UN MEDICO E LA RIVOLTA NEL CARCERE DI MODENA. IL MALE DEL “BUONISMO” CARCERARIO

Abbiamo intercettato in rete la lettera del responsabile della medicina penitenziaria della ASL di Modena (qui: http://www.settimananews.it/societa/medico-salvato-dai-detenuti/ ) , dunque in servizio nell’istituto della città emiliana. Una lettera che noi abbiamo trovato incomprensibile, non fosse altro che per certe esagerazioni in essa contenute. “Il mondo del carcere è davvero molto particolare. Chi è detenuto è già stato condannato dalla società civile – scrive il medico – e paradossalmente, più che altrove, questo è proprio l’ambiente dove è importante non giudicare nessuno”. Il detenuto è già stato condannato dalla società civile perché ha commesso reati di cui francamente non troviamo alcuna giustificazione, se non quella di scontare la giusta condanna (che in Italia non esiste, causa indulti, sconti di pena, riti abbreviati, ecc.). Dunque il detenuto merita la condanna, e non è vero che le carceri siano poco dignitose. Con questo alibi si dà voce a criminali e delinquenti e alle loro “lacrime di coccodrillo” a cui volentieri partecipa anche il nostro dottore di Modena. Altro punto un tantino discutibile di queste riflessioni del medico penitenziario è quello relativo alla descrizione della feroce rivolta di marzo che distrusse buona parte del penitenziario modenese. “Tralascio le considerazioni sociologiche sulle condizioni di vita dell’ambiente carcerario – scrive ancora il medico – e sulle paure che il “Coronavirus” ha suscitato negli animi dei detenuti. Forse proprio la paura di fare la morte del topo in gabbia, le restrizioni dovute alle necessarie indicazioni di prevenzione sanitaria per il rischio di epidemia all’interno degli istituti, e la strumentalizzazione sempre presente per il desiderio costante di uscire dal carcere, hanno innestato la miccia della rivolta. Non solo a Modena”. Ecco che il nostro dottore si accoda ai buonisti che hanno indicato nel Covid il vero responsabile delle turbolenze carcerarie di marzo. Ma si sbaglia, e anche di parecchio, perché le rivolte, pur avendo nel coronavirus il pretesto, in realtà furono manovrate da una regia criminale esterna. I detenuti hanno colto la palla al balzo per chiedere ulteriori aperture, poi per essere “scarcerati”, virus o meno. Tanto da ottenere l’emanazione di quella famosa circolare del 21 marzo, che apriva le porte dei penitenziari, compresi i 41bis.

I Buonisti sono una razza numerosa e, pare, in rapida espansione nel nostro paese. Oggi, specialmente nei confronti dei detenuti, hanno fatto passi da gigante. Oggi, infatti, sono largamente rappresentati nella sfera politica, ben inseriti in quella sociale e ampiamente collocati nel mondo del giornalismo. Non esistono dati ufficiali che attestino l’esatto numero di Buonisti presenti nel paese, ma a giudicare dalla frequenza e regolarità con cui vengono nominati, sembra che la percentuale sia piuttosto alta. Ma chi sono veramente? Una razza perniciosa, sembra. A dispetto della stessa radice dell’aggettivo buono/a, i Buonisti non hanno, ahimè, niente a che vedere con la bontà intesa come nobiltà d’animo. Al contrario, sono responsabili di molti dei mali della società moderna tra cui le devastanti conseguenze dell’immigrazione nel paese, la diffusione della piccola criminalità, il terrorismo internazionale. Una pericolosità, peraltro, ben nota.