UN DETENUTO DECIDE DI SUICIDARSI E LA COLPA DI CHI È? DELLO STATO! CHE ASSURDITÀ. E ALLORA TUTTI QUELLI SALVATI DALLA POLIZIA PENITENZIARIA?

E come al solito, dopo l’autodafè di questo soggetto, il 16 gennaio di 19 anni fa, uno zelante togato, il GIP di Messina, aveva rinviato a giudizio il direttore della casa circondariale della città siciliana e alcuni nostri colleghi, accusati di omicidio colposo e altri reati. Per fortuna nei successivi gradi di giudizio i nostri colleghi e il direttore del Gazzi sono stati scagionati da queste infami accuse. Tuttavia i genitori di questo soggetto morto suicida, tale Antonio Citraro, si sono rivolti alla Corte europea per i diritti dell’uomo. E, sentite un po’, la Corte europea ha accolto la loro richiesta, contestando il difetto di diligenza da parte delle autorità italiane, che hanno sottovalutato il rischio reale e immediato che Citraro potesse commettere atti di autolesionismo. Ci risiamo, è scattato il solito meccanismo delirante. Trovare qualcuno da incolpare può essere un tentativo di ridare un senso a qualcosa che non si riesce a comprendere e di esprimere la rabbia legata alla percezione del suicidio come un rifiuto. Quindi scagionati (fortunatamente) gli operatori del carcere, resta l’incessante ricerca di una ragione che giustifichi il suicidio. Qualcuno, si dice, dovrà pur pagare. I familiari in preda al delirio, con l’aiuto di un legale, esaminano gli eventi e le condizioni che hanno preceduto la morte e indagano su tutto ciò che può aver portato al suicidio il loro congiunto, sopraffatti da mille perchè. Avrà subito pressioni esterne che possono averlo influenzato? Perchè non mi ha chiesto aiuto? Perché non mi ha detto che pensava al suicidio? Per farla breve la Corte europea contesta all’esecutivo italiano il fatto che nelle carceri “devono essere sempre adottate le misure di protezione della vita dei detenuti, a prescindere dai delitti per i quali sono accusati. In definitiva, la Corte ha affermato il principio che deve essere garantito il diritto alla vita del detenuto, al quale deve essere assicurato trattamento umano e non degradante”.