SI ROMPE LA TELEVISIONE IN CELLA? UN BUON MOTIVO PER SCATENARE UNA RIVOLTA?

Torniamo alla bagarre scoppiata l’altro ieri all’interno dei reparti detentivi del bestiario di Varese, percorso da squilli di rivolta poi domati dai nostri colleghi con l’appoggio esterno di polizia e carabinieri. Mezzo carcere distrutto, e perché? Una televisione rotta in una cella e un confronto acceso tra un detenuto, che chiedeva di sistemarla, e un nostro collega. Dunque il caos è tra noi, il caos ci uccide, il caos offre sponde ai delinquenti rinchiusi nei penitenziari. Le indagini contro i poliziotti, le rivolte, gli anatemi di quei buffoni dei garanti, diventano ben presto trend su tutto il fronte. Ne abbiamo abbastanza di queste indagini a orologeria e a senso unico. Siamo stufi. Ciò che davvero ci manda su tutte le furie è impar condicio rispetto ai detenuti e alle loro fandonie. L’accusa, la magistratura agisce sulla base di pregiudizi nei nostri confronti, alimentati dai detenuti, a loro volta sobillati da garanti e associazionismo. È evidente che la Procura si concentra solo sulle bugie di questa gentaglia. Ci viene contestato di aver “torturato” i poveri agnellini per dimostrare che siamo noi i “soggetti pericolosi” e non certo loro che aggrediscono e inscenano ribellioni se soltanto li si costringe a rispettare i regolamenti. Si vuole colpire il poliziotto della prima linea spesso interpretando i fatti in maniera faziosa. La realtà è che si è verificata una progressiva politicizzazione di parte delle procure contro la polizia penitenziaria e questo sta portando a una serie di contraddizioni interne al sistema. Le “prove” citate a sostegno della nostra colpevolezza si basano su segnalazioni, chiacchiere, bugie, complotti. È come se la parola di un detenuto fosse di per sé sufficiente a costituire un giudizio, senza bisogno di molti approfondimenti. Così per i colleghi di Firenze, per quelli di Torino, fino a scendere a Santa Maria Capua Vetere. Con gli avvisi di garanzia e gli arresti dei colleghi si sta probabilmente tentando un esperimento che, se dovesse essere legittimato, aprirebbe le porte a nuovi livelli di repressione politica ai danni della polizia penitenziaria: la limitazione di agire in sicurezza, mantenendo l’ordine nelle trincee degli istituti, e finire nel tritacarne giudiziario solo sulla scorta di congetture non adeguatamente supportate dai fatti. L ‘ipocrisia del partito dell’anti-Polizia e degli allergici alle divise, di quei radical chic che fiancheggiano in maniera ideologica coloro che devastano le carceri e colpiscono i poliziotti, ha raggiunto il proprio culmine dopo le rivolte dello scorso marzo. Dunque, per una volta e in maniera molto interessata, quelli che in genere sputano sui poliziotti penitenziari, quelli che ci chiamano “torturatori” e che godono se qualche di noi si suicida (basti farsi un giro su Facebook per vedere quali e quanti deliranti commenti girano), ora esaltano le gesta dei detenuti visto che noi siamo fascistoni, violenti e picchiatori. I poliziotti che svolgono quel delicato servizio di sicurezza e ordine all’interno di un carcere hanno compiuto il proprio dovere come sempre e alcuni di loro sono finiti in ospedale. Non abbiamo bisogno delle pelose parole di esponenti del Governo e delle Istituzioni che solidarizzano e piangono lacrime di coccodrillo, salvo poi nella pratica lasciarci massacrare. Noi siamo sempre quelli che ogni anno a decine finiscono in ospedale. Cari allergici alle divise, continuate ad odiarci, risparmiateci la vostra solidarietà pelosa, continuate a sollazzarvi con i vostri incarichi e le vostre prebende, pontificate pure da quotidiani compiacenti e pulpiti dorati. Ai nostri occhi e a quelli di tanti cittadini apparite ormai come quei ricchi signori che ballavano sul Titanic. La comunità del nostro paese è stanca solo voi non ve ne rendete conto ma i sensori che abbiamo ovunque sono inequivocabili e l’insofferenza è tanta. Maledetti bastardi!

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