L’ASSOCIAZIONE GOVERNO DEL POPOLO QUERELA IL MINISTRO BONAFEDE E IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO CONTE

Per i più distratti, sono stati denunciati anche per FAVOREGGIAMENTO AD ASSOCIAZIONI CRIMINALI ANCHE DI STAMPO MAFIOSO

Il popolo è con loro e spera che giustizia sia fatta, ormai tutta Italia conosce la determinazione di Carbone, quando i media di regime non potranno più nascondere l’evidenza, cominceranno anche loro a parlare della vicenda per non screditarsi davanti milioni di cittadini.
OGNI INIZIO HA UNA FINE

I TERRORISTI DUNQUE ARRIVANO CON I BARCONI?

A cura di Giovanni Giacalone

Prima o poi doveva succedere nuovamente. Era inevitabile, perché vi erano già stati precedenti per quanto riguarda i terroristi arrivati via mare dal nord Africa utilizzando barche e gommoni. È un dato di fatto e un fenomeno noto da tempo. Il mondo politico era stato più volte avvisato dagli analisti che si occupano di terrorismo ma senza alcun risultato. La storia si ripete e così emerge che Brahim Aoussaoui, l’attentatore di Nizza che il 29 ottobre ha ucciso tre persone, decapitandone una, era arrivato a Lampedusa lo scorso settembre a bordo di un’imbarcazione proveniente dalla Tunisia per poi essere trasferito a Bari e lasciato libero di andarsene, con un semplice foglio di via. Tutto ciò in piena pandemia. Come già illustrato su ilGiornale.it, l’8 ottobre a Bari le autorità italiane avevano fatto sbarcare circa 805 migranti alla conclusione di un periodo di quarantena sulla nave “Rhapsody”. La gestione è stata emergenziale e Aoussaoui potrebbe plausibilmente essere stato tra quegli 800. Se così confermato, emergerebbero responsabilità enormi da parte del Viminale, tant’è che il Copasir ha immediatamente chiesto un’audizione al ministro degli Interni Luciana Lamorgese, mentre l’opposizione ne chiede le immediate dimissioni.

Una pericolosa ostinazione

Era il maggio del 2016 quando l’ex ministro della Difesa del governo Renzi e Gentiloni, Roberta Pinotti, dichiarava che l’arrivo di jihadisti con i gommoni le sembrava quasi impossibile in quanto “sono in grado di comprarsi dei biglietti aerei”, rilanciando invece il problema dei radicalizzati cresciuti in suolo europeo, come quelli che hanno colpito Francia, Belgio e Inghilterra. Una teoria, quella dei “jihadisti che non arrivano con i barconi”, sposata da esponenti politici e delle istituzioni come Matteo Renzi, Paolo Gentiloni e anche dal magistrato Armando Spataro. Renzi a suo tempo lì definì “slogan”, affermando: “Arrivano coi barconi gli immigrati a fare gli attentati…Ma i terroristi non usano le zattere, i terroristi che vogliono entrare nel Paese non arrivano attraverso le zattere”. Spataro invece affermò: “Da anni sentiamo dire delle balle sui terroristi che arrivano con i barconi” aggiungendo che non vi erano prove. Del resto anche l’intelligence italiana e l’antiterrorismo avevano indicato tale eventualità come “propaganda”, accogliendola con molto scetticismo e ciò nonostante l’allarme lanciato nel maggio del 2015 dall’allora ministro dell’Informazione libico, Omar al-Gawari: “Le infiltrazioni verso ‘Malta e l’Italia’, avverranno ‘attraverso i porti dominati da Fajr Libya’, la coalizione di milizie filo-islamiche al potere a Tripoli e nella parte ovest della Libia, quella più vicina alla Sicilia”, come riportato all’epoca dal quotidiano Il Messaggero che oltre a pubblicare le dichiarazioni degli 007 secondo cui “se militanti dell’Isis volessero arrivare in Italia non lo farebbero certo usando barconi sottoposti ai controlli delle autorità italiane dopo il salvataggio”, pubblicava anche quelle dell’allora ministro degli Interni, Angelino Alfano, secondo cui “non vi erano prove che tra i migranti erano presenti dei terroristi”. Una posizione strana quella dell’intelligence, considerato che nel dicembre del 2014 era emersa la notizia che la procura di Palermo aveva aperto un’indagine dopo che i servizi segreti avevano segnalato la possibile presenza di terroristi tra gli immigrati sbarcati nei mesi precedenti in Sicilia. Sul caso aveva indagato anche la Procura di Milano, come riportato allora dal professor Marco Lombardi dell’Italian Team for Security, Terroristic Issues and Managing Emergencies/Università Cattolica di Milano.

Bisogna tener presente che già nel 2013 il problema dell’arrivo di terroristi via mare dall’Africa era noto e veniva anche esposto dall’allora ministro degli Esteri, Emma Bonino: “Ci sono sospetti che dalla Libia fra i vari disperati arrivino in Europa anche jihadisti o qaedisti”, la quale aggiungeva che si trattava di un metodo utilizzato spesso da costoro.

I terroristi arrivati via mare

La lista di terroristi arrivati via mare e che hanno colpito (o erano in procinto di farlo) l’Europa in questi anni inizia ad essere lunga e tra i più noti troviamo il tunisino Anis Amri, l’attentatore del mercatino di Natale di Berlino, ucciso nella notte del 23 dicembre 2016 a Sesto San Giovanni dopo uno scontro a fuoco con una pattuglia della Polizia di Stato. Amri era arrivato a Lampedusa a bordo di un barcone nel 2011 e in Sicilia, oltre ad essersi ulteriormente radicalizzato, si era anche distinto per una serie di aggressioni e atti vandalici in diversi istituti di pena dell’Isola, prima di raggiungere la Germania e colpire a Berlino.

Tra aprile e giugno del 2018 venivano invece arrestati a Napoli i gambiani Sillah Ousman e AlagieTouray. I due avevano partecipato a un addestramento militare in un campo mobile in Libia dove si formano i futuri soldati o kamikaze dell’Isis ed erano pronti a compiere attentati in Europa. Nel dicembre del 2016 i due jihadisti erano saliti su un barcone diretto in Italia ed erano arrivati sulle coste siciliane, a Messina. Touray era stato trasferito a Napoli e Sillah in Puglia. C’è poi il caso del somalo Mohsin Omar Ibrahim, alias “Anass Khalil“, arrestato nel dicembre del 2018 a Bari mentre progettava di far saltare in aria le chiese durante il periodo natalizio. Arrivato nel 2016 in Sicilia a bordo di un barcone, il somalo aveva poi raggiunto Forlì e, dopo aver ottenuto un permesso di soggiorno umanitario, era tornato in Puglia, sistemandosi in uno stabile abusivamente occupato da extracomunitari nei pressi della stazione di Bari. Il 7 gennaio 2018 Anass Khalil aveva colpito alla testa un passante con una bottiglia di vetro dopo aver visto un video dove si spronava i musulmani a far guerra ai cristiani nei loro Paesi.

Il 13 agosto 2018 le autorità tunisine fermavano un gruppo composto da 9 jihadisti che si stava imbarcando su un gommone assieme a una decina di altri immigrati, tutti diretti verso le coste siciliane. Due mesi dopo, un tunisino di 25 anni arrivato a Lampedusa a luglio e ospite di un hotspot del posto, veniva riconosciuto da un suo connazionale che lo indicava alle autorità come ex combattente dell’Isis in Siria. Il soggetto in questione veniva dunque immediatamente rimpatriato dall’aeroporto di Palermo. Del resto anche Zaheer Hassan Mahmoud, il pakistano che lo scorso 25 settembre ha ferito quattro persone fuori dell’edificio della vecchia sede di Charlie Hebdo, era passato per l’Italia prima di raggiungere la Francia come “rifugiato”.

Il fiasco preventivo e la politica migratoria suicida

Il flop che ha permesso al terrorista tunisino di raggiungere indisturbato Nizza, arrivando a Lampedusa e passando per Bari dove è stato lasciato libero di proseguire il proprio viaggio con un semplice e inutile foglio di via, è l’esempio lampante di una politica migratoria suicida e di una totale carenza di screening preventivi che dovrebbero svolgere l’importante ruolo di filtro. È chiaro che per la legge dei grandi numeri, se arrivano migliaia di immigrati irregolari, diventa difficilissimo per gli addetti alla sicurezza implementare lo screening necessario per selezionare adeguatamente chi far rimanere e chi no. In Italia vige la regola del “dentro tutti e poi si vede”; in tali condizioni è ovvio che i terroristi hanno campo libero ed entrano come vogliono. Non si può dunque prendersela con chi ha il compito di vigilare, con risorse limitate e senza venir messo nelle condizioni ottimali per poter operare adeguatamente. Il problema è a monte e riguarda un’evidente mancanza di volontà nel voler fermare il forte e incontrollato flusso di clandestini provenienti dalle coste dell’Africa settentrionale che va oramai avanti da anni. I terroristi hanno dunque avuto tutto il tempo di infiltrarsi in Europa e per alcuni che passano all’azione, è plausibilissimo che ve ne siano molti altri pronti a farlo, aspettando soltanto il giusto input. Non si capisce in base a quali elementi si possa infatti pensare che in un contesto di estrema radicalizzazione islamista come la Libia e la Tunisia e la facilità con la quale si può raggiungere le coste italiane, i terroristi dovrebbero rinunciare a tale opportunità.

Oltre alla ritrosia nel fermare i flussi all’origine vi è anche una totale carenza di politica europea comune nell’affrontare il fenomeno dell’immigrazione clandestina, con i tedeschi che lasciano le loro navi delle Ong libere di scorrazzare nel Mediterraneo per raccogliere immigrati e forzare i blocchi italiani; l’Italia dal canto suo, non potendo gestire tutti, lascia che proseguano il loro viaggio verso altri Paesi europei. I francesi dal canto loro li lasciano imbarcare sulla coste della Manica e li scortano addirittura fino alle acque territoriali britanniche, come documentato dal leader del Brexit Pary, Nigel Farage.

CERTI SOGGETTI ORGANIZZANO MANIFESTAZIONI A SOSTEGNO DI CESARE BATTISTI….CIOÈ A SOSTEGNO DI UN CRIMINALE PLURIOMICIDA

Sta facendo discutere la manifestazione in favore del terrorista Cesare Battisti, fuori il carcere di Rossano (Cs) dove è recluso, organizzata dall’avvocato Adriano D’Amico, consigliere comunale di San Demetrio Corone (Cs) e membro del Comitato Politico Provinciale Rifondazione Comunista Cosenza, e Francesco Saccomanno, segretario provinciale Rifondazione Comunista-Cosenza.

“Se fossi un detenuto non vorrei che il mio nome fosse associato a quello di un pluriomicida, che tutto ha fatto fuorché pentirsi e dare finalmente un contributo di verità alla società”, il commento all’Adnkronos di Potito Perruggini, nipote di Giuseppe Ciotta agente di polizia ucciso nel 1977 da Prima Linea e presidente dell’Osservatorio nazionale per la verità storica Anni di Piombo.

Le foto delle vittime del terrorista Cesare Battisti

“Io considero Cesare Battisti persona in grado di poter reiterare azioni contro lo Stato, crimini – aggiunge – e quindi trovo lecito che non gli vengano concessi certi permessi e possibilità. Questo esula dalla considerazione più in generale che lo stato delle nostre carceri purtroppo è in pessime condizioni tanto per i detenuti quanto per chi vi lavora”.

Antonio Santoro, Maresciallo Capo degli Agenti di Custodia, ucciso da Cesare Battisti

“E poi penso alle forze dell’ordine, agli agenti della Polizia Penitenziaria, costretti a dover curare il benessere di questa gente”, conclude Perruggini.

Adnkronos

BRASILE, LA POLIZIA PENITENZIARIA PARTECIPA COSTANTEMENTE ALLE GRANDI OPERAZIONI DI POLIZIA

La polizia penitenziaria del Minas Gerais integra e partecipa alle operazioni integrate di polizia. Questo insieme a Polizia federale, Polizia militare e Polizia civile. L’ultima operazione ha visto quale scenario il cosiddetto Triangolo di Mineiro, una delle zone più problematiche della regione della federazione brasiliana. L’operazione si è concentrata sulla lotta al traffico di droga e alla criminalità organizzata, oltre 20mila agenti di polizia degli stati di Minas Gerais, San Paolo, Mato Grosso do Sul e Paraná, vi hanno preso parte.

FEDERAZIONE RUSSA, 31 OTTOBRE, GIORNATA DEDICATA ALLE DONNE E AGLI UOMINI DEL SERVIZIO PENITENZIARIO

Oggi, 31 ottobre, i dipendenti dei centri di custodia cautelare festeggiano.

La storia dello sviluppo dei centri di custodia cautelare è iniziata nel 1963, quando il consiglio del Ministero dell’ordine pubblico della URSS decise di creare un nuovo tipo di istituzioni operanti nel sistema penale sovietico. Tuttavia, la festa stessa è stata istituita molto più tardi, solo nel settembre 2006. Ad esempio nella regione di Volgograd oggi ci sono cinque centri di custodia cautelare, due dei quali possono essere classificati come patrimonio storico. Si tratta del centro di detenzione preventiva n. 2 a Kamyshin, nella regione di Volgograd, e del centro di detenzione preventiva n. 1 a Volgograd. Il centro di detenzione preventiva n. 1, meglio conosciuto come il castello della prigione di Tsaritsyn, è uno degli edifici più antichi di Tsaritsyn e allo stesso tempo il sistema penale. Le sue mura ricordano i tempi zaristi, le persecuzioni rivoluzionarie e gli attentati di Stalingrado. La storia della prigione Kamyshin, situata sulla riva destra del fiume Kamyshinka, iniziò durante il regno dello zar Alessandro II nel 1860. La costruzione della prigione della contea coincise con una pietra miliare storica per la maggior parte della popolazione della Russia zarista: l’abolizione della servitù della gleba nel 1861. Il lavoro dei dipendenti dei centri di custodia cautelare non è facile e richiede determinate qualità personali. Nel sistema russo, particolare attenzione viene riservata al personale che presta servizio nei centri di detenzione preventiva.

LE PAROLE DELLA COLLEGA CLOTILDE ARMELLINI, COLPITA IN PIENO DAL COVID

Una notte lunga… lunghissima…. insonne…. un incubo , un inferno, dal quale spero di risvegliarmi al più presto…. ho fame di salute, ho fame dei miei figli….. ho fame di vivere ❤️ grazie a tutte le persone che mi scrivono che mi sostengono. Grazie a tutte le infermiere oss i dottori di pneumologia di Alessandria ,e di tutta Italia la mia gratitudine sarà sempre infinita per tutto quello che fate per me….e per chi sta male come me…. e grazie alle mie sorelle virtuali “LE CARCIOFE TRIFOLATE..😎😎😎😎😎😎😎😎😎😎che ogni giorno ,oltre a me ,sostenete i miei figli mio marito ,cercando di alleggerire per loro questo brutto momento! Grazie aMarina e Natascia due donne fondamentali in questo momento della mia vita vi voglio un mondo di bene! Voglio vincerla questa battaglia sono stanca voglio tornare dalla mia famiglia abbracciare la mia mamma e il mio papà 😭perché a qualsiasi età tutti vogliamo i nostri genitori siamo sempre bambini ❤️

BELO HORIZONTE, FAVELA DI SERRA. GRAZIE AGLI INTERVENTI DELLA POLIZIA MILITARE BRASILIANA, NON CI SONO OMICIDI DA PIÙ DI 200 GIORNI

Questo dimostra che la sicurezza si tutela solo con interventi quotidiani, posti di controllo, rastrellamenti, perquisizioni. Prima di questi interventi la favela della città capitale del Minas Geiras era ricettacolo di crimine, specialmente nascondiglio dei narcos e della microcriminalità. La Policia Militar ha riportato la sicurezza tra gli agglomerati della favela, grazie ad una serie di operazioni su vasta scala. E non è ancora finita. Così anche in altre zone di periferia della capitale Belo Horizonte.

ARRIVA IL COVID, SIGNORI SI CHIUDE!

Anche il commissariato della Polizia di Stato di Aversa chiude a causa del Covid-19: troppi i casi di positività che si sono riscontarti tra il personale. Si stima, infatti, che circa un agente su quattro sia risultato positivo al Coronavirus: la circostanza ha spinto la Questura di Caserta a disporre la chiusura del commissariato per consentire gli opportuni interventi di sanificazione dei locali; da quanto si apprende, il commissariato di polizia rimarrà chiuso in attesa del rientro in servizio graduale del personale contagiato. Complessivamente, sono circa una sessantina i poliziotti che prestano servizio nel commissariato della Polizia di Stato di Aversa, un presidio che serve una popolazione di circa 50mila persone e che si inserisce in un hinterland complicato dalla presenza della criminalità organizzata: fino a quando le attività del commissariato saranno sospese, il controllo del territorio di Aversa sarà garantito dalle pattuglie del vicino presidio di polizia di Casapesenna e dalla stessa Questura di Caserta.