OGNI GIORNO UN’AGGRESSIONE, MA AI ROSSI E AI “BRANCHI” DELLA CGIL INTERESSA ALTRO….

Correva l’anno 2013 e un certo sindacazzo, quello colorato di rosso comunista, CGIL, promuoveva campagna e relative firme “Tre leggi per la giustizia e i diritti. Tortura, carceri, droghe”. Proposte – dissero all’epoca – che rappresentavano un vero e proprio programma di governo per ripristinare la legalità nel nostro sistema penale e penitenziario. Poi il reato di tortura è arrivato (anche grazie alla CGIL), e ora lo stanno sperimentando sulla propria pelle tutti quei colleghi accusati ingiustamente di violenze contro i detenuti. Firenze, Santa Maria Capua Vetere, San Gimignano, solo per citare i casi più famigerati di massacro del personale penitenziario a suon di garanti e magistratura. Dunque anche la CGIL con le sue iniziative ha una parte da protagonista in questo gioco al massacro nei confronti di colleghi incolpevoli.

Stefano Branchi

Ebbene l’antagonismo è nel Dna della Cgil da oltre trent’anni: solo che all’antagonismo mascherato con la difesa dei diritti universali s’è aggiunta l’ipocrisia: pure quando razzola bene, la Cgil predica male. Demonizza le aggressioni al personale ma difende e tutela i detenuti, soprattutto quelli che lavorano (facendo bottino di tessere). La CGIL Funzione Pubblica, settore sicurezza, ha un certo Stefano Branchi che riveste il ruolo di Coordinatore Nazionale. Questo signore, rispondendo e commentando un intervento del collega Michele D’Elia (vedi sotto) ha dato palese dimostrazione dell’ambiguità di appartenere ad un sindacato che sostiene di essere dalla parte dei lavoratori, eppure sottolinea che “chi pensa di risolvere le cose opprimendo gli altri e non vigilando sulla pena degli altri”, lasciando intendere che il poliziotto penitenziaria è al servizio del detenuto, lo rieduca, non lo punisce. E le aggressioni, le rivolte? Per Branchi dobbiamo essere assistenti sociali o poliziotti? Un detenuto ti aggredisce? I “Branchi” della CGIL ti diranno povero coccodrillo è un caso psichiatrico, va tutelato e curato. E il collega al pronto soccorso? Non si è comportato con professionalità e dunque le ha prese. Pensate che – a onor di cronaca – in un penitenziario del centrosud un collega ebbe uno scontro con un detenuto magrebino, notoriamente i più riottosi a regole e rispetto. I colleghi vennero ripresi non dal comandante, non dalla direzione, non dal preposto, non dalla sorveglianza generale, ma dal rappresentante sindacale della CGIL del coordinatore nazionale Stefano Branchi. Per la CGIL i colleghi avevano istigato il detenuto…

I comunisti come Stefano Branchi e la CGIL sono talmente pervasi dal virus dell’ipocrisia da rinnegare la realtà pur di convincere, suggestionare, condizionare il consenso popolare, salvo poi utilizzarlo a proprio uso e consumo. Sciacallaggio culturale, un’ipocrisia che va avanti da troppo tempo e ora è giunto il tempo di dire basta! In nome di un antifascismo folkloristico, quelli come Branchisi ritrovano a giocare alla guerra contro la storia. Una storia di aggressioni, umiliazioni, mancanza di tutele per chi opera in prima linea. Chi la vuole mantenere in vita, lo fa con l’unico strumentale scopo di rivitalizzare a comando l’unico possibile collante di un’ipocrisia che ha fallito, incapace, dannosa e pericolosa per il futuro della polizia penitenziaria. Gente come Branchi e i suoi paladini devono andarsene a casa. Sono pericolosi quanto i detenuti, forse anche di più: per la CGIL e Branchi la doppia morale non è una patologia, né un capriccio snob da vanitosi salottieri. È qualcosa di più: è una caratteristica congenita, un pezzo del suo Dna; è come un microchip sottopelle che vorrebbero impiantarci.

Senza doppia morale la CGIL non saprebbe come muoversi nella giungla della storia, più o meno come Tarzan senza liana. La doppia morale è un riflesso condizionato da inseguire ad ogni costo mettendoci tutto l’ingegno possibile, un po’ come fa Vil Coyote con lo struzzo. Quelli come Branchi indossano la doppia morale con una naturalezza aggraziata anche quando non eccellono in bellezza; più sono incazzati col mondo, duri e puri con i principi di moralità degli altri e più te li trovi a scivolare sulla buccia di banana delle loro contraddizioni e delle loro ipocrisie. Dietro gli occhialini appannati da intellettuali ottocenteschi o gli sguardi arcigni e inquisitori nascondono il senso di sofferenza per un mondo che non è come vorrebbero; tranne poi scoprire che nemmeno loro sono come si vorrebbero ma su questo passano sopra con nonchalance.

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