I SELFIES DEI COLLEGHI, ECCO LO STRACCIONISMO ETICO E PERSONALE DI UN CORPO IN DISFACIMENTO

Non abbiamo nulla contro i selfies. Sono ormai mezzo di trazione per raccontare sé stessi, ma vanno usati con discrezione e intelligenza. Altrimenti sono un disordine dismorfico del corpo, un disturbo psichiatrico che porta ad avere sempre l’impressione di essere brutto o deforme. Insomma, un difetto immaginario dell’aspetto esteriore che diventa incubo e ossessione quotidiana. Se prima la si sfogava trascorrendo ore di fronte allo specchio, adesso lo specchio sono i social network. Dove si entra tramite l’immagine, dunque lo scatto senza sosta di selfie. Specie un certo tipo di selfies, laddove la verità è celata dietro sorrisi e ammiccamenti. Nel caso della polizia penitenziaria è tutto falso. Il Corpo è allo sbando, ma lo straccionismo etico di molti colleghi racconta una storia diversa, con le uniformi che ci sono (e non è così), sorrisi “ad abundiantiam” (poi un minuto dopo aggrediscono un collega della prima linea), e giovanotti appena arruolati che se la tirano con l’uniforme (l’unica) stirata e linda. Sembra che tutti questi colleghi vogliano costruire una propria identità. Ma quale? E come? Come uno specchio, che però è opaco e deforme. Invece di scattare selfies, non sarebbe meglio scendere in piazza, bloccare le attività negli istituti, innalzare barricate, protestare con durezza come i colleghi francesi nel 2018? Che, va detto, all’indomani delle proteste ottennero ciò che chiedevano e nessuno di loro fu sottoposto a procedimento disciplinare?

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