ANCORA A PROPOSITO DI MATTI SCOCCIATI….

La follia imperversa, dal 2008 viaggia sicura in tutte le direzioni. Questa volta giunge a Perugia, penitenziario di Capanne, alle porte della città umbra. Dunque REMS piene o inesistenti, allora il pazzoide dove lo ficchiamo? Ma si, buttiamolo in galera, insieme agli altri delinquenti, quelli “sani”. E vai. Dicevamo dunque di follia e violenza. Naturalmente a prenderle, nel senso di mazzate, uno dei nostri colleghi, aggredito da un detenuto con problemi psichiatrici. Passando poi in Sicilia, altro caso, altro folle, sotto terapia, ma “mischiato” con gli altri cammelli. Il detenuto ha colpito un ispettore e un assistente con uno sgabello e solamente il pronto intervento degli altri colleghi ha evitato che la situazione degenerasse. Il collega, insieme a l’infermiere e un altro collega, sono dovuti entrare nella cella per dare la somministrazione. Il delinquente, insomma il detenuto alle 7 si era rifiutato di prenderla. Nel momento in cui il poliziotto è entrato, il gaglioffo era disteso sul letto, si è girato e l’ha colpito al volto spaccandogli il sopracciglio sinistro.

La storia è sempre quella. Continuano a colpire la prima linea, senza che neppure un vagito, un barlume di sostanza escano dal palazzo dei miracolati, quel DAP “civile” di cui professiamo riforma o annullamento. La polizia penitenziaria non può più sottostare alle bugie e ai videoclip mentali di un vertice di magistrati e civili, pronti a girarti e rigirarti come un pedalino, senza alcun rispetto per te che operi in prima linea. Va tutto in vacca, e lo constatiamo direttamente in qualsiasi occasione, siamo di fronte allo sfascio di un sistema penale trasformato dalle “garanzie” e dalla aperture non solo di cella, ma dalla trasformazione in autentici suk arabi che gridano vendetta. E la deriva incombe. Manca il personale? O manca soltanto la voglia di rivedere tutto? Che ruolo ha il Garante in questo disastro conclamato? Oppure semplicemente ormai non frega più niente di niente a nessuno e la sindrome Titanic impedisce di guardare il mare? Tanto c’è la polizia penitenziaria…..

IL GHANESE CHE IMBRATTA LE PARETI DELLA CELLA CON IL PROPRIO STERCO

Dall’Africa con la follia, da noi sbarcano tutti, ma proprio tutti. Uno di questi è un malato di mente, prima “ospitato” a Rebibbia, poi trasferito nel carcere di Sassari. E qui ha continuato a dare di matto, sputa ai nostri colleghi, insomma ogni giorno ne combina una, ultimo il coupe de theatre della propria merda con la quale “intonaca” le pareti della cella.

Ora il garante locale ci viene a dire che andrebbe curato. In strutture idonee. Domandiamo allora a questo signor garante delle cosiddette persone private (per loro stessa responsabilità) della libertà perché nel 2008 si chiusero i manicomi criminali. Una “riforma” operata solo dall’Italia, con la solita iconoclastica demagogia e senza previsioni concrete di alternativa agli OPG. Quando poi sarebbe bastato ammodernare e gestire con criteri più avanzati la follia in regime detentivo. Gli OPG vennero dunque chiusi, poi riaperti all’interno dei penitenziari come “centri di articolazione mentale”, dato che le REMS poche e con pochi posti non bastavano ad accoglierli tutti, peraltro in sicurezza. Quindi il signor Antonello Unida, appunto garante locale, facesse meno demagogia e provasse a tirare le somme di uno scenario che non abbiamo creato noi della polizia penitenziaria, ma che subiamo ancor più degli stessi soggetti reclusi e magari con il cervello in brodo come il suddetto ghanese imbrattamerda.

UN MEDICO E LA RIVOLTA NEL CARCERE DI MODENA. IL MALE DEL “BUONISMO” CARCERARIO

Abbiamo intercettato in rete la lettera del responsabile della medicina penitenziaria della ASL di Modena (qui: http://www.settimananews.it/societa/medico-salvato-dai-detenuti/ ) , dunque in servizio nell’istituto della città emiliana. Una lettera che noi abbiamo trovato incomprensibile, non fosse altro che per certe esagerazioni in essa contenute. “Il mondo del carcere è davvero molto particolare. Chi è detenuto è già stato condannato dalla società civile – scrive il medico – e paradossalmente, più che altrove, questo è proprio l’ambiente dove è importante non giudicare nessuno”. Il detenuto è già stato condannato dalla società civile perché ha commesso reati di cui francamente non troviamo alcuna giustificazione, se non quella di scontare la giusta condanna (che in Italia non esiste, causa indulti, sconti di pena, riti abbreviati, ecc.). Dunque il detenuto merita la condanna, e non è vero che le carceri siano poco dignitose. Con questo alibi si dà voce a criminali e delinquenti e alle loro “lacrime di coccodrillo” a cui volentieri partecipa anche il nostro dottore di Modena. Altro punto un tantino discutibile di queste riflessioni del medico penitenziario è quello relativo alla descrizione della feroce rivolta di marzo che distrusse buona parte del penitenziario modenese. “Tralascio le considerazioni sociologiche sulle condizioni di vita dell’ambiente carcerario – scrive ancora il medico – e sulle paure che il “Coronavirus” ha suscitato negli animi dei detenuti. Forse proprio la paura di fare la morte del topo in gabbia, le restrizioni dovute alle necessarie indicazioni di prevenzione sanitaria per il rischio di epidemia all’interno degli istituti, e la strumentalizzazione sempre presente per il desiderio costante di uscire dal carcere, hanno innestato la miccia della rivolta. Non solo a Modena”. Ecco che il nostro dottore si accoda ai buonisti che hanno indicato nel Covid il vero responsabile delle turbolenze carcerarie di marzo. Ma si sbaglia, e anche di parecchio, perché le rivolte, pur avendo nel coronavirus il pretesto, in realtà furono manovrate da una regia criminale esterna. I detenuti hanno colto la palla al balzo per chiedere ulteriori aperture, poi per essere “scarcerati”, virus o meno. Tanto da ottenere l’emanazione di quella famosa circolare del 21 marzo, che apriva le porte dei penitenziari, compresi i 41bis.

I Buonisti sono una razza numerosa e, pare, in rapida espansione nel nostro paese. Oggi, specialmente nei confronti dei detenuti, hanno fatto passi da gigante. Oggi, infatti, sono largamente rappresentati nella sfera politica, ben inseriti in quella sociale e ampiamente collocati nel mondo del giornalismo. Non esistono dati ufficiali che attestino l’esatto numero di Buonisti presenti nel paese, ma a giudicare dalla frequenza e regolarità con cui vengono nominati, sembra che la percentuale sia piuttosto alta. Ma chi sono veramente? Una razza perniciosa, sembra. A dispetto della stessa radice dell’aggettivo buono/a, i Buonisti non hanno, ahimè, niente a che vedere con la bontà intesa come nobiltà d’animo. Al contrario, sono responsabili di molti dei mali della società moderna tra cui le devastanti conseguenze dell’immigrazione nel paese, la diffusione della piccola criminalità, il terrorismo internazionale. Una pericolosità, peraltro, ben nota.

24 SUICIDI NELLE CARCERI DALL’INIZIO DELL’ANNO. E IL GARANTE DEI DETENUTI DICHIARA GUERRA ALLA POLIZIA PENITENZIARIA

Cinquantamila euro annui di “indennità” (a spese del contribuente) al Garante dei Detenuti, per istigare le Procure ad indagare sul reato di Tortura per 25 suicidi tra le file dei detenuti. Bene… Dall’inizio dell’anno nelle carceri italiane si sono tolti la vita 24 detenuti. E’ il garante nazionale a comunicarlo nella sua relazione annuale sulla situazione negli istituti di pena. “Occorre segnalare – spiega – che ben cinque suicidi hanno coinvolto persone che in libertà erano senza fissa dimora e che in più di un caso si è trattato di persone che avevano appena fatto ingresso in Istituto e, conseguentemente, erano state collocate in isolamento sanitario precauzionale Coronavirus, come avviene per tutti i nuovi giunti”. Il garante ha anche comunicato che tre procure italiane (Napoli, Siena e Torino) hanno aperto ognuna un procedimento penale ravvisando il “delitto di tortura in atti di violenza e di minaccia compiuti da operatori della polizia penitenziaria nei confronti di persone detenute”. Il solito mondo alla rovescia, le solite bugie dei detenuti a cui abboccano prima il Garante nazionale, poi le procure. L’effetto della sostituzione della verità dei fatti con la menzogna non è solo che le bugie vengono accettate come verità e la verità considerata una bugia, ma che il senso con cui ci orientiamo nel mondo…e la differenza tra vero e falso è uno degli strumenti mentali che utilizziamo, viene distrutto. Colui che mente, cioè il detenuto, ha preparato la sua storia per il pubblico consumo, ben attento a renderla credibile, mentre la realtà ha la sconcertante abitudine di metterci di fronte all’imprevisto.

FATECI CAPIRE PER QUALE MOTIVO SIA STATA RESA PUBBLICA LA NOTIZIA DETTAGLIATA DEL TRASFERIMENTO DI UN BOSS DALLA SICILIA A VITERBO? PER QUALE MOTIVO? A CHI INTERESSA? E PERCHÈ?

Gesuela Pullara

La notizia, riportata stranamente dall’organo ufficiale d’informazione online del Ministero della Giustizia (che invece trattandosi di un capomafia avrebbe dovuto mantenere il riserbo), racconta dettagliatamente la vicenda che riguarda Vincenzo Di Piazza, 80 anni, a cui è stata revocata dal tribunale di Sorveglianza di Milano la concessione della detenzione domiciliare e per lui è stato quindi disposto il ritorno in una struttura detentiva. Il gran bastardo mafioso è stato trasferito nell’Unità ospedaliera di medicina protetta dell’ospedale viterbese Belcolle. Il Ministero riferisce che Di Piazza è stato prelevato dai Carabinieri dal proprio domicilio in provincia di Agrigento e condotto nel carcere cittadino. Il giorno successivo è stato trasferito a Viterbo dagli agenti del Nucleo Traduzioni e Piantonamenti di Agrigento, diretto dalla dottoressa Gesuela Pullara. “Il trasferimento – dichiara Pullara – è stato realizzato in tempi estremamente rapidi. Con il coordinamento da parte dell’Ufficio Sicurezza e Traduzioni del Provveditorato regionale, ci siamo subito attrezzati per portare a termine l’operazione nel rispetto delle normative anti-contagio”. “Per il trasporto del detenuto dal carcere di Agrigento all’aeroporto di Palermo – aggiunge Pullara – sono stati utilizzati due automezzi radiomobile della Polizia Penitenziaria e c’è stato l’ausilio di un’ambulanza. Gli agenti hanno indossato mascherina e guanti analogamente al detenuto. All’interno di ogni automezzo è presente anche un erogatore di gel igienizzante in ossequio alla disciplina anticontagio da Covid-19″. Di Piazza, che dall’inizio di maggio stava scontando la pena (18 anni per ‘associazione mafiosa’) ai domiciliari in base a una sentenza del tribunale di Sorveglianza, all’aeroporto di Palermo è stato preso in consegna dagli uomini del Gruppo Operativo Mobile (GOM) della Polizia Penitenziaria. Da qui un aereo è volato alla volta dell’aeroporto militare di Pratica di Mare, alle porte di Roma. Infine, come ultima tappa, il detenuto è stato trasferito nell’Unità ospedaliera all’interno della Casa Circondariale di Viterbo. Questo è il comunicato del Ministero con le dichiarazioni della Pullara. Chi ha autorizzato Gesuela Pullara a rendere pubblica una traduzione così delicata? Ora, ci si chiede, questa dettagliata “relazione di servizio”, dove mancano solo i dati relativi agli orari di partenza, arrivo, soste tecniche, resa spudoratamente pubblica, a chi doveva interessare? Chi si è dovuto tranquillizzare? O peggio, a chi si è dovuto dar conto? Ma è inutile, oggi il senso della riservatezza, del trattamento delle Operazioni con cognizione di causa senza megafonare movimenti, tipologie di azioni, coordinamenti, soste tecniche, NON esistono più. Oggi ci fanno la pelle dentro le carceri, per le inefficienze degli “uffici superiori”; fuori le carceri per megalomanie di Funzionari che per un po’ di notorietà sul loro operato pubblicano ai quattro venti dati, modus operandi e attività operative mentre dovrebbero farne a meno di renderle pubbliche. Per la malavita ogni minimo indizio, ogni piccola informazione che ottiene, è un punto in più di vantaggio per combatterci ed indebolirci. Tra manette troppo strette, Garanti, Associazioni e magistratura credulona, aggiungiamo le megalomanie di ingenui Funzionari.

Il boss Vincenzo Di Piazza

CONTRO IL POLITICAMENTE CORRETTO. I BUONISTI VOGLIONO SCHEDARCI: IL RAZZISMO È SOLTANTO UNA SCUSA

di Francesco Giubilei

Nel 1963, Hannah Arendt ci metteva in guardia sulla banalità del male nel suo celebre saggio. Se oggi la filosofa tedesca fosse viva, probabilmente constaterebbe come fondamentali battaglie di civiltà tra cui il contrasto al razzismo, si siano ridotte a uno svilente teatrino dell’assurdo con la volontà di cancellare la storia, promuovere una caccia alle streghe e rilanciare bizzarre teorie che portano a ottenere il risultato opposto da quello desiderato. Naturalmente prendiamo in prestito solo l’efficace titolo del libro della Arendt (passato alla storia della letteratura), tralasciando paragoni tra la tragedia dell’olocausto e la nostra epoca, ma lo facciamo per porre l’attenzione sulla banalizzazione di un problema serio come il razzismo che sta avvenendo nelle ultime settimane. Multinazionali che impediscono l’utilizzo della parole bianco o sbiancante, divieto di utilizzare doppiatori bianchi per personaggi di colore, prodotti alimentari come i cioccolatini Moretti tolti dagli scaffali perché “il loro nome evoca il razzismo”, non fanno che depotenziare il contrasto al vero razzismo. In questa contesto nascono proposte che, con l’intento di risolvere il problema del razzismo, non solo non aiutano nell’obiettivo ma creano nuovi problemi. È il caso dell’idea nata dal dottor Phillip Atiba Goff del Center for Policing Equity – e ripresa da Beppe Grillo – di misurare il razzismo per eliminarlo. L’attività di misurazione nasce analizzando i dati delle forze dell’ordine statunitensi ma la si vorrebbe estendere alle aziende poiché se un’azienda “non ha capito come misurare i modi in cui facilita gli impatti del razzismo sulla comunità che tocca, è a rischio sia morale sia finanziario. Questo soprattutto oggi”. La “misurazione del razzismo” assume una deriva preoccupante se applicata a trecentosessanta gradi nella società; per definire un comportamento razzista ci sono leggi che puniscono chi compie insulti o gesti di questo genere ma, se andiamo oltre la legge e introduciamo valori di misurazione arbitrari, chi ci garantisce l’oggettività dei criteri applicati? È razzismo chiamare le creme “sbiancanti” o i cioccolatini “Moretti”? Se così fosse, che cosa ci direbbe la misurazione? Pensare di risolvere il problema del razzismo con la sua misurazione non solo è sbagliato ma è anche inefficace. Per cancellare il razzismo serve anzitutto il rispetto reciproco tra le persone, a prescindere dal colore della propria pelle o dalla propria provenienza, punendo i comportamenti realmente razzisti ed evitando di utilizzare un problema che prescinde dall’appartenenza politica come uno strumento di propaganda ideologica e pedagogica. La banalizzazione del problema razzista ci impedisce di realizzare un serio e oggettivo dibattito. Per “cambiare le cause di tutto ciò”, come scrive Grillo, occorrerebbe lasciare da parte il tentativo di sovvertire istanze, tradizioni, usanze e modi di essere che caratterizzano la nostra storia e che nulla hanno a che fare con il razzismo, prendendo invece misure efficaci nei confronti di persone e realtà che si macchiano di comportamenti davvero razzisti.

IL MONDO ALLA ROVESCIA. ROSSO E UBRIACO OFFENDE LA CECCARDI. LA BOLDRINI SUSSURRA SCIOCCHEZZE SU TWITTER

di Francesco Storace

Se in Toscana il candidato rosso alla regione ha bisogno come un ubriaco di insultare la donna che guida la coalizione di Centrodestra evidentemente da quelle parti i numeretti dei sondaggi girano male. Non si spiega altrimenti come abbia fatto Eugenio Giani – quello che ha preso il posto del governatore Rossi gettato via come si fa con lo straccio vecchio – a scaraventarsi contro Susanna Ceccardi in malo modo, piuttosto greve per la verità. Nel firmamento politicante di solito la parte degli omaccioni spettava a quelli di destra, dipinti come i duri e cattivi della compagnia. Finché si è affacciato “il compagno Giani” che ha sibilato alla Ceccardi che è una cagna al guinzaglio di Salvini.

Ubriaco e rosso da’ della cagna alla Ceccardi

Proprio così. Il capo della Lega ha candidato una che tiene al guinzaglio sennò morde. Il gentilissimo aspirante governatore della sinistra ha dimenticato di avere di fronte una persona. Che è una donna. Non le ha detto sei affettuosa come un cane. No, le ha urlato che deve stare proprio al guinzaglio. Se non è ubriaco, deve essere gravemente malato e codardo il signor Eugenio, come lo ha elegantemente chiamato Susanna. Che certo non si è lasciata impressionare dal cafone. Quel che più infastidisce è il silenzio dei grandi elettori di Giani, gli esponenti della sinistra che insorgono se qualcuno osa chiedere come fa a fare il ministro una con la terza media come Teresa Bellanova. Nel suo caso, giù valanghe di accuse di sessismo. Eppure è una domanda-verità. Nel caso della candidata del Centrodestra alla regione Toscana, menzogne e offese che non trovano spiegazione. Persino la pasionaria delle cause perse, Laura Boldrini, si è dispersa nei meandri di Twitter senza osare replicare sulle agenzie di stampa una sciocca nota sulla questione. Ha scritto: “Infelice la frase di #Giani nei confronti di #Ceccardi. La polemica politica non deve mai trascendere in espressioni offensive o sessiste. Però mettiamoci d’accordo, questo deve valere per tutti, esponenti della #Lega inclusi”. Ecco, se si fosse fermata una frase prima, probabilmente sarebbe stata una presa di posizione accettabile. Ma non poteva, la Boldrini, non salire sul ring senza prendere parte di fronte a insulti inarrivabili. E ha aggiunto quel “deve valere per tutti” a giustificazione dell’offesa del candidato della sua parte politica.

La Boldrini si rifugia nelle solite sciocchezze

Poi, silenzio generale. È toscana la Boschi, ma non ha ritenuto di pronunciare una parola tutta presa a difendersi dalle rampogne di Renzi per essersi fatta parapazzare come una tronista. Non solo è donna la Ceccardi ma è anche leghista. E questo non va bene. Se poi ci aggiungi che è l’alfiere del Centrodestra tutto questo diventa insopportabile e per questo merita il linciaggio nel silenzio della sinistra e peggio ancora intriso di giustificazionismo in salsa boldriniana. È robaccia da haters, nota giustamente Giovanni Donzelli sul candidato della sinistra. E questo accade perché i compagni dell’osteria improvvisamente hanno il terrore di perdere la Toscana rossa che sembrava conquistata a vita. Ma questo non può autorizzare nessuno a cominciare la campagna elettorale a suon di offese inspiegabili. Ci vuole poco a scatenare odio: e non è proprio il caso di farlo. Soprattutto da parte di chi si credeva imbattibile perché sta al potere da decenni. La ruota gira.