PERMESSI DI SOGGIORNO, MELA MARCIA TRA LE FILA DELLA POLIZIA DI STATO

Permessi di soggiorno più facili da ottenere dietro pagamento: una assistente capo della polizia, Serafina La Placa, dipendente dell’ufficio immigrazione della questura di Parma, è stata arrestata. La poliziotta avrebbe agevolato la trattazione delle pratiche di rilascio o rinnovo dei titoli di soggiorno di cittadini stranieri che le venivano commissionate, per il tramite del marito, dagli altri indagati, ricevendo, per queste prestazioni, un’illecita remunerazione in denaro o in beni di varia natura. Sono 12 le misure cautelari disposte dal Gip Gip Mattia Fiorentini su richiesta della Procura di Parma, undici ai domiciliari e una in carcere, per corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio. Le persone coinvolte sono Jalph Mandeep alias Rommy, 41anni, cittadino indiano, e gli arresti domiciliari nei confronti di La Placa Serafina, 56 anni, assistente capo della polizia di Stato, in servizio all’ufficio Immigrazione della questura di Parma; Pignato Filippo, 57 anni, marito di La Placa; Singh Sukhjinder, 40 anni, cittadino indiano; Singh Tarlochan, 35 anni, cittadino indiano; Sula Xhevahir, 37 anni, cittadino albanese; Singh Dalip, alias Jambo, 46 anni, cittadino indiano; Bouzid Taoufik,48 anni, cittadino tunisino; Toumi Fatma, 37 anni, cittadina tunisina; Anwar Naeem 55 anni, cittadino pakistano; Chen Tilian alias Chen Ti Lian alias Attilio, 56 anni, cittadino cinese; Meher Tanver Afzal alias Alì, 47 anni, cittadino pakistano. Mattina movimentata in borgo della Posta, sede della polizia di Stato a Parma. Serafina La Placa, poliziotta dell’ufficio Immigrazione della questura in via Chiavari, è stata arrestata perché, secondo l’accusa della Procura, facilitava permessi di soggiorno dietro pagamento di denaro e regali. Nelle foto la poliziotta mentre viene condotta dagli agenti ai domiciliari. (Foto Marco Vasini) L’attività investigativa, condotta dalla locale squadra Mobile e coordinata dalla Procura (procuratore capo Alfonso D’Avino e pm Francesca Arienti) ha preso il via dalle dichiarazioni rese da un utente dell’ufficio Immigrazione nell’estate del 2019. Ha riferito che, una volta nell’ufficio Immigrazione di Parma per il rilascio del permesso di soggiorno delle proprie sorelle, era stata ricevuta da una dipendente dell’ufficio la quale, presa in carico la pratica, le spiegava che era “l’unica” a cui rivolgersi per accelerare l’iter di rilascio e le forniva un numero di telefono da chiamare in caso di problemi, spiegando che a detta utenza avrebbe potuto rispondere anche il proprio marito. La donna ha poi aggiunto che, all’indomani della consegna dei permessi di soggiorni delle sorelle, quello che si era presentato come il marito della poliziotta, e con cui si erano sentiti varie volte in precedenza, aveva iniziato a chiamarla insistentemente, pretendendo una remunerazione da parte sua per il positivo esito delle pratiche e ricevendo un netto rifiuto da parte della stessa. Primi accertamenti investigativi hanno consentito di identificare la dipendente dell’ufficio Immigrazione e il marito negli odierni indagati e di riscontrare puntualmente le dichiarazioni rese dalla donna. Sono emersi, inoltre, degli elementi che consentivano di ipotizzare che potessero esserci ulteriori pratiche illecitamente agevolate da parte della poliziotta con la complicità del marito. Gli esiti delle attività investigative hanno permesso di accertare che Pignato aveva numerosi contatti e incontri con vari cittadini extracomunitari (identificati, nel prosieguo delle indagini, negli indagati oggi raggiunti da misura cautelare). L’uomo contattava o veniva contattato da questi interlocutori esclusivamente per motivi attinenti a pratiche di rilascio/rinnovo di titoli di soggiorno relative a terzi cittadini stranieri gestite o da far gestire dalla moglie. Nonostante l’uomo i suoi interlocutori utilizzassero un linguaggio spesso criptico e cercassero di evitare di parlare diffusamente di tali argomenti al telefono (preferendo sempre incontrarsi di persona), risultava palese il fatto che l’uomo, a fronte dell’intervento della propria moglie, dipendente dell’ufficio Immigrazione della questura di Parma, percepisse dai suoi committenti una qualche forma di remunerazione. Il prosieguo dell’attività investigativa ha permesso di acquisire gravi indizi di colpevolezza in ordine alla sussistenza di un rodato sistema di corruttela (“Comunque abbiamo fatto un bello giro”, commenta Pignato parlando con la moglie), di delinearne lo schema ed individuare i ruoli di ciascuno dei soggetti coinvolti. Alla base vi erano dei cittadini stranieri titolari di richieste di rilascio rinnovo di permessi di soggiorno che si rivolgevano a propri connazionali i quali, dietro la promessa di una rapida definizione della loro pratica e di una eventuale risoluzione di problematiche insorte, si facevano pagare delle somme di denaro. Questi soggetti, definiti intermediari, avevano come loro referente diretto Pignato ed era a lui che commissionavano la trattazione delle singole pratiche, fornendo le indicazioni e la documentazione richiesta, che questi, successivamente, trasferiva alla moglie poliziotta. Quest’ultima, acquisito l’input dal marito e la documentazione fornita, si attivava per la trattazione dell’intera pratica, garantendone il rapido e positivo esito, in costante violazione di tutte le disposizioni interne in tema di iter delle pratiche stesse, che – tra l’altro – andrebbero trattate in ordine cronologico e secondo una tempistica che tiene conto del progressivo sviluppo delle pratiche stesse. La maggior parte degli interventi di agevolazione garantiti dalla agente ha comportato un’accelerazione dei termini ordinari di definizione delle pratiche; significative, a tal proposito le parole utilizzate da uno degli indagati durante una conversazione con un proprio connazionale che voleva avvalersi dei suoi servizi, nella parte in cui sottolinea che, andando da solo “ci vogliono 8/9 mesi […] se vieni da me ci vogliono 40 giorni […]”, e ciò proprio in forza del canale privilegiato rappresentato da La Placa. L’attività investigativa ha consentito di acquisire gravi indizi anche in ordine a ulteriori e gravi condotte da parte della donna come l’omissione di controlli. Ad esempio, mancata acquisizione del certificato relativo al casellario giudiziale di un richiedente gravato da precedenti di polizia per reati che non consentivano il rilascio del permesso di soggiorno; mancata verifica in ordine alla permanenza sul territorio nazionale nei casi di rilascio del permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo; mancati approfondimenti su note di rintraccio presenti nelle banche dati in uso alle forze di polizia; mancata verifica in ordine all’effettiva residenza presso la provincia di Parma dei richiedenti. E ancora: sottrazione di documenti dai fascicoli; in un caso – prima dell’avvento dell’archivio digitale – per sua stessa ammissione avrebbe sottratto da un fascicolo un documento da cui emergeva che un aspirante al permesso sarebbe stato lontano dal territorio nazionale, circostanza che avrebbe impedito il rilascio del titolo. Infine gestione dei controlli successivi alla presentazione delle istanze (ad esempio avvertendo gli interessati – che nell’istanza figuravano come conviventi di persone già residenti in Italia – della imminenza del controllo di convivenza da parte della polizia locale e consulenze su prassi e soluzioni elusive per non incorrere in situazioni pregiudizievoli per il buon esito della singola pratica (ad esempio, per evitare ad un richiedente il rigetto legato ad un lungo soggiorno all’esterno, in un caso La Placa avrebbe suggerito un escamotage, ovvero di farsi rilasciare nel Paese di origine un nuovo passaporto -quindi privo dei vari timbri di entrata ed uscita dal Paese- da esibire a corredo della richiesta presso l’Ufficio Immigrazione). Gli interventi della La Placa avevano un prezzo che veniva generalmente pagato dagli intermediari e talvolta direttamente dai titolari delle istanze. Attraverso le intercettazioni e le riprese fotografiche, sono stati inizialmente acquisiti indizi in ordine a modalità di controprestazioni in natura (capi di abbigliamento, spese presso gli esercizi commerciali, generi alimentari, pranzi), ma successivamente è emerso che la controprestazione fosse legata ad un vero e proprio tariffario (ad esempio: 400 euro per una pratica molto bloccata o complessa; 200 euro per la trattazione di una pratica ordinaria; 100 euro per la consegna). Inoltre, erano gli stessi coniugi, che in varie conversazioni commentavano gli importi incassati dagli intermediari (500 euro ) a fronte delle cifre irrisorie date a loro (100 euro). E non sono mancate lamentele quando qualcuno non ha corrisposto quanto sperato, come quando la donna, riferisce la Procura, riferendosi a un cliente, si lamenta che questi due anni prima avrebbe dato un prosciutto, e quell’anno neanche questo prosciutto. In totale, a La Placa sono contestati tredici episodi di corruzione per atto contrario ai doveri di ufficio, in concorso con il marito e, di volta in volta, con gli intermediari (destinatari della misura cautelare) oppure con altri indagati per i quali non è stata chiesta alcuna misura cautelare per assenza di esigenze cautelari, perché si erano mossi esclusivamente per la trattazione della propria pratica o di quelle di propri diretti familiari. Complessivamente sono state ricostruite 40 pratiche illecitamente gestite da La Placa, ma è apparso evidente che il numero di pratiche è ben più ampio. La contestazione riguarda solo le pratiche riconducibili a soggetti identificati. Nei confronti di tutti gli indagati è stato emesso avviso di conclusione delle indagini preliminari, notificato contestualmente all’esecuzione delle misure cautelari. Tutto ciò è stato reso possibile grazie al contributo determinante del dirigente dell’ufficio Immigrazione della questura di Parma, il quale, per ciascuna delle pratiche individuate come oggetto di mercanteggiamento, ha approntato una relazione con cui ha ricostruito analiticamente l’intero iter delle pratiche. Ciò ha consentito altresì di escludere che La Placa si potesse avvalere all’interno dell’Ufficio della complicità di altri colleghi e, al contrario, è emerso che la stessa abbia avuto condotte di assoluta slealtà nei confronti di colleghi, nel dichiarato tentativo di allontanare da sé la responsabilità della gestione delle singole pratiche più compromettenti, di cui lei aveva già curato l’istruttoria. A titolo di esempio, in alcuni casi, quando ci sono persone da lei convocate e il lettore di permessi nella sua postazione non funziona, chiede ad altri di effettuare la consegna, in maniera che il suo nominativo non risulti nello storico pratiche. In occasione della perquisizione domiciliare effettuata a carico di La Placa e Pignato, contestualmente all’esecuzione dell’ordinanza cautelare, sono stati rinvenuti atti riconducibili a cittadini stranieri (suscettibili di verifiche), nonché marche da bollo da 73,50 e da 16 euro, mentre l’uomo ha tentato di disfarsi di un foglio contenente una sessantina di numeri di telefoni di stranieri. Da sottolineare, scrive la Procura, nella gestione della presente vicenda, la correttezza e la lealtà istituzionale della polizia di Stato, la quale – attraverso la Squadra Mobile e l’Ufficio Immigrazione, ovvero lo stesso Ufficio ove prestava servizio la principale indagata – si è impegnata a fondo e senza alcuna remora affinchè l’attività illecita che ivi si svolgeva emergesse nella sua completezza.

(fonte: La Repubblica)

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