LA VIOLENZA E LE “TORTURE” DEI DETENUTI NEI CONFRONTI DELLA POLIZIA PENITENZIARIA DELLA PRIMA LINEA

Quotidiano bollettino di guerra, colleghi aggrediti, feriti, umiliati. Servitori di uno Stato che li ha abbandonati, gettandoli senza tutele e formazione nella tana del lupo. Bastardi, non altro. E bastardi sono anche coloro che non prendono alcun provvedimento punitivo nei confronti di questi animali selvaggi. Pestano, feriscono, aggrediscono, insultano, minacciano. E molti di questi animali sono recidivi, il che significa che sono impuniti e “graziati” da un sistema ordito da direttori (civili) che stracciano ogni pagina dei regolamenti imponendo le loro soluzioni: ovvero detenuto esenti da provvedimenti disciplinari, ergo detenuti lasciati liberi colpire ancora nella consapevolezza che nessuno li toccherà. Civili, sono civili i “badanti” che gestiscono gli istituti. Civili anche i provveditori che di fronte alle responsabilità diventano di colpo evanescenti. E i detenuti godono. Un episodio che oramai appartiene alla sfera della normalità è la doppia aggressione ad una collega ispettrice del bestiario di Larino. Un’ispettrice aggredita e ferita da un detenuto rinchiuso nel penitenziario frentano. Si tratta dello stesso recluso che già sei mesi prima aveva assalito la collega e altri due dei nostri. Perché, chiedetevi. L’animale non voleva che il personale eseguisse una perquisizione all’interno della cella. Né ora, né sei mesi fa, né mai. La reazione è stata in entrambi i casi, violenta, tanto violenta da ferire la nostra collega.

Dal Molise alla Liguria le cronache dal bestiario ci raccontano un’altra violenza nei confronti della polizia penitenziaria. Detenuto psichiatrico, aggredisce il collega di turno nel reparto, intervenuto per sedare uno scambio di “carezze” tra detenuti. Ma ci rimette. Senza adeguata formazione e strumenti di difesa, interviene. Ma ci rimette un braccio, che finisce schiacciato tra il blindo e lo stipite. Frattura dell’arto, collega in ospedale. Soluzioni? Sono tante, ma mancano volontà e determinazione da parte di chi amministra il sistema. Ad esempio le sezioni potrebbero essere gestite da remoto, come in diversi istituti degli USA. Telecamere, celle che si aprono e chiudono dal posto di guardia (blindato) del reparto detentivo, altoparlanti, totale meccanizzazione dei sistemi di apertura e chiusura. Gli agenti si muovono soltanto in caso di criticità. E lo fanno in forze, non da soli. E hanno taser, spray e manganello. Già autorizzati dal regolamento ad usarli. E poi il nucleo di pronto impiego, ancora meglio equipaggiato, che interviene laddove ci sia bisogno di fermare una rivolta e la distruzione della sezione. Il poliziotto da solo non può e non deve stare a contatto con i detenuti. I controlli ordinari devono essere eseguiti da più agenti, ed eventualmente con l’appoggio delle squadre di intervento rapido.

Questo è ciò che vediamo negli altri Paesi, USA in testa. La tutela del personale, prima di tutto. Ogni istituto dovrebbe avere le sue squadre sempre operative, non bisogna aspettare che arrivino altri da fuori, se c’è un evento critico in sezione non si fa in tempo ad avvisare quando un detenuto aggredisce, chi ci rimette è il collega, quindi bisogna isolare il collega dai detenuti. Da soli contro 70 o 80 detenuti non va. Non si può, non si deve. Peraltro a mani nude.

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