CELLULARI IN CELLA, DETENUTI IRRECUPERABILI E SEMPRE PRONTI A FREGARE LA POLIZIA PENITENZIARIA

La notizia è più o meno sempre quella. I colleghi perquisiscono le celle, spuntano i telefonini e le denunce. Ora il possesso di questi apparecchi è punito dalla legge, è reato. A Matera i nostri hanno trovato e sequestrato tre telefoni smartphone. Perché certe regole non vengono rispettate dai detenuti e dunque vengono bellamente ignorate? Il tema è rilevante per chiunque si trovi nella condizione di dover regolare in qualche modo il comportamento di gruppi, come tutta la prima linea della Polizia Penitenziaria.

A questi animali con cui abbiamo a che fare all’interno delle sezioni, vorremmo dire che le regole sono gli elementi costitutivi delle istituzioni e queste ultime sono gli strumenti che utilizziamo per organizzare e coordinare i comportamenti sociali in modo che questi possano concorrere nel modo più efficace al funzionamento del carcere. Sono le istituzioni a stabilire come suddividere i compiti nelle organizzazioni complesse, a governare e ad allineare una miriade di piani individuali in un’azione congiunta concertata ed efficace. Ma no, loro se ne fottono. In questi casi l’effetto disincentivante delle sanzioni diventa praticamente nullo, il gioco non cambia e siamo costretti a tenerci i vecchi e inefficienti equilibri. C’è chi, un po’ paternalisticamente, è convinto che si possa uscire da questa impasse solo coltivando la virtù dei singoli detenuti. Ma quale virtù? Noi non vediamo alcuna virtù nella maggior parte dei delinquenti rinchiusi in carcere. Voi si?

A.A.A. ANCORA UN’AGGRESSIONE DALLA PREMIATA DITTA CRIMINALI & GALEOTTI S.P.A.

Prima la nazionalità del violento di turno: nigeriano, dunque soggetto che mantiene alta la oscura fama di chi sbarcato sulle nostre coste, sparisce nel nulla, poi si dà al crimine, in genere spaccio o stupri, finanche manodopera della mafia nigeriana, assai presente e articolata sul nostro territorio.

Siamo a Roma. Il detenuto di origini nigeriane ricoverato presso il SPDC del Pertini ha aggredito la scorta composta da tre nostri colleghi in forza a Rebibbia. Risultato: colluttazione, graffi sul collo colpi sulla schiena. L’animale poi è stato poi bloccato, ma i due colleghi sono stati costretti a farsi refertare. Occorre una formazione adeguata e un sostegno di strumenti come un tonfa o un taser, lo spray urticante balistico, protocolli e approcci diversi, formazione alla difesa personale. Mentre si creano i gruppi di intervento con personale addestrato e formato, bisogna pensare alle situazioni del quotidiano. Che sono gestite dal personale “ordinario”, da quello che tutti i giorni affronta la popolazione detenuta rischiando ossa e pelle durante un’aggressione. Per questo la difesa personale deve diventare materia formativa nelle scuole e in costante aggiornamento durante la carriera. In questo modo si evitano azioni scoordinate, confuse e causate proprio dalla scarsa formazione, ma soprattutto si evita di essere feriti in seguito ad un attacco del nemico. I gruppi di intervento agiranno durante le rivolte, le prese di ostaggi, e via discorrendo. Ma l’ordinario chi lo gestisce? La “guardia” della sezione, ovvero chi nella quotidianità del servizio è parafulmine delle mancanza dell’amministrazione, inesistente in prima linea, ma pronta a mandarti sulla graticola se reagisci ad un’aggressione.

MA CHE TENEREZZA…PARLA MOGLIE DI UNO DI QUEI BRAVI RAGAZZI OSPITATI NELLE PATRIE GALERE. LE PAROLE DI UN COLLEGA INCAZZATISSIMO

Che tenerezza…. è VERGOGNOSO …… la signora ha paura dei ladri … non tutti i detenuti sono delinquenti ….poverino il marito DELINQUENTE vuole tornare a casa, perché si è consegnato da solo ……..ma mi domando e dico … MA PORCA DI QUELLA XXXXXXXXXXXXXXXXX VORREI SAPERE LE FAMIGLIE DELLE VITTIME, LE VITTIME, DERUBATE,VIOLENTATE, UMILIATE, UCCISE … COSA SONO?????? INVECE DI LAVORARE APPUNTO COME DICE STA COSA ….. LO SCARTO DELLA SOCIETA’ FACEVA COMODO DELINQUERE??? VIVERE NEL LUSSO SUL SANGUE DEL PROSSIMO??? STA MERDA DI GENTAGLIA, SCHIUMA MALEODORANTE DI UNA SOCIETA’ DECADENTE, PERCHE’ NON SI METTE UN SACCHETTO SULLA TESTA PER LA VERGOGNA INVECE DI VANTARE E PRETENDERE PRIVILEGI???? Bisognerebbe ugualmente far trasmettere le testimonianze delle vittime di questa feccia per far capire al popolo come e dove stiamo sprofondando,nell’ipocrisia più assoluta, nella blasfemia più contorta , nella pocaggine culturale di questo 21° secolo.

DUE PAROLE: IPOCRISIA E FALSITÀ

Tutti, a nostro modo, siamo stati falsi in alcuni momenti della nostra vita: a volte per educazione, a volte per paura e istinto di sopravvivenza, a volte per un sentimento di smarrimento, a volte perché non si sapeva cosa dire. Ma poi ci sono le persone “autenticamente false”, quelle che mettono in atto, talora in modo consapevolmente subdolo, la loro finzione. Ergersi a “Capo” di una “Guardia” per “cantare” lodi con il fine di adulare, poteva ingannare solo degli sprovveduti, ma non gli appassionati di STORIE.

La gente falsa non parla, e fingendo di parlare SI INSINUA. Fingevi di conversare, in verità spettegolavi. Fingevi di elogiare, ma adulavi spudoratamente. Non hai mai desiderato di compiacerti con STORIE, ma bramavi altro per vendere STORIE al miglior offerente. Sei da subito e da sempre stato FALSO e da subito sei stato SCOPERTO. La gente falsa, a “capo” di poche “guardie” è povera di spirito, poiché non cammina, ma STRISCIA nella vita, sabotando la felicità altrui, ma in verità ti sei auto sabotato finendo per non vivere degnamente ma per esistere appena… Ora avanti il prossimo, STORIE È QUI!

NATURALMENTE I DETENUTI, OLTRE AD ESSERE BUGIARDI, SONO ANCHE VIOLENTI

Aggressione, ovvero atto di violenza esercitata in modo palese nei confronti di qualcuno. Si tratta di un comportamento intenzionale e spesso dannoso che ha lo scopo di infliggere dispiacere. Questo tipo di comportamento è pressoché universale negli animali; negli esseri umani può essere associato ad un atteggiamento di aggressività, inteso come contrario di sottomissione. Ora c’è da capire se i detenuti che aggrediscono i nostri colleghi siano animali o esseri umani. Noi siamo più propensi a pensare che la prima accezione sia quella più calzanti. Da qui discende il concetto di violenza: un atto volontario, esercitato da un soggetto su un altro. Nel caso in questione un detenuto a Poggioreale ha aggredito la Comandante di reparto.

L’animale rifiutava di essere trasferito in un altro istituto e ha opposto resistenza. Ha lanciato contro la dirigente della Penitenziaria uno zoccolo, colpendola alla testa. La Comandante è stata medicata in ospedale. L’aggressività dei detenuti può esplicitarsi sia in comportamenti di tipo impulsivo a carattere esplosivo, che in tentativi di affermazione o prevaricazione nei confronti degli altri, che possono essere i compagni di carcere, ma soprattutto e spesso il personale della prima linea.

Un collega aggredito (Sassari)

Noi viviamo costantemente a contatto con situazioni umane estreme di aggressività e, nello stesso tempo, abbiamo il difficile compito di tornare alla normalità, non solo a livello professionale, ma anche personale, bypassando così molte volte il nostro personale mondo emozionale e tralasciando quello che sta avvenendo a livello emotivo. Ma non si va da nessuna parte.

ATTACCO ALLO STATO, ATTACCO ALLA POLIZIA PENITENZIARIA. LA VENDETTA DEI DETENUTI

Dopo Firenze e Santa Maria Capua Vetere, la macchina del fango si trasferisce a Foggia.

La storia è la stessa di sempre. Ricordate le rivolte dello scorso marzo? Ebbene da lì scapparono anche diversi detenuti, poi riacciuffati in seguito. E ora, a distanza di mesi, seguendo ormai un rituale prestabilito, le schiere criminali delle nostre carceri con le solite alleanze dall’esterno, denunciano i colleghi di Foggia che durante la rivolte intervennero per riportare l’ordine all’interno del penitenziario. E inventano la solita storiella, una narrazione di fantasia molto in auge in questi ultimi tempi. Una fantasia, una “fiction” per gli schermi dei benpensanti e radical chic che abboccano alle fesserie di criminali incalliti, titolari di assortite nefandezze che vanno dall’omicidio alla rapina, dal furto ai reati contro il patrimonio, fino alle violenze di genere. E altro, che vi lasciamo immaginare. Ecco che in difesa dei poveri agnellini interviene la solita cricca bastarda, questa volta nelle vesti dell’associazione Yairahia Onlus che ha presentato un esposto a nome dei detenuti lo scorso 29 marzo. Detenuti che, a loro dire sarebbero stati massacrati dai colleghi in assetto antisommossa, anche dopo le giornate della rivolta. Il tutto ribattuto da stampa radical chic e garantista (vedi il Dubbio) e il solito Report di Rai Tre. Le notizie false e la disinformazione sono caratterizzati da un unico filo conduttore, parlare al proprio pubblico con l’unico obiettivo di rafforzare la propria posizione, l’apparente contrapposizione non è ricerca della dialettica ma semplice rinsaldamento dei legami della community di riferimento. Una concatenazione tra forza e debolezza tipica delle dinamiche che caratterizzano il fluire delle fake news e che ha condotto alla definizione di un set di indicatori che raggruppa 6 caratteristiche che definiscono la loro forza e la persistenza nel sistema mediale e che, come raccontano gli esperti in comunicazione, originano misinformation e disinformation. riescono a diffondersi con grande efficacia e raggiungere un grande numero di persone. Le fake news hanno una redemption molto alta;

Rivolta in carcere Foggia

Velocità: la diffusione delle fake news è rapida e incontrollata; crossmedialità: questa tipologia di notizia è in grado di essere trasversale, ovvero passare da un media all’altro tanto che, in moti casi, la notizia appare su Facebook e successivamente viene ripresa dai media; Flusso: le fake news rappresentano un flusso, ovvero sono una serie di informazioni orientate a dimostrare una tesi o veicolare l’opinione pubblica verso una posizione chiara che non rispecchia la realtà; Forza: le fake news, anche se smascherate, riescono a lasciare una traccia profonda nella memoria dei lettori e dell’opinione pubblica. Così oggi si vuole delegittimare l’operato di un grande Corpo di polizia dello Stato che invece subisce una mattanza fisica e morale che ne sta distruggendo fondamenta e orgoglio, persino consapevolezza. Sono queste le “armi” con le quali si vuole distruggere lo Stato all’interno delle prigioni, consegnandole nelle mani di detenuti e associazionismo, con contributo dei garanti.

MENTRE A TRIESTE LE GENTILI UTENTI ALZANO LA VOCE….

La paura del Covid sta investendo anche le mura e le celle del reparto femminile del penitenziario di Trieste. Più che essere sottoposte a vaccinazione chiedono tamponi ed esami del sangue sierologici. Domani pomeriggio le distinte signore che abitano gli anfratti del Coroneo faranno un po’ di casino. Un gran concerto con i soliti “strumenti”: le inferriate di finestre e cancelli delle “abitazioni” delle fanciulle in odor di protesta. Naturalmente non manca la “regia”, o meglio, la direzione d’orchestra. Si tratta della solita cricca di volontari e fiancheggiatori. Nel caso di Trieste abbiamo la “guest star” Associazione Senza Sbarre (quanto fanno incazzare questi nomignoli), che domani pomeriggio presteranno il fianco alle signore “utenti” del Coroneo. A fare le spese del “concerto” i nostri colleghi i cui timpani saranno messi a dura prova dal concerto per inferriate in sol minore composto dalle gentili “utenti”……

A.A.A. ASSISTENTE CAPO COORDINATORE, 60 ANNI SUONATI, DECINE DI ANNI DI SERVIZIO, MA GRAN COGLIONE…E CORROTTO

Arresti domiciliari. Così è finita, nell’ignominia, la carriera di G.G. in servizio nel penitenziario di Taranto. Il personale della Squadra Mobile di Taranto, nell’ambito di un’attività d’indagine ancora in corso coordinata dalla locale Procura della Repubblica, lo ha arrestato in flagranza di reato, insieme ad un altro bel soggetto, tale GRECO Alfonso, di 61 anni, sottoposto al regime della detenzione domiciliare, responsabili – in concorso – di corruzione, detenzione di sostanze stupefacenti, microtelefoni e sim telefoniche. I due si erano accordati per vedersi nell’abitazione all’interno della quale il GRECO Alfonso stava scontando la detenzione. Qui la mela marcia – lo ricordiamo colta in flagranza – ha ricevuto un pacco contenente sostanza stupefacente e microtelefoni da introdurre in carcere. Ma la squadra mobile teneva sotto controllo l’abitazione, e qui ha bloccato dopo lo scambio la mela marcia, trovata in possesso di un barattolo di una nota azienda contenente cioccolato in polvere, all’interno del quale erano occultati 200 grammi di hashish, 10 grammi di cocaina, quattro “microtelefoni”, tre cavi “usb” e due sim telefoniche, mentre in un barattolo di crema erano sistemati altri 50 grammi di hashish e 5 di cocaina.

La teoria della mela marcia viene spesso evocata a proposito degli episodi di malaffare di cui si rendono protagonisti alcuni rappresentanti delle organizzazioni politiche, sociali e religiose. Ma nel “vizietto” cascano anche gli appartenenti alle forze dell’ordine.

Innanzitutto, in generale, si può definire corruzione la deviazione dalle regole morali affermate in un contesto sociale. Riferita ai rappresentanti di un’organizzazione la corruzione individuale deve intendersi come un abuso di potere finalizzato al vantaggio privato (non necessariamente di tipo economico) e derivante da una violazione intenzionale del contratto stabilito con coloro che hanno delegato o riconosciuto tale potere. Più complessa la valutazione sul livello di corruzione di una organizzazione. L’inquietante vicenda di Taranto ci costringe a rianimare la discussione sulle cause e sul contesto i cui si osservano comportamenti fortemente devianti. La prima (spiegazione disposizionale), attribuisce la causa del comportamento all’individuo e ai tratti o “disposizioni” profonde della sua personalità. Questa spiegazione è nota al grande pubblico come la teoria delle “mele marce”, come ebbe a dire l’ex segretario di Stato USA Donald Rumsfeld commentando le terribili torture perpetrate da un gruppo di soldati americani ai prigionieri del carcere di Abu Graib (ricordate l’episodio?) in Iraq. La seconda o esterna (spiegazione situazionale) è una prospettiva più contestuale che propone di guardare al “sistema” all’interno del quale questi comportamenti emergono. Le mele marce sono individui o piccoli gruppi che agiscono in modo relativamente isolato, grazie a caratteristiche proprie, ben distinte da quelle dell’organizzazione che li ospita, in questo caso la Polizia Penitenziaria. Tornado ancora al caso di Taranto dalle prime analisi emerge certamente un soggetto, uno dei nostri, che ha agito per specifici interessi di parte, nel più totale disprezzo delle regole e dei valori che era chiamato a tutelare. Dall’altro abbiamo anche una cultura, un sistema di reclutamento, valutazione e promozione e un insieme di meccanismi di controllo che richiedono un’analisi attentissima e la disponibilità, se si rivelasse necessario, ad un profondo cambiamento affinché fatti del genere non si ripetano o possano essere bloccati sul nascere.

Consolarsi con la teoria delle mele marce non serve soprattutto alla Polizia Penitenziaria, così come una spiegazione sistemica generalizzata non appare solo irrealistica, ma rischierebbe di condizionare sia un’analisi approfondita del problema sia le possibilità di riforma e riorganizzazione del nostro Corpo.

VENGHINO SIORI VENGHINO IN ITALIA, TRE GIORNI PER TRE KG, MANCO I DOCUMENTI TI CHIEDONO

In Tunisia si fa sul serio, anche se poi i carcerati li liberano a suon di indulti per spedirli, mezzo barcone, verso le nostre coste. Dove sbarcano e – come noto – ne combinano di tutti i colori, tanto in Italia……

Intanto sta suscitando la reazione di molte associazioni della società civile tunisina la recente condanna in primo grado a 30 anni di reclusione, da parte del Tribunale di El Kef, nei confronti di tre giovani, per aver detenuto e consumato sostanze stupefacenti, in particolare marijuana, in un luogo pubblico. Ai quali è stata applicata la misura massima essendo la sostanza stata consumata in un luogo pubblico, quale uno stadio, dove i tre sono stati sorpresi.

Chi sbarca o viene traghettato sulle nostre coste, arrivando prevalentemente dall’Africa subsahariana e dal Magreb, per la stragrande maggioranza dei casi non è un profugo. I dati dicono che dall’inizio dell’anno il numero di persone che hanno fatto domanda di asilo politico, e che hanno ottenuto risposta positiva, si assesta intorno al 4%. Significa che tutti gli altri non rientrano nei parametri previsti dalla convenzione di Ginevra, quindi non sono persone che hanno lasciato il loro Paese sotto la minaccia di perdere la libertà o la vita: non sono persone perseguitate.

I costi elevatissimi dell’emigrazione clandestina contraddicono questa tesi comune. Ormai è risaputo che chi vuole venire in Europa deve mettere insieme 4mila, 5mila o 10mila dollari per potersi appoggiare a un’organizzazione di trafficanti che provveda all’espatrio. Cifre appunto elevatissime soprattutto se rapportate ai redditi medi dei Paesi di provenienza. Chi arriva generalmente appartiene al ceto medio o medio basso, comunque per la gran parte non si tratta di indigenti. C’è chi risparmia, chi si fa prestare il denaro dai parenti, chi paga a rate, chi vende una mandria, però i soldi ci sono, i trafficanti vogliono essere pagati in contanti. È gente che ha una disponibilità economica. Certo c’è la delusione di vivere in Paesi dove avanzano prevalentemente i raccomandati: la spinta può arrivare anche da lì, da delusioni lavorative, come succede per chi parte dall’Italia. Molti emigranti arrivano per esempio da un Paese come il Senegal (o Tunisia, Marocco, Egitto) che non è in guerra, non vive gravi problemi di conflitti e come tutti i Paesi africani, con poche eccezioni, vive un periodo positivo dal punto di vista economico. Da anni quasi tutta l’Africa presenta una crescita del prodotto interno lordo costante e in certi casi consistente. Il problema è che questa crescita non si traduce in vero e proprio sviluppo economico o umano, anche a causa della corruzione endemica e del malgoverno. Se continuiamo ad andarli a prendere a poca distanza dalle coste africane, la situazione non potrà che peggiorare. In Grecia non sbarca quasi più nessuno da quando è stato siglato l’accordo con la Turchia. Se chi pensa di venire in Italia ha la certezza di essere rimandato indietro, non avendo le caratteristiche per ottenere l’asilo, alla fine desiste. Manca la volontà politica. Che ci sia un divario notevole tra le condizioni di vita dell’Africa, del Sudamerica o di una parte dell’Asia rispetto all’Occidente è evidente. Però noi abbiamo 4 milioni e 600mila poveri assoluti e il 40% dei giovani senza lavoro, numeri di cui tenere conto.

ONORE AI FRATELLI DI GIUBBA DELLA POLIZIA CROATA, CHE HA CACCIATO A PEDATE ALCUNI IDIOTI DEL PD PRO-MIGRANTI

Questi sono veri poliziotti che difendono la frontiera.

Erano arrivati sul confine tra Bosnia e Croazia per osservare le operazioni anti-immigrazione della polizia croata e favorire l’ingresso di illegali in territorio europeo. Ma per la prima volta nella storia dell’Unione Europea quattro europarlamentari di sinistra sono stati respinti senza dalla polizia, con le maniere forti. Sono stati momenti di grande divertimento quelli nella foresta di Bojna, in territorio croato, dove il vicepresidente della Commissione diritti civii dell’Ue, quel Pietro Bartolo che per anni si è gingillato con migliaia di clandestini a Lampedusa, sui quali si è costruito una lucrosa carriera politica, è stato inseguito con altri tre colleghi del gruppo dei Socialisti democratici per impedire che potessero raggiungere il posto di controllo, dove abitualmente i clandestini islamici vengono ricacciati indietro. Dopo un lungo e inutile negoziato, passato attraverso l’ambasciatore della Croazia in Italia, Pietro Bartolo, seguito da Alessandra Moretti, Pier Francesco Majorino e dal capo delegazione Brando Benifei, insieme a tre reporter, ha superato il nastro di cellophane con le insegne della Polizia, avviandosi verso la sbarra che separa i due paesi, distante meno di 300 metri. A quel punto il comandante ha ordinato agli agenti di inseguire il gruppo di osservatori e impedire che potessero vedere il check point nel bosco. Ne è nato un inseguimento lungo la strada sterrata tra i campi. Mentre diversi agenti hanno afferrato i giornalisti, una dozzina di altri ha ostruito il passaggio disponendosi a barriera tra le proteste dei parlamentari.

Gente che paghiamo e che si interessa al favorire l’ingresso di orde di clandestini pakistani in casa nostra.