DAL PIANETA DELLE SCIMMIE. “BUTTATO A TERRA, PRESO A CALCI”. I MIGRANTI TERRORIZZANO ROMA

di Elena Barlozzari e Alessandra Benignetti (il Giornale.it)

Quando i poliziotti in borghese l’hanno arrestato passeggiava in via Merulana, come se nulla fosse, a poca distanza dal luogo in cui, il giorno prima, aveva aggredito un ultraottantenne per strappargli dal collo la catenina d’oro. “Si sentono padroni di fare quel che gli pare, tanto non hanno nulla da perdere”, si sfoga la vittima della rapina messa a segno da un giovane nordafricano un paio di settimane fa nel centralissimo rione Esquilino. Sergio Zoppo è un arrotino di 85 anni, proprietario di una storica bottega artigiana al civico 66 della via che porta basilica di San Giovanni in Laterano a quella di Santa Maria Maggiore. Nel quartiere è un’istituzione. La sua è la prima coltelleria di Roma. Fu il bisnonno ad aprire i battenti nel 1871. Un mestiere trasmesso al figlio, al nipote e infine a Sergio, l’ultimo ad afferrare il testimone. Nessuno meglio di lui può raccontare la metamorfosi del quartiere. “Negli ultimi cinque anni il rione è cambiato radicalmente, si è riempito di sbandati, si accampano davanti alle nostre serrande, bevono e fanno i bisogni ovunque, noi negozianti – ci confessa – ormai ci sentiamo in pericolo”. L’insicurezza l’ha toccata con mano qualche settimana fa. Sembrava una mattina come tante, e invece lo straniero sulla trentina che gli ha chiesto di poter guardare meglio i coltellini svizzeri esposti all’interno del negozio improvvisamente lo assale. Il tunisino, poi rintracciato e arrestato dalla polizia proprio a due passi dal luogo del fattaccio, si avventa sulla catenina d’oro del coltellinaio. “Mi ha immobilizzato da dietro tenendomi per il collo, poi mi ha strappato di dosso la collana e si è dileguato”, ci racconta mentre si arrotola le maniche della camicia per mostrarci le escoriazioni. “La colluttazione è durata un paio di minuti, mi ha trascinato a terra e ho sbattuto il gomito ed il ginocchio ma in fin dei conti – ragiona Zoppo – mi è pure andata bene”. È ancora sotto choc: “Per fortuna me la sono cavata con qualche graffio e tanta paura, ma io sono una persona anziana, poteva davvero rovinarmi l’esistenza”. “Questo quartiere – accusa – è diventato un ghetto, pieno di stranieri senza arte né parte che arrivano in Italia sperando di trovare lavoro, ma poi finiscono a bere, spacciare, drogarsi e fare rapine”. Sono diverse quelle denunciate soltanto negli ultimi giorni. Ieri due ragazzi nordafricani, un libico e un marocchino, hanno portato via il cellulare ad una donna di sessantadue anni in via Marsala, nei pressi della stazione Termini. La scorsa settimana, invece, un cittadino iracheno di poco più che ventenne è stato arrestato nel parco del Colle Oppio per aver tentato di rapinare una coppia di ultrasettantenni. Lo stesso giorno, in via Carlo Alberto, un senegalese aveva cercato di sottrarre il telefonino ad un passante. Sempre per impossessarsi di uno smartphone, a metà settembre, un tunisino di ventuno anni ha pedinato una ragazza e poi, in piazza Manfredo Fanti, l’ha spinta con violenza tra due auto. Aggressioni e scippi non si contano più. “Ormai qui è diventata la prassi, e adesso che di turisti in giro se ne vedono pochi noi negozianti siamo finiti nel mirino dei balordi”, si lamenta l’artigiano. Per questo fa appello alle istituzioni: “Chiediamo che in strada ci siano più forze dell’ordine e che siano in divisa, per spaventare i malintenzionati”. Quando gli chiediamo se dopo il brutto episodio ha pensato di abbassare la serranda ci risponde senza un filo di esitazione: “Io non mollo, rimango qui”. “Questo negozio – aggiunge – è tutta la mia vita”.

EVASO, POI PRESO E IMPACCHETTATO DAL NUCLEO INVESTIGATIVO CENTRALE: È UN PLURIOMICIDA AMMESSO AL LAVORO ESTERNO

Anche se siamo del mestiere queste cose ci lasciano di stucco, nonostante decenni di pesante e malmostoso servizio svolto in favore dello Stato nelle carceri. E ci chiediamo cosa frulli per la testa ai magistrati di sorveglianza, educatori, dirigenti d’istituto. E’ la storia di Antonino Roccaforte, detenuto ergastolano e ammesso al lavoro all’esterno, che il 26 settembre scorso non aveva fatto rientro nella Casa di Reclusione di Porto Azzurro. Il 58enne, originario di Palermo, che sull’isola d’Elba stava scontando la pena dell’ergastolo per omicidio e altri efferati delitti, era uscito dal carcere come tutti i giorni per svolgere attività lavorativa e sarebbe dovuto rientrare entro le 23 per trascorrere la notte. Non avendolo visto rientrare, i colleghi della Casa di Reclusione di Porto Azzurro hanno subito lanciato l’allarme e sono immediatamente iniziate le ricerche. Le indagini sono state svolte in sinergia con i carabinieri dal NIC della Polizia Penitenziaria, che nella sua azione investigativa ha operato con il supporto di alcune unità del Reparto di Polizia Penitenziaria di Bologna, alle dipendenze del Nucleo Regionale del NIC dell’Emilia Romagna. Coordinati dalla Procura di Livorno, gli investigatori hanno rintracciato l’evaso alla stazione ferroviaria di Bologna, in procinto di partire per Milano alle prime ore della mattina. Svolte lo formalità di rito, l’uomo è stato accompagnato alla Casa Circondariale di Bologna. Ma state tranquilli, l’ergastolano, scontata una breve sanzione disciplinare, tornerà a lavorare all’esterno. Siamo pur sempre in Italia.

REDDITO DI CITTADINANZA? SI, MA LO PERCEPISCONO ANCHE I DETENUTI

La legge prevede l’esclusione delle persone in regime di detenzione o sottoposte a misure cautelari dal reddito, ma….a Pescara non è andata così. Per questo, 14 soggetti sono stati denunciati dalla guardia di finanza di Pescara, per un danno alle casse pubbliche pari a 95 mila euro. In parole povere i camosci hanno semplicemente omesso di essere in detenzione. Anche se un componente del nucleo familiare ha a carico una misura cautelare vi sono restrizioni: in quel caso la cifra percepita mensilmente viene ridotta. I finanzieri di Pescara hanno avviato un monitoraggio di numerosi soggetti che, al momento dell’attivazione della misura, erano in carcere o destinatari di misure restrittive. Tra i detenuti scoperti, i cui nuclei familiari hanno percepito il reddito di cittadinanza, figurano soggetti sottoposti a misura restrittiva per i reati di traffico di sostanze stupefacenti soprattutto ma anche per reati contro il patrimonio, quali l’usura, l’estorsione ed il furto. A quasi cinque mesi dal suo avvio, il grande buco nero del reddito di cittadinanza resta il sistema dei controlli. Di fatto, non è ancora entrata a regime la macchina che dovrebbe coinvolgere l’Inail, le fiamme gialle, l’Inps, le motorizzazioni e i Comuni non è partita. E non poteva essere diversamente: soltanto a giugno l’istituto di previdenza ha stilato un primo accordo con la Gdf sullo scambio dei dati, mentre si è dovuto aspettare fine luglio per definire le modalità delle attività di verifica, alle quali si devono attenere l’Ispettorato nazionale del lavoro. Con un’apposita circolare l’organismo ha annunciato che per i controlli il personale ispettivo potrà utilizzare le banche dati dell’Inps, attraverso una nuova piattaforma informatica predisposta dall’istituto che accoglie i dati di tutti i percettori di Rdc. Peccato che la banca dati non sia stata ancora implementata.

L’ENNESIMA FANFARONATA DEL PEGGIOR GUARDASIGILLI DELLA STORIA DELLA REPUBBLICA

La cazzata della settimana del DJ della giustizia. “Priorità del Movimento 5 Stelle ora è una riforma fiscale equa”, premette Alfonso Bonafede, il ministero della Giustizia con le cinque stellette. Il quale, a strettissimo giro di posta, aggiunge quanto segue: “Sul Recovery Fund non capisco perché si parli di ritardi, dobbiamo essere orgogliosi del risultato ottenuto dall’Italia”. Ma chi gli crede ancora? C’è forse qualche ingenuo che lo ritenga un vero ministro? Il ministro ridens assai smemorato, si pensi alle scarcerazioni dei boss – “non capisce” perché si parli di ritardi.

Lo abbiamo già scritto e volentieri lo ripetiamo. Il nocciolo del problema è questo: se fosse solo inadeguato, Bonafede sarebbe uno tra tanti in questo governo. Ma la Giustizia è un ministero troppo importante per essere lasciato nelle mani di autentici incapaci. Lo scaricabarile che ha inscenato a proposito delle rivolte nelle carceri degli ultimi giorni ha dell’incredibile. Se l’è presa con qualche funzionario, ma non ha detto una sola parola in difesa della polizia penitenziaria, che opera in condizioni estreme. Il fatto che sia un ministro per caso, inconsapevole della portata del suo mandato non lo assolve. Momenti di grande emergenza impongono guide di grande valenza. Anche se, a questo punto, chiunque al posto di Bonafede saprebbe far meglio.

IN CINA GLI OMICIDI VENGONO PUNITI CON LA CONDANNA A MORTE, IN ITALIA INVECE VANNO NEI TALENT IN TELEVISIONE

In Cina, una maestra della scuola materna è stata condannata a morte per aver avvelenato 25 bambini, dei quali uno è morto. Secondo quanto riferito dalla Bbc, Wang Yun, questo il nome della donna, era stata arrestata lo scorso anno. Alcuni bambini, alunni di un asilo nella città di Jiaozuo, nella Cina centro orientale, il 27 marzo del 201, si erano improvvisamente sentiti male ed erano stati trasportati d’urgenza in ospedale. I medici della struttura ospedaliera, dopo aver effettuato gli esami necessari, avevano attribuito la causa del malessere al porridge avvelenato, mangiato a colazione. Uno di loro era deceduto. Come spiegato dalla Corte del tribunale di Joiaozuo, l’insegnante aveva messo del nitrato di sodio nella colazione dei bimbi che erano seguiti da un’altra maestra. Secondo l’accusa, sembra che il motivo sia stato quello di vendicarsi in seguito a un litigio avuto con la collega dell’altra classe, riguardante la gestione degli alunni. A temperatura ambiente, il nitrato di sodio si presenta come un solido cristallino bianco e inodore. È un composto nocivo, irritante, che per il suo alto contenuto di ossigeno ha proprietà ossidanti. Viene usato in miscugli esplosivi, e a volte anche come additivo alimentare per la stagionatura della carne. Secondo quanto emerso dalle indagini, Wang Yun aveva cercato in precedenza di uccidere anche suo marito, utilizzando lo stesso metodo. Sembra che avesse acquistato il nitrato di sodio su internet e lo avesse somministrato al consorte. Questi era stato male ma non era deceduto. Il tribunale ha definito la sua condotta “spregevole e crudele”, asserendo che la condannata usava l’avvelenamento come vendetta. Per questo motivo doveva essere punita con una pena esemplare. Quanto avvenuto il 27 marzo dello scorso anno aveva scioccato la nazione e aveva fatto il giro del mondo. La donna è stata condannata alla pena capitale.

NOI DELLA VECCHIA GUARDIA, QUANTA ACQUA SOTTO I PONTI ABBIAMO VISTO PASSARE…..PURTROPPO ACQUA MELMOSA, SPORCA….E NESSUNO SI VUOLE ASSUMERE LE PROPRIE RESPONSABILITÀ

Quando l’errore di ieri era la chiave per imparare a lavorare oggi. Si, era.

Perché oggi, invece, arrivano superiori ordini da eseguire nella consapevolezza di agire ed indurti in errore (coprire più posti di servizio o uscire in traduzione sotto scorta) per poi sentirti dire, nel verificarsi dell’errore: collé è ovvio che ne paghi personalmente le conseguenze, che ti aspettavi una pacca sulla spalla!? In verità, però, intorno al termine e alla realtà dell’errore si consuma una vera e propria contraddizione nella nostra realtà lavorativa. Da una parte, ti trovi il Responsabile di turno o del servizio che ti spinge a lavorare sempre con l’ossessione della “performance” a tutti i costi per garantire risultati fini a se stessi, ma senza garanzia di riuscita se non solo grazie alle professionalità acquisite del Personale in servizio; dall’altra, invece, gli stessi Responsabili del servizio o del turno che ti hanno ordinato di agire e portare a termine un servizio, nella consapevolezza che l’incorrere in errore per un sottodimensionamento delle risorse umane è dietro l’angolo, si lasciano guidare, vigliaccamente, da una cultura punitiva dell’errore stesso, che determina una scarsissima considerazione del Superiore Gerarchico nonché del proprio Essere. Pertanto sarebbe ora che Responsabili di Servizio o di Turno riconoscessero i propri errori assumendosi la responsabilità di impartire ordini senza alcuna logica di sicurezza lavorativa. Questa presa di coscienza innescherebbe il giusto processo di conversione gerarchica, mettendo al riparo, tutelandolo, tutto il Personale che nonostante tutto esegue gli ordini.

Una via certa per recuperare l’accettazione, la stima ed il rispetto da parte degli stessi esecutori… a prescindere e nonostante tutto come nei tempi in cui gli Appuntati erano i Sovrintendenti di oggi, i Marescialli erano i Sovrintendenti di oggi e gli Ispettori/Comandanti di ieri erano i Commissari/Comandanti di oggi. Ma la generazione di servizio anni 90 è l’ultimo baluardo delle Gloriose Origini del Corpo di Polizia Penitenziaria.

OTTOBRE, TEMPO DI TESSERE, TEMPO IN CUI QUALCUNO SI ACCORGE CHE LA PENITENZIARIA È NEI GUAI

Eccolo, ripigola, il combat sindacalista Francesco Laura, casacca USPP, il vestito buono della domenica (d’altronde è tempo di tesseramenti), lingua appuntita, parole dirette e coincise. Sguardo alla Clint Eastwood della Trilogia del dollaro del grande Sergio Leone, e solita intemerata:

Laura potrebbe essere un autentico combattente (da poliziotto lo era davvero), ma anche lui si è pigliato la qualifica di dirigente sindacale di un’organizzazione che del sindacato di LOTTA non ha alcun connotato. Caro Laura, il sindacalismo di oggi in seno alla polizia penitenziaria, quello della concertazione, quello degli accordi con i vertici civili, quello della non conflittualità, quello della delazione ddi chi denuncia le vostre malefatte, quello degli accordi bidone sia nazionali che di comparto, quello che si fa carico dei problemi dell’amministrazione e persino dei detenuti (purtroppo è anche così), non porterà a nulla, e in questi ultimi decenni nulla ha dato. Quando chi ti rappresenta, chi dovrebbe tutelare i tuoi diritti, chi dovrebbe difenderti dalle malefatte dei civili, quello a cui paghi lo stipendio attraverso la trattenuta in busta paga, diventa il referente del “padrone”, va da se che ti ritroverai in ginocchio alla mercè dell’amministrazione, costretto ad accettare qualunque condizione lavorativa ti viene prospettata. Questi sindacalisti di mestiere, questi agenti dell’amministrazione in seno alla prima linea, nella stragrande maggioranza dei casi, tradiscono non tanto perché hanno una visione sbagliata del mondo, questi traditori sono tali perché si fanno corrompere e comprare, così come loro stessi corrompono e vendono fumo. Noi ci impegneremo fino alla morte per combattere tutto questo.