AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA, DIARIO DI UNO SCONCERTANTE NAUFRAGIO

Ma che cosa è successo? Perchè ci troviamo di fronte a una devastazione dell’etica capace di evocare, talora in forme ancor più squallide e pervasive, il fantasma della debacle? Oltre trent’anni fa, nel 1990, la riforma e il passaggio dal grigioverde al blu. Niente più stellette, e vennero i sindacati. Che hanno finito di distruggere le speranze di una reale crescita. Abbiamo tentato più volte di rimuovere quel fantasma della fine del Corpo, e siamo ora a chiederci che cosa non abbiamo compreso del nostro passato e che cosa semmai è cambiato. Da dove nasce cioè una violazione quotidiana della legalità all’interno delle carceri. Le cronache ci dicono inoltre con impietosa chiarezza che oggi è chiamata in qualche modo in causa non solo la classe politica, ma una classe dirigente senza uniforme nel suo insieme. Mentre le amministrazioni penitenziarie europee si vergognano di fare il male come di comparire – per usare una metafora – in una conversazione con una macchia sul vestito o con un panno logoro o lacero, da noi è l’esatto contrario. L’amministrazione penitenziaria nostrana non fa altro che aprire varchi a disastri persino inimmaginabili dando vita all’ingovernabilità del sistema carcere, dominato da pulsioni violente e aggressioni ai servitori dello Stato in uniforme (che ci sono, nonostante tutto). C’è qualcosa dietro a questi atteggiamenti, diremmo manovre? C’è forse un messaggio che il DAP lancia o intende lanciare alla polizia penitenziaria? E’ indubbiamente essenziale che l’attuale vertice illustri con chiarezza i propri intenti, con il massimo realismo e soprattutto smettendo di raccontare bugie. E indichi gli strumenti e le competenze che saranno messe in campo (ammesso che ce ne siano), a partire da oggi e per i prossimi mesi. Ma siamo poco fiduciosi. Intanto ce lo stanno infilando (fuor di metafora, nelle nostre già infiammate terga.

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