IL DEE JAY DELLA GIUSTIZIA PERDE PEZZI E DIGNITÀ. EPPURE RESTA BEN SALDO ALLA POLTRONA. L’ESIGENZA CHE TUTTI RIENTRINO NEI PROPRI RANGHI

Molti dei più stretti collaboratori del Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede si sono dimessi. Andrea Nocera, capo dell’Ispettorato – ufficio che svolge inchieste e accertamenti disciplinari sui magistrati – si dimette perchè indagato per corruzione. Il direttore del dipartimento amministrazione penitenziaria Francesco Basentini – scelto dal Ministro inopinatamente al posto dell’eccellente magistrato Nino Di Matteo, PM della trattativa Stato-Mafia – si dimette dopo lo scandalo di oltre 400 criminali, di cui alcuni al 41 bis, beneficiari degli arresti domiciliari a seguito di circolare del DAP emessa in piena pandemia da coronavirus. Il capo di gabinetto Fulvio Baldi si dimette dopo il coinvolgimento nelle intercettazioni sul caso Palamara, magistrato indagato per corruzione dalla Procura di Perugia. Si dimette il direttore generale detenuti Giulio Romano, autore della circolare in base alla quale pericolosissimi detenuti sono usciti dal carcere. Uno spettacolo penoso, l’ennesimo, prima di tutto per le istituzioni, e poi per i cittadini. Che dimostra come, se fai l’integerrimo, troverai sempre sulla tua strada uno che dice che in un caso non lo sei stato abbastanza. Sono da anni che gli italiani assistono a questo processo a spirale, che ha finito per delegittimare tutti: i politici, i magistrati, le istituzioni, l’esercizio della legge. Sarebbe opportuno che tutti ritornassero finalmente nei ranghi, e che si ristabilissero i principi base di separazione fra i poteri dello Stato, e di riservatezza nell’esercizio delle proprie funzioni, che sono un cardine della civiltà liberale. Cosa ci ricorda il caso Di Matteo-Bonafede e perché è opportuno che lo “scandalo” sia venuto fuori proprio in questo momento? Se come tutti dicono bisogna ridisegnare il Paese, per farlo ripartire dopo la più drammatica delle sue crisi, sarebbe assolutamente necessario che anche la giustizia rientrasse nell’agenda riformatrice. Anche perché i suoi problemi finiscono per riversarsi su tutto, anche su quella economia reale e produttiva che, per adempiere al massimo al suo compito, deve essere certa di lavorare in un sistema di regole certe e rispettate da tutti gli attori in campo.