MA DAVVERO LA POLIZIA USA È RAZZISTA? NO, NON È COSÌ, E VI SPIEGHIAMO IL PERCHÈ, NOSTRA ANALISI

Che i poliziotti statunitensi di ogni colore – bianchi, neri, gialli e latinos – si mostrino più aggressivi con gli afroamericani che con gli altri cittadini americani, è un fatto segnalato dai numeri: benché i discendenti delle vittime della tratta schiavista rappresentino solo il 14 per cento della popolazione statunitense, è afroamericano il 29 per cento di coloro a cui le forze di polizia sparano. Basta questo dato per accusare di razzismo la polizia americana? Certo che no, se si tiene conto di un’altra statistica: in diverse città USA agenti delle forze dell’ordine hanno sparato a neri disarmati, ma il 42 per cento di coloro che sparano a poliziotti negli Stati Uniti e di cui si riesce ad accertare la razza, risultano essere neri. Le forze dell’ordine mostrano pregiudizio verso gli afroamericani, ma solo perché l’esperienza gli dice che mediamente sono più pericolosi degli altri gruppi di popolazione. Lo confermano anche gli organi della giustizia americana, che mandano dietro alle sbarre una percentuale di afroamericani molto più alta della percentuale di bianchi e di americani di tutte le razze: secondo le stime più favorevoli, il tasso di incarcerazione dei neri è del 2,2 per cento, mentre quello della popolazione generale è dello 0,7 per cento (fra i bianchi è lo 0,4). Possiamo discutere le cause del maggior tasso di criminalità dei neri rispetto alle altre componenti della popolazione statunitense, possiamo attribuirlo a ingiustizie sociali e a emarginazione frutto di atteggiamenti razzisti verso i neri, al peso della storia e agli ambienti urbani dove tanti appartenenti a questa minoranza nascono e crescono, ma resta il fatto che il poliziotto medio non ha torto quando teme un atto aggressivo da parte di un nero più di quanto lo tema da parte di un bianco. Più che denunciare il razzismo, bisognerebbe concentrarsi sulle condizioni di vita degli afroamericani, sulle criticità che dipendono da loro stessi e su quelle che dipendono dalla società tutta intera.

Non saranno razzisti veri e propri, i poliziotti americani, ma sono gente dal grilletto facile, replicano i commentatori: in un anno hanno ammazzato almeno 458 persone mentre erano in servizio, e si tratta quasi sicuramente di una sottostima. Secondo alcuni analisti le loro vittime sarebbero un migliaio. In Gran Bretagna e in Giappone, nello stesso periodo, la polizia non ha ammazzato nemmeno un delinquente, in Germania solo 8. Anche calcolando i superiori tassi di criminalità americani e il maggiore numero di abitanti degli Usa rispetto ai paesi citati, pare proprio di essere davanti a una carneficina inaccettabile per un paese industrializzato e con alto indice di sviluppo umano. Che però diventa un filo meno sproporzionata quando la si confronta col numero dei poliziotti americani caduti in servizio nel corso di un anno: ben 46. Anche questa cifra surclassa quelle analoghe dei paesi evoluti. E allora per forza di cose si arriva alla questione delle questioni: quella delle armi. Negli Usa il diritto dei cittadini di possedere armi è tutelato dalla Costituzione nel secondo emendamento. Fa parte della filosofia individualista di vita americana, per la quale il diritto del singolo all’autodifesa deve essere garantito e promosso. Fa parte della storia di un paese impegnato a colonizzare terre selvagge e senza legge, abitate da indigeni ostili, per più di un secolo. Ma restare fedeli alla propria storia e a una certa visione della vita e dei diritti ha il suo prezzo: negli Usa circolano 300 milioni di armi personali, con un tasso pro capite prossimo a 1 arma per abitante che è il più alto del mondo. Mettetevi nei panni del poliziotto americano: quando lo chiamano per un intervento d’emergenza, la prima cosa che pensa è che si troverà davanti a criminali armati; quando ferma automobilisti indisciplinati e sospetti, pensa che tireranno fuori un’arma dal cruscotto e gli spareranno a bruciapelo non appena abbassato il finestrino. Nel solo distretto di New York, l’anno scorso gli agenti del NYPD sono stati coinvolti in 200.000 interventi dove avevano a che fare con persone armate. Giorno dopo giorno questo stress forma una mentalità, crea dei riflessi condizionati, produce quella personalità aggressiva e incline alla perdita dell’autocontrollo delle cui imprevedibilità tanti turisti e viaggiatori italiani negli States giurano di avere fatto esperienza.

Gli americani vogliono che le forze dell’ordine garantiscano la sicurezza in un paese dove circolano 300 milioni di armi. Nel 2008 la Corte Suprema ha confermato il diritto dei cittadini a possedere e portare armi. Gli stessi non possono lamentarsi troppo se poi la polizia si comporta come si comporta.

SECONDO BOLLETTINO DI GUERRA DEL 31 AGOSTO 2020, ANCHE UN SEMPLICE CAMBIO CELLA PUÒ SCATENARE UN’AGGRESSIONE

Certo che può, se nessuno insegna agli animali rinchiusi nei bestiari di tutta Italia disciplina e rigore. O meglio, la polizia penitenziaria avrebbe la possibilità di farlo, ma ti trovi contro gli alieni. Che si chiamano Dino Petralia e Roberto Tartaglia, due ufo scesi sul pianeta carcere senza sapere di cosa si parla. Civili, magistrati, ora per volere politico divenuti vertici di un’amministrazione confusa e allo sbando, che si trascina dietro una polizia penitenziaria sempre più a pezzi. Soprattutto massacrata dagli animali che occupano le celle dei penitenziari, e se gliele cambi volano stracci. Stracci sotto forma di aggressioni. Ditelo al collega di Monza aggredito da una bestia immonda con calci e pugni. Perché? Non voleva cambiare cella, l’immondo soggetto. E allora ha massacrato il collega, salvato soltanto dall’intervento di altri agenti. Sette giorni di prognosi. E se d’ora in poi all’ospedale ci finissero gli immondi bastardi che aggrediscono la polizia penitenziaria? Guardate come si fa nei paesi seri…..

MA VI RENDETE CONTO CHE SIAMO IN GUERRA? UNA GUERRA DICHIARATA DALLE ONG, DAL POLITICAMENTE CORRETTO E DA MIGLIAIA DI AFRICANI INVASORI

Inutile dire il contrario. L’Italia è in guerra, i clandestini che lasciano sbarcare sono il nemico da combattere. Insieme ai terroristi delle ONG. E ad un governo di fantocci che si è arreso alla sinistra immigrazionista e alle Coop che lucrano da sempre sugli sbarchi. Aumentano stupri, rapine, violenze. Sono loro, gli invasori, i responsabili del degrado e della violenza che ha investito le nostre città. Intanto la “capitana” dell’ONG già indagata torna a sfidare l’Italia in mare. Ce lo racconta, con dovizia di particolari, l’inviato de “il Giornale” Giuseppe Di Lorenzo: “Il nome della nave è quello di un’anarchica femmnista, Louise Michel. Il dipinto sul ponte porta la firma di Bansky, che la rende in pratica un’opera d’arte galleggiante. Il capitano, o la capitana vedete voi, si chiama invece Pia Klemp, meno famosa di Carola Rackete eppure non del tutto sconosciuta all’Italia. Già alla guida delle navi Iuventa e Sea Watch 3, la storia di Pia merita un po’ di attenzione a fronte del rinnovato attivismo delle Ong nel Mediterraneo. Già, perché mentre la Guarda Costiera italiana va in aiuto dalla Louise Michel e carica 49 migranti dei 219 a bordo, lei è sotto inchiesta per favoreggianento dell’immigrazione clandestina e rischia “fino a 20 anni di reclusione”. La magistratura italiana indaga, lei torna in mare, il governo le tende una mano. Se non si può definire una situazione assurda, almeno un po’ strana lo è. La storia tra le onde di Pia Klemp inizia con l’organizzazione Sea Sheperd che lotta contro “le attività illegali in alto mare”. Dopo anni di attività a bordo ottiene il brevetto da capitano. Biologa, 36 anni, è nata a Bonn ma quando non prende il largo vaga tra la sua città natale, Berlino, Amburgo e Bruxelles. Nel 2017 si imbarca nelle prime missioni umanitarie nel Mediterraneo: guida la nave Iuventa di Jugend Rettet; poi diventa la responsabile di una delle prime quattro missioni di Sea Watch 3, la stessa nave che comandava Carola Rackete quando scoppiò la polemica dello speronamento, l’arresto e tutto il resto. È proprio a causa della sua partecipazione alle attività della Iuventa che Pia finisce sotto la lente della procura di Trapani insieme ad altri nove membri dell’equipaggio e al personale di Medici Senza Frontiere e Save The Children. Era il 2 agosto del 2017. La Iuventa venne sequestrata al porto di Lampedusa insieme a telefoni cellulari, computer di bordo e altri dispositivi elettronici. L’indagine provocò un terremoto politico in Italia, primo atto di una serie di operazioni delle procure siciliane contro le navi Ong. L’accusa che ancora pende sul capo della capitana è quello di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: secondo i pm ci sarebbero stati contatti tra i membri dell’equipaggio e i trafficanti di esseri umani. I magistrati, che focalizzano l’attenzione su tre operazioni di salvataggio separate avvenute nel 2016 e nel 2017, ipotizzano inoltre che agli scafisti venissero anche riconsegnate le imbarcazioni per riutilizzarle in nuovi traffici di carne umana. Le organizzazioni negano tutto e giurano di aver svolto le operazioni nel rispetto della legge e del diritto internazionale. Tre anni dopo il procedimento è ancora appeso a un filo, come nel più classico dei casi giudiziari italiani. Ma nel frattempo Pia Klemp non si è fermata. Prima la Sea Watch 3, ora la Louise Michel. “Non vedo il salvataggio in mare come un’azione umanitaria, ma come parte di una lotta antifascista”, ha detto Pia al Guardian. Per l’Italia il risultato è in sostanza lo stesso: centinaia di profughi raccolti di fronte alla Libia e portati se possibile sulle coste del Belpaese. Lunga 31 metri, già di proprietà dell’autorità doganale francese, la Louise è più veloce delle altre navi Ong ma meno capiente. L’obiettivo è quello di arrivare prima della Guardia costiera libica, finanziata e sostenuta anche dall’Italia, per impedirgli di riportare a Tripoli gli immigrati. Venerdì scorso i 10 attivisti dell’equipaggio avevano già a bordo 89 persone quando hanno assistito altri 130 profughi. Troppi, per quel ponte piccolo e stretto. Così la nave ha iniziato a lanciare appelli alle autorità maltesi e italiane, che alla fine hanno inviato una motovedetta per imbarcare 32 donne e 13 bambini. Gli altri verranno caricati dalle altre Ong attive in loco, la Sea Watch 4 e la Mare Jonio di Mediterranea. Insomma: neppure 15 giorni in mare e l’opera di Bansky già fa parlare di sé. La Louise è partita il 18 agosto dal porto di Burriana, in Spagna, non lontano da Valencia. Ma i lavori erano iniziati molto prima in gran segreto. La collaborazione tra Pia e Bansky è nata con una e-mail improvvisa. “Ciao Pia, ho letto della tua storia sui giornali – le scrive un giorno l’artista – Sembri una tosta. Sono un artista del Regno Unito e ho realizzato dei lavori sulla crisi dei migranti, ovviamente non posso tenere i soldi. Potresti usarli per acquistare una nuova barca o qualcosa del genere? Per favore fammi sapere. Ben fatto. Banksy”. La Klemp pensa ad uno scherzo, poi deve ricredersi. I soldi arrivano, la nave anche. E così la “capitana” torna a solcare le onde e a “sfidare” l’Italia. Nonostante l’indagine a suo carico”.

BOLLETTINO DI GUERRA DEL 31 AGOSTO 2020, CAMOSCI IN GUERRA CON LA BATTITURA DELLE INFERRIATE

Un concerto che ai nostri di certo non piace. Sono due giorni che le truppe del male alloggiate nel carcere di Caltanissetta spaccano i timpani e pure le palle ai nostri colleghi. Sono i camosci in A.S., e le intenzioni non sembrano le migliori. Infatti il rischio è che proseguano ad oltranza. Soluzioni? Intervenire in forze e scatenare l’inferno contro il nemico, per l’appunto i camosci battitori. Tante legnate per fargli capire che in carcere ci si deve stare rispettando regole e civiltà. Ma quelli sono animali, allora vanno domati. Già, ma come fai a domarli se gli alieni del DAP sono i primi a girarti le spalle? Come fai a ristabilire l’ordine se i garanti e gli stessi detenuti ti denunciano per qualche manganellata tirata per ristabilire l’ordine nell’istituto? Guardate come funziona negli USA…..

ARRESTO DIRETTRICE LONGO, LE DICHIARAZIONI DEI COLLABORATORI: REGOLE DETTATE DAI DETENUTI E CONDIVISE DALLA DIREZIONE

da il ildispaccio.it

Sono gravi le contestazioni mosse dalla Dda di Reggio Calabria nei confronti dell’ex direttrice del carcere di Reggio Calabria, Maria Carmela Longo, oggi direttrice del carcere di Rebibbia a Roma, finita agli arresti domiciliari con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

LE DICHIARAZIONI DEI COLLABORATORI DI GIUSTIZIA

A pesare sul conto della Longo, le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, che proprio da quegli istituti reggini sono passati prima di “pentirsi”: Mario Gennaro, Francesco Trunfio e Stefano Tito Liuzzo. Il primo, nella sua carriera criminale, ha fatto fare soldi a palate ai Tegano con il business delle scommesse online. Arrestato nel 2015, racconta di aver potuto addirittura scegliere la cella e il compagno di detenzione, una volta tradotto in carcere. “Tramite un brigadiere” dice Gennaro, avrebbe scelto di Totò Polimeni, detto “U Troio”, anch’egli affiliato di spicco dei Tegano. Stando al racconto di Gennaro e agli accertamenti degli inquirenti, la dislocazione nelle due sezioni del carcere – “Scilla” e “Cariddi” – sarebbe stata di fatto scelta da Polimeni e da altri detenuti reggini.

DETENUTI CONDIVIDONO REGOLE CON L’AMMINISTRAZIONE

Uno spaccato confermato anche da Francesco Trunfio, per anni inserito nella potentissima cosca Piromalli di Gioia Tauro: “I primi di agosto del 2018 ci è stata data la possibilità di formare una cella con tutti i paesani, tutti della Piana, […] tutto ciò su disposizione dell’Amministrazione”. Conferme anche sulla distinzione delle due sezioni: “Il reparto Cariddi è occupato da detenuti reggini, l’abbiamo sempre chiamato ‘dei riggitani’ come Condello, De Stefano, ecc. (il controllo era di Michele Crudo). Il reparto Scilla, invece, era della Piana di Gioia Tauro. […] Si sa che nel reparto Cariddi i detenuti lavoranti sono solo reggini. Per esempio, il cuoco è ovviamente reggino. Le istanze per lavorare nel reparto Cariddi se non sei detenuto reggino non le fai proprio. L’amministrazione ufficiale del carcere avalla queste regole. I detenuti reggini hanno contatti con l’amministrazione del carcere e condividono con loro le regole di gestione di cui sto parlando. E’ un fatto notorio tra detenuti, tutti lo sappiamo”.

REGGIO CALABRIA DIVERSO DALLA ALTRE CARCERI: ENTRA DI TUTTO

Insomma, il carcere di Reggio Calabria sarebbe stato per molti un luogo di villeggiatura, per quasi tutti un micromondo in cui riproporre le medesime dinamiche criminali che attanagliano il territorio calabrese. A riferire, in particolare, sul ruolo della direttrice Longo, è il collaboratore Liuzzo, esponente della parte imprenditoriale della cosca Rosmini e diventato pentito dopo anni di detenzione e, quindi, di conoscenza di tale sistema. Secondo il suo racconto, la Longo avrebbe avuto rapporti preferenziali con qualche detenuto e avrebbe soddisfatto le richieste (indebite, evidentemente) di qualche avvocato per il ritardo degli spostamenti da un carcere all’altro: “Il carcere di Reggio Calabria è diverso dalle altre carceri” dice Liuzzo, che nella sua carriera criminale ne ha visitati tanti. Liuzzo ricorda che la direttrice Longo avrebbe anche ricevuto favori e regalie per favorire qualche detenuto. Liuzzo è, tra i tre collaboratori, quello che ha trascorso più tempo in regime detentivo. Per questo il suo narrato è ancora più pregno di informazioni circa la vicinanza di diverse guardie agli ambienti criminali più disparati. Attraverso queste connivenze, in carcere entrerebbe qualsiasi cosa: dalle lettere ai dolciumi, passando per gli alcolici. E la direttrice Longo avrebbe avallato questo e altri sistemi: “In un’occasione – afferma Liuzzo – dovevo essere trasferito da Reggio Calabria, ma è intervenuto l’avvocato Abate con la dottoressa Longo, non facendomi partire. Per quanto ne so, la dottoressa Longo aveva con sé una parte della Polizia Penitenziaria, mentre altri erano con il Comandante”.

IL SISTEMA CAMBIA CON L’ARRIVO DEL NUOVO COMANDANTE

Il sistema, infatti, cambia, con regole vere, con l’arrivo, nel 2017, del nuovo comandante, Stefano La Cava. Altri membri della Polizia Penitenziaria, invece, sarebbero stati totalmente al servizio degli ‘ndranghetisti detenuti. Un tale Ciccio, secondo Liuzzo “veniva con il sacco nero e mi portava le cose, ma non solo a me, nel senso il sacco nero quello dell’immondizia che danno, quello alto così, e là dentro per esempio mi facevano le crostatine di Villa Arangea, c’era la pasticceria, nelle bottiglie dell’acqua portavano il whisky […] facevano entrare il salmone”. Pure dinamiche di ‘ndrangheta, su cui né il vertice dell’Amministrazione, né la maggior parte delle guardie avrebbe interferito. Le principali cosche – i De Stefano, i Tegano, i Libri, i Condello, i Labate – decidevano i posti di lavoro più ambiti, quali, per esempio, la cucina, o le celle più confortevoli. La (non) gestione da parte della Direttrice determinava chi fossero i detenuti a fare il bello e il cattivo tempo, in danno dei detenuti ordinari, che non avevano aderenze con la ‘ndrangheta.

BLACK LIVES MATTER DA MOVIMENTO PACIFICO PER I DIRITTI DEGLI AFROAMERICANI A GRUPPO SOVVERSIVO E VIOLENTO

Gli Stati Uniti vivono questo burrascoso 2020 che, oltre ad aver subito la pesantissima scure della crisi economica dovuta all’epidemia di Covid-19, sta assistendo a frequenti e violente proteste da parte di Antifa e Black Lives Matter:

I due gruppi menzionati, teoricamente apartitici e utilizzati esclusivamente per chiedere più diritti per gli afroamericani, sono un ottimo strumento elettorale per i democratici in vista delle elezioni del prossimo novembre, in quanto godono dei mezzi economici e comunicativi per raggiungere e convincere milioni di cittadini nel mondo. Dopo un periodo di apparente calma, durato appena qualche settimana, i famigerati Blm – sigla utilizzata per identificare i protestanti dalla morte di George Floyd – hanno trovato nel Republican National Convention (RNC) l’ennesima scusa per disturbare gli affari del presidente Trump con il beneplacito del Partito Democratico statunitense; il convegno – svolto principalmente fra North Carolina e Washington D.C. – è utilizzato dal Partito Repubblicano per eleggere i candidati a presidente e vice presidente per le prossime elezioni, comprendendo anche – nel corso dei quattro giorni – molti discorsi di personaggi noti del mondo politico statunitense. Alla chiusura della convention ha parlato l’attuale presidente degli Stati Uniti che, oltre ad aver accolto di buon grado la candidatura alle prossime elezioni, ha aspramente criticato i governatori democratici per non aver saputo controllare la violenza delle proteste portate avanti dai Blm.

ORMAI LAMPEDUSA È AL COLLASSO. MIGRANTI CONTINUANO A SBARCARE

di Francesca Galici (il Giornale)

La pazienza di Lampedusa è arrivata al limite. Lo sbarco di ieri notte sull’isola ha fatto salire la tensione dei lampedusani, che si sono riversati sul molo per una protesta spontanea. In 370, non 450, sono arrivati ieri a bordo di un peschereccio, che si è palesato improvvisamente a 4 miglia dalle coste di Lampedusa. Sono state le motovedette della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza a intercettarlo e a scortarlo in porto, dove sono poi stati fatti sbarcare. Tutto questo mentre le due navi a pieno carico della ONG Sea Watch stanno facendo rotta verso le coste siciliane per chiedere un porto sicuro. “Il silenzio di Conte fa paura”, ha dichiarato il sindaco lampedusano Martello. Lampedusa è una polveriera pronta a esplodere e ora se ne rende conto anche il sindaco Totò Martello, che dopo la rivolta pacifica dei suoi cittadini al porto ha alzato ulteriormente i toni contro il governo. Adesso l’isola minaccia lo sciopero generale ed è lo stesso Totò Martello a dichiararlo. “Domattina convocherò i rappresentanti delle associazioni di categoria dell’isola, dichiariamo lo sciopero generale: abbassiamo le saracinesche, il governo nazionale continua ad mantenere un silenzio che fa paura. Qualcuno può ricordare a #Conte che Lampedusa è italiana?”, dice il sindaco, supportato in questo dai suoi cittadini. “Lampedusa sta morendo, Lampedusa dice basta”, urlavano gli uomini e le donne al porto ieri sera mentre chiedevano l’immediato intervento del ministro Lamorgese. L’hotspot dell’isola ospita 1100 migranti e ne potrebbe avere solo 200, tanto che gli ultimi arrivati sono stati trasferiti in una struttura a gestione ecclesiastica. La rabbia dei cittadini è tutta lì, nella preoccupazione di popolo che si sente abbandonato dal suo Stato distratto, che vive in un’isola troppo lontana da un governo centrale perché questo possa davvero capire il dramma che si sta consumando in questo fazzoletto d’Italia proteso verso l’Africa. “Posso capire che non si vedono arrivare i barchini. ma se un peschereccio di queste dimensioni con centinaia di persone arriva fin qui e nessuno se ne accorge, vuol dire che non c’è alcun controllo nel Mediterraneo”, aggiunge giustamente Totò Martello, che non si dà pace per l’arrivo fantasma di un’imbarcazione da oltre 100 tonnellate. Possibile che nessuno lo abbia avvistato prima? “Ma che fanno le navi militari? Mica siamo in guerra, perché non le impiegano per interventi di sicurezza in mare, e per trasferire i migranti?”, continua il sindaco di Lampedusa. Lampedusa, sit-in di protesta contro lo sbarco di 450 migranti. Bloccati pulmini diretti verso l’hotspot. Tensione con la polizia nella notte

La preoccupazione dell’isola, tra le altre cose, è legata al mancato rispetto delle normative anti-Covid da parte dei migranti in quarantena, che come testimoniato da più parti escono dall’hotspot e circolano liberamente nel paese, entrano nel supermercato e negli esercizi commerciali. Lampedusa è allo stremo ed è pronta ad azioni eclatanti: “Domani ci riuniamo con gli imprenditori locali dichiariamo lo sciopero sull’isola, questa situazione non ha precedenti. La gente in pericolo va aiutata, ma l’accoglienza umanitaria ha bisogno di regole perché qui adesso ad essere in pericolo siamo noi”. Dopo la protesta del porto, questa mattina le stesse scene si sono viste davanti al municipio di Lampedusa, dove un gruppo di cittadini si è riunito spontaneamente per chiedere la chiusura del’hotspot. I lampedusani hanno sempre dimostrato grande spirito d’accoglienza e sono noti per questo, ma adesso c’è in gioco la sicurezza e la salute di una comunità. Proprio questa mattina un migrante è stato portato all’ospedale con diverse fratture, causate da una caduta da oltre 4 metri nel tentativo di fuggire dal centro di accoglienza. “L’hotspot va chiuso, perché abbiamo oltrepassato ogni limite”, dicono a gran voce gli isolani. Adesso sull’isola sono oltre 1500 i migranti e oggi non è previsto nessun traferimento, a causa delle cattive condizioni meteo che non permettono alle navi quarantena di avvicinarsi all’isola.