IL CENTROSOCIALARO CRIMINALE (COME LO SONO TUTTI I FREQUENTATORI DI COTALI TOPAIE) BECCATO DALLA POLIZIA DI STATO

Arrestato dagli uomini della Digos di Torino un 40enne militante anarchico, responsabile di fabbricazione, detenzione e porto in luogo pubblico di ordigno esplosivo. L’arresto eseguito in collaborazione con la Digos di Verona è stato il risultato delle indagini svolte per l’operazione “Scintilla” dello scorso febbraio, durante la quale furono arrestati 6 militanti riconducibili al centro sociale “Asilo”⠀
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MAFIA. BOSS DETENUTO AL 41 BIS SCOPERTO CON TRE CELLULARI NEL CARCERE DI PARMA

di LIRIO ABBATE

Lirio Abbate

I detenuti al 41 bis, il regime speciale pensato in passato come il carcere “impermeabile” per i mafiosi, adesso, di fatto, è diventato permeabile. Non è più il “carcere duro” di venticinque anni fa, tutto è cambiato, e ora i boss riescono pure a comunicare con l’esterno attraverso telefoni cellulari. Nella cella di uno dei capi della camorra, detenuto al 41bis a Parma, Giuseppe Gallo, detto “Peppe o pazzo”, sono stati trovati tre telefoni, un Iphone e due apparecchi Android, che il camorrista teneva nascosti in cella. Tutti e tre perfettamente funzionanti e dotati di schede sim sulle quali sono state avviati accertamenti. La scoperta è stata fatta dagli agenti del Gom (gruppo operativo mobile) della Polizia penitenziaria e da quelli del Nic (nucleo investigativo centrale) e di questo rinvenimento è stata informata la procura nazionale antimafia. Il camorrista Gallo utilizzava quasi quotidianamente il cellulare, e indagini sono in corso per accertare con chi parlava e soprattutto se questi telefoni venivano utilizzati o messi a disposizione anche da altri detenuti. È uno dei primi casi in cui si scopre che un detenuto al 41 bis utilizza il cellulare. Tutto ciò fa pensare ad un allentamento di questo regime carcerario speciale che aveva come obiettivo quello di impedire i collegamenti con l’esterno. Sempre più spesso, invece, si scoprono telefoni cellulari nei reparti dei detenuti che sono in alta sicurezza, ma al 41bis non era mai accaduto fino adesso, almeno non risulta ufficialmente.

Il controllo dei 41bis è affidato agli agenti del Gom, un gruppo non “speciale” ma specializzato, chiamato a operare su problemi specifici come la detenzione dei boss. Sono agenti poco noti al pubblico, di notevole competenza e capaci di lavorare con grande sacrificio. Il loro reparto, anno dopo anno, viene ridimensionato per numero di agenti, mentre i detenuti sottoposti allo speciale regime aumentano sempre di più. Nell’ultimo anno il carcere “impermeabile” ha subito una serie di criticità per l’applicazione di una circolare varata due anni fa. Questo provvedimento, impugnato dai detenuti, ha portato la magistratura di sorveglianza a renderlo difforme tra i vari istituti. La volontà di uniformare questo regime detentivo si è così dimostrata un tentativo poco lungimirante di disciplinare gli aspetti della vita dei mafiosi carcerati. Il progressivo svuotamento dei contenuti del regime speciale, ad opera delle numerose pronunce della magistratura di sorveglianza, ha avuto risvolti negativi sia sulle finalità del regime ma anche sull’organizzazione dell’intero sistema che si occupa della gestione di questi detenuti. In più c’è pure la difficoltà per gli agenti di attuare le disposizioni quando si trovano davanti a strutture carenti che non permettono di far osservare al meglio il 41 bis e in tanti lamentano pure la mancanza di direttive specifiche a livello centrale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria su questo regime speciale. Il 41bis sembra essere stato dimenticato o lasciato al suo destino.

La scorsa commissione parlamentare antimafia, presieduta da Rosy Bindi, aveva affrontato nella relazione conclusiva questo regime di detenzione, sostenendo che «rappresenta un insostituibile corollario della legislazione antimafia di cui si è dotato il nostro Paese». Per poi aggiungere, usando le dichiarazioni rese in commissione dal procuratore antimafia Maurizio de Lucia che «il regime del 41-bis ha cambiato un panorama che prima della sua introduzione era assolutamente devastante, perché l’espressione “grand hotel Ucciardone” è stata coniata non dalla stampa o dai magistrati, ma proprio dai collaboratori di giustizia. Tutti, infatti, hanno raccontato cos’era il carcere (..) che non interrompeva il carattere di continuità di governo dei capi: quindi per loro era indifferente essere fuori o dentro il carcere, perché continuavano a comandare». Secondo la commissione antimafia «Se, non si interrompessero, soprattutto per le organizzazioni mafiose di tipo verticistico, i contatti delittuosi di taluni detenuti “qualificati”, lo stato detentivo dei soggetti per i quali ricorrono “gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica” ed “elementi tali da far ritenere la sussistenza di collegamenti con un’associazione criminale”, si rivelerebbe un fattore neutro per le associazioni criminali che continuerebbero a operare normalmente, perfino per le questioni di “straordinaria amministrazione”, così vanificando gli sforzi compiuti nella lotta alle mafie e le stesse finalità della pena».

Nella relazione veniva evidenziato che «numerose vicende registrate negli ultimi anni hanno dimostrato come, in effetti, l’istituto si sia rivelato indispensabile. È stato grazie all’articolo 41-bis che, per fare solo un esempio, la commissione provinciale di Cosa nostra non si è potuta ricostituire quando i “capi mandamento” della Sicilia occidentale, alla fine del 2008, necessitavano di rifondare la struttura di vertice che potesse consentire loro di tornare a realizzare, testualmente, “le cose gravi”. La necessaria autorizzazione del capo in carica, Totò Riina, proprio perché ristretto al “carcere duro”, tardava ad arrivare, sì da consentire all’autorità giudiziaria di intercettare le conseguenti agitazioni della consorteria mafiosa e, dunque, di interrompere, con gli arresti, quel pericoloso disegno criminale che avrebbe riportato la Sicilia nei suoi anni più bui». La commissione antimafia concludeva dicendo: «Il regime speciale continua a rivelarsi un importantissimo supporto per il contrasto alla criminalità mafiosa. Proprio per questo, lo Stato dovrebbe compiere un ulteriore sforzo per fornire le strutture adeguate senza le quali si rischia di vanificare le restrizioni adottate e di conferire loro una portata afflittiva contraria ai principi dell’ordinamento. L’adeguatezza riguarda, oltre che la creazione – mediante nuovi istituti o la riorganizzazione di quelli preesistenti – di penitenziari “dedicati”, anche l’aspetto sanitario, al fine di garantire ai detenuti tutte le cure e le assistenze necessarie, senza per ciò affievolire la tutela delle esigenze di ordine pubblico.

Per il resto, il quadro normativo, dopo gli interventi legislativi, appare idoneo al suo fine, anche se alcuni miglioramenti sono ancora possibili, come in tema di formazione dei gruppi di socialità e di uniformazione della giurisprudenza delle magistratura di sorveglianza, nei termini già indicati nel corso della presente relazione. Con riferimento alle prassi applicative, deve segnalarsi la preoccupazione sulle interpretazioni “umanitarie” che, dal campo dei sacrosanti diritti dei detenuti, si spostano sul sistema complessivo della prevenzione che viene irrimediabilmente compromesso, come avvenuto in tema di colloqui con l’esterno e di accesso alla stampa da parte dei detenuti, nelle accezioni chiarite nella pagine precedenti. Stessa preoccupazione si manifesta con riguardo all’interpretazione dei presupposti che danno luogo all’applicazione, prima, e alla proroga, poi, del regime speciale, che se non rapportate rigorosamente ai “gravi motivi di ordine e sicurezza pubblica”, può condurre a un’estensione considerevole dell’articolo 41-bis, sì da far implodere, alla lunga, l’istituto e, comunque da non assicurare, per i detenuti che effettivamente creano una situazione di pericolo, il funzionamento rigoroso del sistema». Intanto i mafiosi iniziano a telefonare dalle loro celle.

BUON POMERIGGIO CARISSIMI LETTORI VICINI E LONTANI…..VI COMUNICHIAMO CHE ORMAI LE CARCERI SONO IN MANO AI DETENUTI…

Una giornata difficile, una giornata all’insegna del delirio, quella vissuta dai colleghi in servizio a Benevento. Un detenuto (=bastardo), un delinquente campano, età 50 anni, alloggiato nel circuito della media sicurezza (per i lettori non facenti parte del Corpo, circuito di 2° livello: Sicurezza Media. In questo circuito è contenuta la stragrande maggioranza della popolazione carceraria) con l’ausilio di altri diversamente liberi, e naturalmente grazie alla solita sorveglianza dinamica (celle aperte e camosci in struscio lungo i corridoi della sezione) con forza hanno sfondato con la branda di ferro il cancello intermedio di sbarramento della sezione detentiva. La loro assurda violenza (che altrove sarebbe stata ridotta a mazzate e gas lacrimogeno) si è tuttavia infranta sul successivo cancello lungo il corridoio, che invece ha resistito all’assalto di queste merdacce (ovvero detenuti) che avrebbero potuto creare problemi all’intero penitenziario. Premeditazione? Possibile. L’idea era quella. Hanno fallito. Meno male. E ora? La solita denuncia all’autorità giudiziaria e le blande misure punitive (ci vien da ridere a definirle tali) dell’ordinamento penitenziario più garantista e farlocco del globo. Naturalmente sempre sotto assordante silenzio dei soggetti che abusivamente abitano la palazzina di Largo Daga 2, a Roma. E non diciamo di un certo Sorridente che pensa a tutto meno che all’emergenza carceri e a dotare immediatamente la prima linea di nuove regole d’ingaggio. E ci siamo capiti, no?

DAL MONDO DEGLI INVASORI CLANDESTINI: STORIE DI UN TUNISINO E DI ALTRO SOGGETTO AFRICANO, DAL GAMBIA

Ed entrambi – come sempre capita ai soggetti di tale fatta – hanno commesso l’ennesima violazione alle leggi del nostro Paese. La prima storia avviene tra le strade di Livorno. Nonostante dovesse rimanere agli arresti domiciliari gli agenti della Squadra volante lo avevano sorpreso in giro per piazza Garibaldi. E nell’occasione, reagendo al loro controllo, aveva preso a testate uno di loro, mandandolo all’ospedale con una prognosi di una settimana. Lo scorso 26 novembre la Squadra mobile della questura, guidata dalla vicequestore aggiunto Valentina Crispi, ha accompagnato in carcere il trentenne tunisino Hamed Hamza, accusato di resistenza a pubblico ufficiale. L’autore del reato, inizialmente agli arresti domiciliari con possibilità di assentarsi da casa per motivi di lavoro, nei giorni scorsi ha ripetutamente contravvenuto alle predette prescrizioni. Indagato per il reato di evasione, aveva nuovamente posto in essere atti di violenza nei confronti degli operatori di polizia intervenuti, per cui il gip del tribunale di Livorno, valutata particolarmente aggressiva la sua indole e ritenendolo sprezzante del rispetto delle norme, lo ha rinchiuso in carcere, dove è stato accompagnati dai Falchi della Squadra mobile. Invece a Monza, un africano originario del Gambia, ha iniziato prendere a calci e pugni un cartellone pubblicitario poi ha sferrato un pugno al fuoristrada dell’Esercito in stazione. Attimi di follia nella serata di lunedì in via Arosio quando il personale in divisa ha fermato per un controllo un ragazzo gambiano di 23 anni che aveva assunto un comportamento particolarmente molesto. Sul posto poco dopo le 20 del 25 novembre è intervenuta anche la volante della polizia di Stato che ha identificato il 23enne che era in possesso solo di una tessera della Caritas di Forlì e lo ha denunciato. Sul conto del giovane – che secondo quanto reso noto ha assunto un atteggiamento poco collaborativo – sono risultati alcuni precedenti per reati connessi allo spaccio di droga e alcuni ordini di allontanamento non rispettati. I colleghi della PS lo hanno arrestato. Il magistrato che farà? Ce lo ritroveremo tra gli zibidei mentre spacca qualcos’altro o peggio aggredisce qualche cittadino italiano?


IL CAMMELLO SI DÀ ALLA FUGA, MA I NOSTRI LO RIPORTANO INDIETRO. UN ALTRO ANIMALE (DETENUTO) INVECE NON RIENTRA DAL PERMESSO PREMIO

Un detenuto rinchiuso nel carcere di Cremona è fuggito dall’ospedale, ma la sua fuga non è durata molto. Un altro, invece, non è rientrato dal permesso premio. Ed è ancora ricercato. Il primo caso riguarda un nordafricano ritenuto ad “alto rischio di radicalizzazione religiosa”. Questo soggetto con stampella e tutore, era stato scortato in ospedale dai colleghi di Cremona. Questo criminale a rischio islam jihadista era in ospedale, doveva essere visitato. Una volta arrivato in ospedale, il bastardo ha gettato via la stampella, si è sfilato il tutore al braccio ed è scappato. Questi passaggi ospedalieri andrebbero ridotti al minimo indispensabile, sono situazioni che mettono in crisi l’operatività della Polizia Penitenziaria. Servizi esterni che avvengono in luoghi affollati quali i Pronto Soccorso talvolta senza adeguate garanzie di sicurezza e in isolamento radio con la sala operativa. La maggior parte dei ricoveri urgenti a vista per imminente pericolo di vita dei detenuti dagli Istituti Penitenziari vengono poi classificati codice giallo e sottoposti a lunghe attese in luoghi frequentati dai pazienti e dai cittadini che affollano i pronto soccorso ospedalieri.

Carcere di Cremona

Un altro detenuto, sempre di origine nordafricana, invece, non è rientrato in carcere dopo il permesso premio. E’ successo sabato. Ancora a Cremona.

E ABBIAMO ANCHE UN SIGNOR MAGISTRATO CHE AGGIUSTAVA LE SENTENZE IN CAMBIO DI “REGALI”

Pensate un po’, persino una puledra d’asina, una fornitura di fieno e una di paglia, anche un po’ di selvaggina. Così, come scrive Giuseppe Spallino sul Giornale di Sicilia in edicola, sarebbe stato corrotto il giudice di pace Angelo Parisi, di Montemaggiore Belsito.

Doni in natura che come lo stesso giudice ha ammesso, erano stati ricevuti per dare una aggiustatina a vari pronunciamenti in favore di chi si rivolgeva a lui per ottenere giustizia. Così la tesi della Procura di Caltanissetta, competente per indagini che toccano il distretto di Palermo, ha avuto il sigillo definitivo della Cassazione: quattro anni e sei mesi di reclusione. Una pena alta, tanto che Parisi è finito in manette e condotto al carcere di Messina.

SIAMO SICURI CHE IN CARCERE CERTI SOGGETTI SIANO “RIEDUCABILI”? MA CERTO, A SUON DI RAPINE

Una banda di italiani si era specializzata in rapine a mano armata a banche commesse soprattutto durante le giornate di pioggia. Ma l’ultimo tentato colpo non è andato a buon fine e i tre rapinatori sono stati arrestati dai carabinieri prima che assaltassero la filiale della Cassa di Risparmio di Lucca-Pisa- Livorno a Vicarello, frazione del comune di Collesalvetti. E, pensate, questi bravi ragazzi erano fans di un certo Renato Vallanzasca e di un altro bel soggetto di nome Felice e di cognome Maniero. Questi banditi avevano conosciuto i big del crimine in carcere. Probabilmente si saranno fatti raccontare le gesta dei due criminali DOC e avranno pensato di emularnme le gesta. Ma i Carabinieri gli hanno fatto passare la voglia, rispedendoli in carcere.

Con l’operazione di servizio denominata “Big Brolly”, per la predilezione degli arrestati a perpetrare le rapine in tempo di pioggia, sono finiti in carcere P.M., 67 anni, originario di Berra Ferrara, F.E., 38 anni, di Isola Capo Rizuto, e D.V., 67 anni di Framura (La Spezia). Lo scorso 22 novembre i carabinieri del nucleo investigativo di Livorno, con la collaborazione del nucleo investigativo del comando provinciale di Pisa, hanno arrestato i tre in flagranza per tentata rapina a mano armata. Era da tempo che gli investigatori avevano avviato un’attività d’indagine, coordinata dal procuratore livornese Ettore Squillace Greco, sul conto degli arrestati, pluripregiudicati con precedenti specifici per rapina ai danni di istituti di credito. In particolare, l’attenzione dei carabinieri era stata attratta, nei giorni precedenti, dalla ripetuta presenza dei tre nelle vicinanze della banca a Vicarello, rivelatisi poi veri e propri sopralluoghi, nonché dall’anomalo acquisto di calze da donna (l’atto dell’acquisto è stato filmato durante le indagini), che i tre avrebbero utilizzato per travisarsi il volto nel corso della progettata rapina.

Avuto il fondato sospetto che i tre malviventi avrebbero colpito, i carabinieri sono entrati in azione. Nella mattinata di venerdì 22 novembre, i tre banditi, giunti all’esterno della Cassa di Risparmio di Lucca-Pisa- Livorno a Vicarello, notata la presenza di un’unità specializzata dell’Arma, la cosiddetta Sos (acronimo che sta per Squadra Operativa di Supporto), solo momentaneamente hanno desistito da loro intenti. Dopo poco i tre tentavano nuovamente di portare a compimento la rapina ma ravvisando la persistente presenza dei carabinieri hanno poi rinunciato al loro progetto criminale. Il fastidio per la presenza dell’Arma è stato registrato dalle conversazioni intercettate immediatamente. A questo punto, i carabinieri sono intervenuti bloccando i tre una volta entrati all’interno di un garage, nella periferia di Pisa, che fungeva da covo. Perquisiti, i malviventi sono stati trovati in possesso di passamontagna, una maschera, calze di nylon, utilizzate per celere il volto, guanti in lattice, una riproduzione della pistola Glock calibro 8 e alcune targhe rubate.

I tre rapinatori sono stati così arrestati e condotti in carcere a Pisa, con le accuse, in concorso, di tentata rapina a mano armata, ricettazione e detenzione senza denuncia di munizioni per armi comuni da sparo. Il pm di turno della procura di Pisa, Sisto Restuccia, ha chiesto la convalida degli arresti al gip che ha accolto la richiesta in base al materiale probatorio raccolto, disponendo la custodia cautelare in carcere. I tre rapinatori, due dei quali con alle spalle una lunga storia carceraria (67 anni di età di cui 45 trascorsi tra le mura di una prigione), proprio mentre si avvicinavano alla banca raccontavano delle loro amicizie criminali, facendo riferimento a periodi di detenzione trascorsi con Renatino Vallanzasca, conosciuto nel super carcere di Novara, e con di Felice Maniero, il capo della mafia del Brenta.

COMUNICATO STAMPA DI FSP POLIZIA DI STATO

Riordino, Fsp Polizia: “Permane la vergognosa problematica del trattamento economico di chi supera concorsi interni, più responsabilità ma meno soldi”

“All’ennesima riunione in tema di riordino delle carriere, ci è stato presentato un correttivo che, per la terza volta, non corregge proprio nulla dello sciagurato riordino del 2017, e che noi bocciamo senza mezzi termini poiché non tiene in debito conto le diverse legittime aspettative del personale, e non sana una sola delle tante sperequazioni esistenti tra le diverse Forze di polizia. Fra i tanti annosi problemi, abbiamo evidenziato, per l’ennesima volta, come rimanga, pesante come un macigno, l’indegna problematica dell’incongruenza nel trattamento economico per chi nel Comparto sicurezza supera concorsi interni. Chi lo fa, infatti, riceve l’onore del grado, l’onere delle maggiori responsabilità, ma guadagna meno di quanto, complessivamente, prendeva prima. E’ davvero una cosa vergognosa, tanto più che il meccanismo che rende possibile tale scempio vale solo e unicamente per il Comparto Sicurezza e non per il resto del pubblico impiego. Giusto perché i poliziotti sono i più sacrificati e quelli che rischiano la vita ogni giorno, perché non fargli guadagnare anche meno di quanto gli spetterebbe? La risposta è sempre quella buona per tutte le stagioni: ‘perché non ci sono i soldi’. Il lavoro di chi porta la divisa, però, non può e non viene mai meno, anche se questo sembra non importare a chi tiene le redini di questo ingrato Paese”.

E’ la denuncia di Valter Mazzetti, Segretario Generale dell’Fsp Polizia di Stato che, dopo la riunione di ieri del tavolo tecnico sui correttivi al riordino delle carriere, torna sulla questione per cui la Federazione sindacale batte i pugni da tempo. “Si tratta – spiega Mazzetti – degli effetti distorsivi nell’elaborazione degli assegni ad personam da corrispondere a chi, partendo dalla qualifica di vertice di un determinato ruolo, supera un concorso interno e accede al ruolo superiore. Chi partecipa al concorso interno partendo da un incarico di vertice nel proprio ruolo, ha normalmente un’anzianità e altri parametri tali da guadagnare in pratica più di chi, pur trovandosi nel ruolo superiore, ha quegli stessi parametri per così dire ‘più bassi’. Per ovviare a questo viene riconosciuto ai vincitori di concorso un assegno ad personam che gli consenta di conservare lo stipendio di prima – quello del ruolo inferiore, ma che è più sostanzioso -, senza che, però, esso possa essere modificato, perché in pratica ‘assorbe’ in sé tutti gli eventuali miglioramenti che intervengono per il ruolo superiore cui si è giunti. Questo è totalmente ingiusto – conclude Mazzetti -, non solo perché tutte le indennità accessorie sono comunque bloccate al livello della qualifica rivestita in precedenza, ma anche e soprattutto perché, in caso di rinnovo del contratto, chi è giunto al ruolo superiore con concorso interno non potrà percepire alcun aumento”.