamo diventare, cosa saremo domani? Che nessuno si dimentichi mai di un dettaglio: chi abita le celle dei penitenziari non è una mammoletta, ma uno che ha commesso reati e ora sconta una pena (spesso inferiore al dovuto), e che molto probabilmente tornerà a delinquere, una volta lasciato il carcere.

TERRORE A LIONE SI SOSPETTA ATTO TERRORISTICO…?

Terrore alla periferia di Lione, dove si registrano diverse aggressioni con accoltellamenti avvenute oggi pomeriggio a Villeurbane. Almeno una persona è morta, sei sono i feriti e uno molto grave. Gli aggressori erano, secondo i testimoni, in due, uno armato di coltello e l’altro di uno spiedo da cucina. Ci sarebbe un fermo da parte della polizia. Uno dei due aggressori è originario dell’Afghanistan. L’attacco potrebbe essere un atto di terrorismo.

FESTA DI FINE AGOSTO A BOLLATE. CAMOSCI UBRIACHI SE LE DANNO DI SANTA RAGIONE……

…….e ovviamente a rimetterci sono stati quattro nostri colleghi intervenuti per dividere i camosci (rumeni) con il tasso alcolico piuttosto al di sopra della norma. Uno dei colleghi si è beccato un bel cazzotto in faccia, gli altri lesioni varie. Dunque nelle prime ore del pomeriggio di ieri, dato che nel resort vacanze galeotte di Bollate (il carcere modello, come dice qualcuno) tutto si può, tutto può succedere. Puniranno i quattro camosci avvinazzati? Ma no, certo che non li puniranno, anzi, la prossima volta al festino parteciperanno anche volontari ed educatori, tanto per fare ancora più casino. Signore e signori, et voilà Bollate il carcere che rieduca!

Foto LaPresse

LUI DICE CHE SEGUE CON MOLTA ATTENZIONE, MA LE SBERLE LE PRENDIAMO NOI, E NATURALMENTE LUI NON CAMBIA UN FICO SECCO PER TUTELARE LA POLIZIA PENITENZIARIA

Il titolo del pezzo è particolarmente lungo, un po’ come i titoli dei film di Lina Wertmuller. Ma è importante centrare il focus dell’ennesima cazzata sparata da un guardasigilli che della polizia penitenziaria si è sempre fatto beffe. Insomma DJ BIBÌ (e il suo compare di merende e giochi BIBÒ, ovvero il Capo del DAP), ci fanno sapere che seguono con MOLTA attenzione le vicende del carcere perugino di Capanne e il DJ in particolare si spertica in lodi nei confronti degli esausti colleghi di Perugia, che avrebbero bisogno di ben altro, come del resto tutti i penitenziari della penisola. Un ben altro sotto forma di tutele e armi di dissuasione per contenere le violenze dei galeotti. Oltre al danno anche la beffa. La beffa dei 19 dei rivoltosi in altri istituti. Ma il DJ e il suo compare al DAP cosa credono di fare? Se i 19 hanno fatto casino a Perugia, ci riproveranno nei nuovi “alloggi”, spostando il problema da un istituto all’altro. La storia ce lo dimostra, specie con i detenuti stranieri. Ma loro, pur sapendolo, fanno finta di nulla. Guai a immaginare punizioni esemplari, guai a modificare e inasprire le pene per chi commette reati all’interno delle carceri, a costruire penitenziari punitivi riservati a questi soggetti poco inclini al rispetto delle regole, guai a stare dalla parte dei poliziotti, da sempre nella parte dei cattivi in questi real movie in cui il guardasigilli recita la parte dell’uomo invisibile capace di riemergere dalle nebbie della politica solo quando si tratta di cianciare e allungare qualche sorrisone di prammatica. E a noi non resta nulla, solo qualche cerotto per coprire le ferite e un pugno di mosche insieme al piatto di rospi che ci costringono a mangiare durante il servizio in prima linea.