COVID, PROTESTE DEI CRIMINALI RINCHIUSI NEL PENITENZIARIO DI VITERBO. INCOMINCIA ANCHE IL TAM TAM DEI LORO FAMILIARI

Squilli di rivolta nel carcere di Mammagialla, i gaglioffi temono il contagio e si agitano, con l’appoggio esterno di familiari e parenti. Bloccati i colloqui vis a vis con i parenti, ma resta il viavai di civili e agenti in servizio nel carcere viterbese. Qualcuno scrive di proteste simboliche, ma di simbolico queste agitazioni hanno ben poco. Si tratta invece di proteste che, oltre a Viterbo, stanno interessando molti altri penitenziari della nostra povera Patria. A capo delle schiere galeotte, la “pasionaria” dei carcerati, la signora BERNARDINI RITA, già nota disturbatrice della quiete penitenziaria, ex radicale e presidente dell’ineffabile associazione “Nessuno tocchi Caino” (mentre Abele ha da schiattà), che ha incominciato lo sciopero della fame. La signora vorrebbe che lo Stato le elargisse il nulla osta per l’applicazione di indulto, amnistia e altre misure per liberare il più rapidamente possibile gli spazi delle carceri. Che problema! Ma se si costruissero nuove carceri? I delinquenti devono pur scontare le pene, o no? Tornando a Viterbo i detenuti, oltre a rifiutare il vitto, fanno la cosiddetta “battitura” sulle finestre, per la gioia dei colleghi del turno serale.

Quindi? La richiesta dei detenuti, palesemente inapplicabile e molto campata in aria, è l’approvazione di norme che puntino a uno svuotamento graduale o parziale degli istituiti penitenziari. All’Italia servono invece nuove carceri fuori dalle città, dove ci siano sistemi di sicurezza più sofisticati per la difesa della prima linea, più spazi di detenzione evitando il sovraffollamento. Il compito di un governo è fare dei piani di medio-lungo periodo sul sistema carcerario, mentre nella realtà resta il problema endemico della giustizia italiana così com’è: troppi detenuti in attesa di giudizio, sovraffollamento, troppi stranieri che scontano la pena in Italia quando potrebbero essere rimpatriati. Soprattutto manca la certezza della pena e la sicurezza per la polizia penitenziaria. La prima linea deve poter lavorare in condizioni degne della settima-ottava democrazia del mondo.

Lascia un commento