LA MELA MARCIA DI SIRACUSA, FAVORIVA I CONTATTI ALL’ESTERNO DEI DETENUTI MAFIOSI

L’infedele ovviamente ha un nome e, al fine di fugare ogni dubbio, questo verme deturpatore dell’uniforme che indossa, ha chiesto il rito abbreviato (il che certifica la sua condotta criminale) beccandosi comunque 8 anni di galera. Paolo Zagarella, infedele in servizio al carcere di Siracusa, così si chiama questo traditore.

Zagarella avrebbe fatto da “ponte” tra i detenuti reclusi a Siracusa e le rispettive famiglie appartenenti ad ambienti mafiosi. Una notizia, quella dell’arresto dell’infame, che la scorsa estate fece parecchio rumore. Arresto che fu eseguito dai Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Noto e della Polizia Penitenziaria di Siracusa, dopo un’articolata attività di indagine, su disposizione del Sostituto Procuratore Gaetano Bono. Quest’ultimo ha, poi, trasmesso il fascicolo alla Direzione Distrettuale Antimafia di Catania per competenza, dopo l’interrogatorio, in quanto riteneva si dovesse contestare a Zagarella anche l’articolo 7 (aggravante mafiosa, appunto). L’accusa è di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, peculato e false attestazioni. L’infame mela marcia ha passato informazioni all’esterno del carcere di Cavadonna dove era in servizio. Zagarella ovviamente nega ogni addebito, ma le carte dei magistrati questa volta sono piuttosto chiare, così come gli esiti delle indagini.

RUSSIA, AGENTE DEL SERVIZIO PENITENZIARIO SALVA DALLE FIAMME UN UOMO ANZIANO

Olga Ratnikova fa servizio nel centro di detenzione preventiva-7 del Servizio penitenziario federale della Russia nella regione di Mosca. Mentre passeggiava con suo figlio e il suo cane, ha notato una casa privata in fiamme, da cui si poteva udire un grido di aiuto.

Senza perdere un minuto, la collega russa ha rimandato a casa suo figlio chiedendogli di chiamare i servizi di emergenza. Nel frattempo, a rischio della sua vita, la collega è entrata nella casa in fiamme, dove ha trovato un uomo anziano disteso sul pavimento. Lo ha trascinato sotto il portico della casa, mentre in quel momento giungevano i vigili del fuoco e un’ambulanza.

L’uomo è stato portato all’ospedale centrale di Yegoryevsk con la diagnosi di avvelenamento da monossido di carbonio. Al momento, nulla minaccia la sua salute. Se non fosse stato per il coraggio e le azioni decisive di Olga Ratnikova, gli eventi di quel giorno sarebbero finiti in tragedia.

TELEGRAMMA DA UN PENITENZIARIO DEL NORD ITALIA

INIZIO DETTATURA – da oggi l’agente di sezione diventa medico/infermiere – STOP – la mattina deve passare per i detenuti chiedenti visita e domandare il perché, il motivo, che sintomi ha il detenuto, quale problema ha – STOP – facendo un piccolo quadro clinico della situazione – STOP – in tutto ciò i medici chiamano l’agente in sezione e gli ordinano di andare a chiedere il perché il detenuto si senta male – STOP – tranquilli possiamo scendere ancora più in basso – FINE

CORONAVIRUS? NO, TUBERCOLOSI. VENTI “POSITIVI” AL TEST NEL PENITENZIARIO DI AGRIGENTO

Petrusa, Agrigento. Venti, per ora quelli accertati in seguito ai test della tubercolosi. Non significa che i venti siano malati, ma occorrerà che vengano sottoposti ad ulteriori indagini diagnostiche come ad esempio una radiografia polmonare. Una brutta situazione, davvero complicata.

Al momento al carcere di contrada Petrusa, fra detenuti, agenti della polizia Penitenziaria e docenti, sono stati fatti circa 150 test. Ad essere controllati sono stati tutti coloro che sono venuti in contatto o che possano essere venuti in contatto con un detenuto malato di Tbc che è stato recluso lo scorso mese di novembre. Quando il detenuto fu consegnato al carcere, aveva già la malattia? Fu sottoposto ad adeguati esami clinici? Nell’ormai lontano 2008 la Direzione generale dei detenuti e del loro trattamento emanò una lettera circolare nella quale era contenuto un protocollo operativo per affrontare i casi di TBC (vedi allegato). Viene rispettata? I protocolli vengono adottati? Parrebbe di no. Intanto dopo il caso di Palermo, ove un agente in servizio nel vecchio carcere borbonico di Palermo, è risultato positivo al test del Mantoux, pare che anche ad Agrigento carcere, luogo ove ha sostato prima di arrivare a Palermo, un detenuto straniero affetto da tbc, in atto da circa un mese è stato posto in isolamento.

MA, SCUSATE, IL DAP NON AVEVA ACQUISTATO GLI STRUMENTI PER “FODERARE” GLI ISTITUTI DALLE “ONDATE” TELEFONICHE?

Possibile che ancora dobbiamo assistere a questo viavai di cellulari e relative sim? Siamo nel carcere di Asti, qui i nostri hanno scoperto il telefonino e la sim all’interno dell’appartamento di un ergastolano, e qualche giorno fa hanno bloccato un pacco destinato al camoscio di turno con DUE microtelefoni. Senza contare aggressioni, insulti, minacce che la prima linea subisce quotidianamente. Saranno gli effetti del “trattamento” oppure la dimostrazione che i detenuti delinquenti sono e delinquenti restano?

E CHE CAZZO! MA QUESTI CHE HANNO IN TESTA? GIÀ, ORMAI IN ITALIA L’ASSALTO ALLA DILIGENZA È ROUTINE

Eccone un’altra, un’altra mogliettina che va in soccorso al maritino camoscio, portando al congiunto ben quattro involucri di “robba” buona per lo sballo. E si conferma l’assunto che i camosci hanno il culo o retto piuttosto capiente, tanto da immagazzinarvi involucri ripieni di delizioso contenuto. L’altro assunto invece ci dice che col cazzo che questi delinquenti vogliono redimersi. Altrimenti queste cose non succederebbero. La “robba” era per uso personale o a fini di spaccio? I colleghi dicono che, stando alla quantità, poteva essere più probabile la seconda ipotesi. Intanto la mogliettina è finita in manette. A proposito, tutto è avvenuto nel penitenziario di Viterbo.

GRAN BRETAGNA, SEI TRANSGENDER? ALLORA NON VAI IN CARCERE…

di Ilaria Paoletti (Il Primato Nazionale)

Londra, 28 febbraio – In Inghilterra, una donna transgender che ha minacciato il commesso di un supermarket con un martello da carpentiere è stata risparmiata dal carcere perché il giudice non era sicuro se mandarla in un carcere maschile o femminile.

Leila Le Fey, 40 anni, si era dichiarata colpevole aggressione e di possesso di un’arma dopo aver tentato di rubare del vino da un supermercato. Conosciuto/a anche come Layla Le Fey, Adam Hodgson e Marcus Smith, l’imputato è stato condannato dal giudice Stephen Mooney per il suo comportamento “ingiustificabile”. Inizialmente la condanna era di sei mesi ma i suoi avvocati sostenevano che sarebbe stata costretta ad andare in una prigione per soli uomini perché non aveva presentato un certificato di riconoscimento del genere. Quando il personale giudiziario ha rifiutato di confermare il genere di Le Fey, il giudice ha annullato la sua decisione e le ha concesso una condanna sospesa di sei mesi. Non è noto quando Le Fey abbia subito o meno un intervento chirurgico di riassegnazione del sesso. Un certificato di riconoscimento del genere può essere emesso solo se qualcuno ha effettuato la transizione da due anni.

Richiamando la Le Fey in tribunale un’ora dopo la sua condanna iniziale, il giudice Mooney ha dichiarato: “Sono sorti problemi. Viviamo in una società che riconosce e abbraccia la diversità e consente e incoraggia le persone a vivere la vita che vogliono. A volte la società non apporta le modifiche necessarie o appropriate in tutti i modi in cui può riflettere le modifiche della società nel suo insieme”. Il giudice ha detto che sebbene Le Fey abbia scelto di fare del male e possa essere punita con il carcere, non sopravviverebbe nel tipo di prigione in cui potrebbe andare. “Alla luce di queste informazioni sono giunto alla conclusione che, nel tuo caso particolare, mi consente di sperare in qualche forma di riabilitazione” ha detto quindi il giudice rivolgendosi alla Le Fey.

Tuttavia, la trans Le Fey ha un numero considerevole di precedenti: ha accumulato infatti condanne per oltre 50 reati, tra cui tre reati relativi a minacce con armi da taglio. Il poveretto, dipendente di un minimarket al minimo salariale, che lei ha minacciato con un martello per una misera bottiglia di vino se ne va invece con le pive nel sacco. Il suo genere è ben preciso: inferiore.

LE BUGIE DEI DETENUTI DI SAN GIMIGNANO INCASTRANO I COLLEGHI. QUATTRO DI LORO RINVIATI A GIUDIZIO

Le balle dei camosci a volte fanno più danni delle bombe o di un colpo di kalashnikov. E’ così che si uccidono cinque dei nostri accusati ingiustamente di tortura ai danni di questi signori che abitano le celle del penitenziario alle porte della cittadina in provincia di Siena. Insomma, per farla breve, i colleghi avrebbero pestato un detenuto tunisino, lasciato poi in cella ferito e senza sensi. Il detenuto, però, non ha sporto denuncia. Come mai? Semplice: non furono i colleghi a massacrarlo, molto più facile che siano stati gli altri “inquilini” della sezione, che poi hanno architettato la bufala per colpire i colleghi. Insomma, una vendetta. E non sarebbe la prima volta. Naturalmente aspettiamo come tutti gli esiti del dibattimento processuale, e le eventuali “prove” fornite dai testimoni che hanno riferito del presunto pestaggio. Dopodichè trarremo le debite conclusioni.

LA GIUSTIZIA ALL’ITALIANA. SPACCIA IN CASA NONOSTANTE SIA AI DOMICILIARI, IL GIUDICE LO GRAZIA LASCIANDOLO AI……..DOMICILIARI

La solita filastrocca. I protagonisti di questa agghiacciante vicenda sono due: uno spacciatore albanese e un magistrato, ovviamente italiano. La storia si svolge in quel di San Giovanni Valdarno, un comune della provincia di Arezzo, in Toscana. Qui i carabinieri arrestano un albanese per spaccio. Fin qui tutto normale. Meno normale è il fatto che costui – sottoposto agli arresti domiciliari – era già stato “cliente” dell’Arma, che lo aveva sorpreso a spacciare in casa, proprio mentre scontava la detenzione. Era stato trasferito in carcere ma dopo qualche mese era riuscito ad ottenere nuovamente la misura degli arresti domiciliari, in un’abitazione intestata ad una signora anziana, in cui abita il figlio tossicodipendente della signora. I carabinieri, durante i controlli, hanno trovato nell’abitazione, in particolare, nella stanza del pusher albanese, poco meno di 6gr di cocaina e quasi un grammo di “crack” oltre ad un bilancino di precisione.

Dunque i colleghi dell’Arma lo beccano per la terza volta consecutiva per lo stesso reato. Udienza con rito direttissimo. Stavolta andrà in galera? Ma no, un giudice geniale e garantista per eccesso lo spedisce nuovamente ai domiciliari. La giustizia all’italiana, un segnale chiaro: pusher di tutta Italia, datevi pure da fare, tanto al massimo finirete ai domiciliari…..

MA DAI, CAZZO! RIENTRI DA UN’ASSENZA CAUSATA DA UNA PRECEDENTE AGGRESSIONE, E TI RITROVI UN BASTARDO DI MERDA CHE TENTA DI AGGREDIRTI

Ma è possibile una roba del genere? Sei rimasto a casa diverso tempo a causa di un’aggressione, poi rientri e cercano di metterti nuovamente le mani addosso? E tu, lasciato in balia di questi animali – dovremmo dire animaletti, trattandosi del bestiario minorile di Airola – senza poter reagire e prenderli per il collo e sbatterli contro il muro, per poi rinchiuderli in una cella d’isolamento? Ma suvvia, ti pare che te lo lascino fare? Ma no, quei piccoli bastardi vanno rieducati, con le buone, sempre con le buone, anche quando devastano tutto e ti prendono a cazzotti. Il protagonista di questa tragedia, oltre al nostro collega, è un detenuto di Napoli, trasferito ad Airola dopo aver soggiornato nel resort di Nisida. Una bestia, uno di quelli che dovresti tenere in catene dalla mattina alla sera, uno che ha già un curriculum di devastazioni e violenza contro altri animali e contro i nostri colleghi di prima linea. Rieducazione? Trattamento? Si, se rigano dritti. Altrimenti che si aprano le porte dell’inferno. Ma vi pare da noi?