IN CARCERE LE “PIPPE” SONO CONSENTITE, TRAMITE LETTURA DI GIORNALI PORNO

La sessualità è un diritto soggettivo assoluto. Si legge nella motivazione di un’ordinanza con la quale il tribunale di sorveglianza di Roma ha accolto il reclamo di un detenuto al 41 bis teso ad ottenere il diritto ad acquistare riviste pornografiche. Diritto all’informazione? No. Ricezione della corrispondenza e conseguenti regole? No. Ma, secondo il tribunale di sorveglianza di Roma, è un problema di dignità del detenuto, della sessualità e del rispetto della propria vita privata e familiare di cui all’art. 8 della Commissione europea diritti dell’uomo. Insomma, sarebbe per il magistrato uno degli essenziali modi di espressione della persona umana. La magistratura di sorveglianza dunque elegge la pornografia mezzo stampa elemento ineludibile della quotidianità del soggetto carcerato. Cari detenuti, fatevi tranquillamente le seghe con vista su pornografia cartacea. Pensate, secondo il magistrato il porno in cella e quindi l’attività sessuale derivante (appunto, le seghe) “va ricompreso tra le posizioni soggettive direttamente tutelate dalla Costituzione e inquadrato «tra i diritti inviolabili della persona che l’art. 2 Cost. impone di garantire”.

Nessun limite è previsto rispetto alle riviste pornografiche e allora non c’è ragione per negarle tanto più che qualunque scritto pervenga a un ristretto in regime di rigore viene sottoposto a censura prima di essere consegnato. Ma nel provvedimento di favore – che peraltro è stato impugnato dall’autorità amministrativa in attesa del vaglio della Cassazione – si legge nell’ordinanza che la tutela di quel diritto fa sì che debba essere concesso al reclamante di acquistare le riviste a luci rosse perché possa vivere la sessualità sia pur astratta (le pippe sono astratte?); la possibilità di visionare fotografie erotiche consentirebbe, secondo il tribunale, di migliorare la vita privata del “detenuto sottoposto al regime differenziato per il quale l’orizzonte espressivo della sfera sessuale si riduce ad una dimensione effimera e sublimata”.

A questo seguiranno, vedrete, le aperture delle camere sessuali, all’interno delle quali tra un amplesso e l’altro con congiunti o conviventi, la polizia penitenziaria rischia di aggiungere una nuova mansione d’uffico: manutengoli o maitresse in uniforme e mostreggiature con l’acronimo RI.

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