AUMENTO DI AGGRESSIONI AGLI OPERATORI DI POLIZIA, TREND IN CRESCITA

di Eliseo Bertolasi (Sputnik Italia)

Le statistiche parlano chiaro, in base ai dati riportati dall’Osservatorio ASAPS (Associazione Sostenitori ed Amici della Polizia Stradale), che su base semestrale fa il computo delle aggressioni contro il personale delle Forze dell’Ordine, è emerso che nel primo semestre 2020, già in epoca Covid 19, nonostante il rigido lockdown in atto, le aggressioni agli uomini e alle donne in divisa sono addirittura aumentate: 1.414 attacchi fisici, +20,6% rispetto allo stesso periodo del 2019. Quasi il 40% gli attacchi portati da stranieri, il 28,6% da ubriachi, il 14,3% con armi proprie o improprie. Va notato, purtroppo, che frequentemente il personale in divisa, in Italia, viene fatto oggetto di scherno, un esempio di qualche giorno fa: il rapper “Fuma” in un suo video si è esaltato sotto il cadavere appeso di un poliziotto. Questi comportamenti tendono poi a sdoganare atteggiamenti offensivi verso le Forze dell’Ordine. Quali quindi le cause di tanta aggressività? Reazioni allo stress dovuto al lockdown? Aumento della presenza di stranieri sul territorio nazionale? Mancanza di mezzi adeguati nelle mani delle Forze dell’Ordine? Sputnik Italia ha approfondito la questione con Vittorio Costantini, segretario nazionale del sindacato di Polizia USIP (Unione Sindacale Italiana Poliziotti).

— Segretario come commenta i dati riportati dall’ASAP che indicano un aumento delle aggressioni fisiche contro le Forze dell’Ordine?

Che le aggressioni alle Forze dell’Ordine siano, purtroppo, in trend di crescita, è ormai una cosa più che evidente, e lo è ormai da qualche anno a questa parte, le statistiche poi riportano dettagli in ordine al fatto della nazionalità di chi compie l’aggressione, se sono ubriachi o quant’altro. Chi fa le statistiche fa il proprio mestiere, ma per rendere bene l’idea del problema, l’unica cosa importante da sottolineare è che sempre più si vede un atteggiamento aggressivo nei confronti delle Forze dell’Ordine, spesso da delinquenti, che rimangono delinquenti a prescindere dalla nazionalità, o se siano ubriachi o meno, ma il dato più sconfortante è che recentemente si assiste a comportamenti sopra le righe, per usare un eufemismo, anche da persone che di certo non possono definirsi delinquenti nel comune senso della parola.

Il ruolo delle scelte politiche

— Quali secondo Lei le cause?

Rispetto alle cause di questo aumento, se si vuol fare un’analisi più attenta, bisogna distinguere le variabili dettate dall’impatto operativo quando si sta su strada, e queste francamente possono essere tantissime, ma se vogliamo andare a monte, se vogliamo, in un certo qual senso, andare all’origine del problema, bisogna anche riflettere sull’accresciuto senso d’insofferenza di una parte di cittadini, che non fanno i delinquenti per mestiere, ma che vivono un profondo stato di incertezza.

E sì, perché al netto dell’atteggiamento delinquenziale dei soliti facinorosi, al netto del deprecabile atteggiamento di chi pensa che esprimersi con violenza verbale o materiale sia anche un modo per mettersi in mostra o per farsi pubblicità, bisogna riflettere su qualcosa di più profondo, bisogna capire le vere motivazioni che muovono cittadini normali (non delinquenti e né frustrati in cerca di visibilità) ad andare oltre, a sfociare nell’atteggiamento aggressivo nei confronti delle Forze dell’Ordine e per quale motivo accade ciò?

Ecco, è proprio su questo dato preoccupante che le Istituzioni politiche dovrebbero seriamente riflettere, probabilmente non ci si sta rendendo conto che demandare alle Forze dell’Ordine serie problematiche sociali, non risolte dalla politica, inevitabilmente crea riverberi negativi sull’umore della gente, crea tensioni sociali importanti, e chi ne paga le conseguenze sono le donne e gli uomini delle Forze dell’Ordine la cui incolumità viene messa a repentaglio per colpe politiche, per superficialità nell’affrontare problematiche di fondo, che se non risolte ineludibilmente minano la pace sociale. Purtroppo in questo contesto i Tutori dell’Ordine vengono percepiti come i nemici del popolo, come lo Stato arrogante che non comprende i bisogni della gente. L’indifferenza della politica porta inevitabilmente all’esasperazione e, francamente, non si può scaricare tutto sulle spalle delle Forze dell’Ordine. Le lavoratrici e i lavoratori di Polizia non possono diventare il bersaglio per colpe politiche, le donne e gli uomini delle Forze dell’Ordine non sono le persone sacrificabili, la politica si deve assumere le proprie responsabilità; non serve a nulla mandare messaggi di solidarietà quando un poliziotto, carabiniere, finanziere, viene selvaggiamente aggredito, o nei peggiori dei casi perde la vita, se le Istituzioni politiche non fanno tutto ciò che in loro potere per evitare che tutto ciò avvenga.

— I dati riportati sono del 2019, secondo la Sua percezione di questo fenomeno, i primi mesi del 2021 confermano questa tendenza?

Probabilmente si, ma un contesto di crisi economica come quella attuale, con in più la crisi dettata dall’emergenza della pandemia, rappresentano l’humus sul quale cresce sempre più il senso d’insofferenza e dal quale può scaturire anche l’atteggiamento aggressivo.

— Questa tendenza all’aumento del numero di aggressioni non potrebbe indicare, forse, un approccio troppo morbido da parte delle Forze dell’Ordine nell’espletamento dei servizi di controllo, tale da causare, come conseguenza, reazioni eccessive da parte dei facinorosi proprio perché consapevoli di conseguenze piuttosto lievi?

Dal punto di vista operativo, non c’entra nulla dire che le Forze dell’Ordine hanno “un approccio morbido”, le lavoratrici e i lavoratori di Polizia operano in un contesto normativo ben preciso e a quello si attengono; semmai tocca alla politica agire per fare in modo che le Forze dell’Ordine siano messe in condizioni di operare al meglio, di guisa che si possa tutelare non solo l’incolumità dei cittadini inermi, ma anche l’incolumità degli operatori di Polizia.

Taser, possibile dispositivo di supporto

— Nella notte tra lunedì 22 e martedì 23 febbraio uno straniero si sarebbe scagliato armato di coltello contro i passanti, l’aggressione è finita con la morte dell’uomo colpito dalla Polizia arrivata sul posto. Cosa ne pensa?

Che si tratta di un caso grave, che fa male, perché rende in pieno la percezione di insicurezza che spesso si vive nella nostra società, ma questi sono casi imprevedibili, di difficile risoluzione. L’unico mezzo è mettere le Forze dell’Ordine in condizione di poter operare al meglio, attraverso mezzi e risorse più adeguate, come altrettanto importante è garantire la certezza della pena, in un contesto in cui spesso chi delinque gravemente poco dopo si ritrova nuovamente a compiere gli stessi reati. Quindi come si può vedere sono tanti gli aspetti da tenere in considerazione.

— Secondo Lei l’uso del taser avrebbe evitato il drammatico epilogo della vicenda? E, in generale, il taser sarebbe conveniente alle Forze dell’Ordine per gestire al meglio queste situazioni di emergenza e di massimo rischio?

Certo che si, già altre volte abbiamo sottolineato l’importanza di dotare le Forze dell’Ordine del taser. Questo sarebbe uno strumento che garantirebbe una migliore gestione operativa di casi particolari, come quello a cui si accennava prima, perché in situazione di evidente emergenza, il tutto si potrebbe risolvere in modo più soft, evitando gravi conseguenze per la vita del cittadino, che delle lavoratrici e dei lavoratori di Polizia.

SERVIZIO PENITENZIARIO RUSSO, DETENUTI E PERSONALE DI POLIZIA PENITENZIARIA NELLE ESERCITAZIONI ANTINCENDIO

Nell’ambito del controllo della prontezza di forze e mezzi, nonché delle azioni di un posto separato dei vigili del fuoco, del turno di servizio e dei dipendenti dell’istituzione, il capo dell’IK-11 del Servizio penitenziario federale di Russia per il territorio di Stavropol, il colonnello del servizio interno, Alexander Semin, ha annunciato il comando “Fuoco introduttivo, accensione del tetto del nella zona residenziale (gli alloggi dei detenuti)!”. I vigili del fuoco, il dipartimento operativo, gli operatori sanitari sono arrivati ​​sul luogo del presunto incendio e subito è scattata l’esercitazione.

Tutti i condannati sono stati evacuati dall’istituto e portati a distanza di sicurezza, dopodiché i vigili del fuoco hanno iniziato a spegnere l’incendio. Entro 30 minuti, fuoco è stato spento, ed è stata fornita una valutazione “soddisfacente” delle azioni durante l’attività.

POLIZIA PENITENZIARIA, PERCHÈ GLI ATTUALI SINDACATI SONO INUTILI

Il nostro Corpo ha un’infinità di problemi, primo fra tutti il fatto che ad oggi alla Polizia Penitenziaria non sia consentito di avere un autentico Comando Generale o Ispettorato Generale da cui dipendere per le decisioni relative alla sicurezza delle carceri, all’esecuzione penale esterna, i servizi e le specialità, nonché la gestione delle scuole di formazione. Ebbene, ad oggi, quei settori sono in mano ai dirigenti penitenziari, che con il riordino delle carriere (che non avrebbe dovuto permetterlo) hanno “scippato” e usurpato funzioni che dovrebbero essere limitate ai soli membri delle forze di polizia. Una vergogna “civile” che va sanata. Ci sembra però che chi se ne è dimenticato, tradendo una grande storia di lotta, di conflitto con il DAP dei civili e le sue derivazioni politiche, siano stati proprio i sindacati in auge.

Storie di Polizia Penitenziaria è un’organizzazione di movimento che intende praticare il conflitto come mezzo per la risoluzione delle controversie, delle vertenze, e per il miglioramento delle condizioni di lavoro, ma sempre condividendo obiettivi e metodi di lotta con i diretti interessati, i i poliziotti della prima linea. Per ora solo con attività di controinformazione e analisi, più avanti con la costituzione di un organismo di lotta e di conflitto contro i padroni del vapore. Ci stiamo lavorando, attraverso lo studio e l’analisi di altri movimenti analoghi e formazioni sindacali come la “Force Ouvriere”, il massimo sindacato dei colleghi penitenziari francesi che, nel 2018, scatenarono un vero e proprio inferno a suon di penitenziari bloccati, barricate, proteste nelle città, rischiando in prima persona scontrandosi con la polizia, per ottenere infine una larga vittoria su tutti i fronti, compreso quello della tutela dalle aggressioni al personale, in passato molto frequenti anche Oltralpe. Per questo abbiamo avviato una serie di contatti con i sindacalisti francesi per capire quali strategie sia possibile adottare in Italia.

Una precisazione: il populismo è un’altra cosa, come ben sanno i dirigenti delle attuali organizzazioni; il populismo è interclassista, rappresenta indistintamente interessi diversi, mette insieme padroni e lavoratori come se non vi fossero interessi distinti e contrapposti tra sfruttati e sfruttatori. Già, tra poliziotti e “padroni” civili. Occorre un sindacato che non abbia altri interessi se non quelli dei lavoratori. Dunque la coerenza di un’organizzazione indipendente che proponga un modello sindacale diverso da quello neo concertativo praticato oggi.

Liancourt, Francia, ingresso penitenziario. Surveillantes penitentiaire si scontrano con la Gendarmerie Nationale

Noi non siamo equidistanti, noi riteniamo che il confronto, la lotta, siano necessari per arrestare la deriva filo dappiana che oggi va tanto in voga nei sindacati storici.E’ populismo lottare per superare questi elementi? È populismo lottare contro le angherie dei civili penitenziari, le aggressioni impunite al personale e si potrebbe continuare, o contrastare lo sviluppo della logica dei tesseramenti sindacali, all’interno dei quali entra, ogni anno, una mole di danaro probabilmente assai cospicua, la cui gestione viene effettuata dai sindacati accumulatori senza che nessuno conosca la verità sui bilanci per niente trasparenti e secretati dalle segreterie nazionali?

PADRE BERNARDO VISITA IL CARCERE DI LECCE……

Ieri a Lecce Borgo San Nicola, sul cui terreno si adagia l’astronave delle anime maledette, è apparso come d’incanto il Santo Padre del DAP, Bernardo I da Petralia. Ai colleghi, dopo averlo visto e alla sua partenza da lì, si sono chiesti il perché non abbia visitato le sezioni e gli sgabuzzini dove i colleghi di Lecce sono “rinchiusi” per tutto il turno, senza aria, senza luce, luoghi fatiscenti. Come sempre in queste occasioni di facciata, invece no, fanno vedere le parti appena ripulite e pitturate per l’occasione, non ce ne frega niente della sua visita…….. tanto non cambia nulla.

FOCUS CARCERI POLACCHE, DOVE LA SICUREZZA È UN “MUST”

Dalle carceri polacche non si può scappare, evasioni zero, controlli rigidi, niente e nessuno può entrare. Tutela del personale, regolamenti applicati alla lettera, silenzio. Nelle fotografie vediamo alcuni momenti della giornata dei colleghi della Wiezienna Sluszba, la polizia penitenziaria, terza forza di sicurezza della Polonia. Dalla conta dei detenuti dopo la sveglia mattutina, alle verifiche sulla tenuta dei sistemi di sicurezza, al quotidiano del servizio.

NON DIMENTICHIAMOCI CHE, NONOSTANTE LA PANDEMIA, GLI SBARCHI PROSEGUONO SENZA SOSTA

di Sofia Dinolfo e Mauro Indelicato (il Giornale.it)

Non accennano ad arrestarsi gli sbarchi a Lampedusa. Anche in questo scorcio del 2021 sono stati diversi i barconi approdati sull’Isola. Solo nelle ultime ore si parla di quasi 800 migranti. Per gli abitanti si riaprono gli spettri del 2020, l’anno nero in cui l’emergenza ha colpito su più fronti.

Quali saranno le prossime mosse del governo per fronteggiare tutto ciò?

I numeri del 2021 che fanno già preoccupare. Sono dati allarmanti quelli resi noti gli scorsi giorni dall’Unhcr con riferimento agli sbarchi dei migranti in Italia. Secondo il report redatto come ogni fine anno, il 60% degli approdi è avvenuto a Lampedusa. Un fenomeno che preoccupa dal momento che la maggior parte degli arrivi irregolari è stata registrata in un territorio molto piccolo con appena 6mila abitanti e che presenta pure gli svantaggi di essere lontano dalle strutture sanitarie più sofisticate. Ma se il 2020 si è concluso per Lampedusa con l’emergenza dettata dal continuo arrivo dei migranti, non è stato da meno l’inizio del 2021. In meno di due mesi l’isola maggiore delle Pelagie si è ritrovata ad affrontare a più riprese l’arrivo di numerosi stranieri. Provenienti per la maggior parte dalla Tunisia, dalla Guinea e dalla Costa d’Avorio, gli extracomunitari approdati sulle coste agrigentine hanno riacceso i riflettori sulla drammaticità del fenomeno migratorio verso l’Italia.Drammatico il weekend del 20 febbraio che ha registrato l’arrivo di circa 800 persone a Lampedusa e anche un naufragio con più di 15 persone disperse in mare. Gli approdi sono proseguiti anche il giorno successivo innescando la catena dei soccorsi in mare e degli appelli per dare supporto all’Isola. Sono già in 4.305 gli stranieri giunti nel territorio nazionale rispetto ai 2.065 dello stesso periodo dello scorso anno. E dire che questa prima fase dell’anno è stata caratterizzata anche da condizioni meteorologiche non proprio consoni per intraprendere i viaggi della speranza che iniziano dall’altra sponda del Mediterraneo. Chissà le prossime giornate all’insegna della primavera che “sorpresa” potrebbero riservare.

Le difficoltà dell’Isola

L’emergenza dettata dall’arrivo dei migranti sull’Isola agrigentina forse sarebbe caduta nel dimenticatoio, come accaduto nel 2018, se non fosse stato per la presenza di un’altra emergenza, ovvero quella sanitaria. L’arrivo della pandemia da coronavirus lo scorso anno ha messo il dito sulla piaga su una situazione già difficile di suo. Dalla primavera all’estate, il continuo arrivo di barchini e gommoni, non ha dato tregua all’Isola che, a ruota continua in tutte le 24 ore, si è ritrovata a soccorrere stranieri con il problema di garantire sicurezza sia a loro che a tutti gli abitanti del territorio. E i cittadini hanno dovuto vivere nel panico: “Guardate – ha dichiarato un pescatore al telefono – non auguro a nessuno di vivere quello che abbiamo passato qui. Abbiamo avuto la sensazione di sprofondare”. Oggi Lampedusa è silente. Non ci sono turisti anche se iniziano ad esserci belle giornate. Ma forse ce ne saranno pochi anche nei prossimi mesi: “Ma a noi chi ci aiuta? – si chiede un albergatore sentito da IlGiornale.it – Da anni ci sentiamo abbandonati, oggi forse ancora di più”. Il lamento suo e dei suoi colleghi riguarda soprattutto il fatto che ci si ricorda dell’Isola solo per l’accoglienza: “Vero che accogliamo – ha esclamato – ma chi accoglie noi? Questa estate non c’era sicurezza. E la prossima estate non ci saranno forse i turisti. Ma parliamo di Lampedusa solo quando conviene”. Dei problemi di sicurezza, più volte si sono lamentati anche i rappresentanti delle Forze dell’ordine, i quali hanno inviato lettere al ministero dell’Interno chiedendo supporto di personale e di strumenti individuali di sicurezza che scarseggiavano. L’impressione è che Lampedusa corra verso altri mesi difficili, in cui verrà messa in evidenza la difficoltà di vivere in un territorio che, da solo, assorbe buona parte dell’emergenza immigrazione. “Sull’isola danno ambientale enorme”

Mese di febbraio, comparazioni degli sbarchi

L’emergenza immigrazione a Lampedusa non si esaurisce nelle fasi immediatamente successive agli sbarchi. Un aspetto direttamente ricollegabile al fenomeno migratorio e forse molto sottovalutato in questi anni, riguarda l’emergenza ambientale connessa agli approdi sull’isola. I barconi che arrivano a Lampedusa spesso vengono lasciati in disparte in attesa di essere poi trasferiti in una discarica: “Se nel frattempo interviene però una mareggiata – ha dichiarato su IlGiornale.it il presidente dell’associazione MareAmico Agrigento, Claudio Lombardo – le barche si distruggono e il materiale si riversa sul fondale”. Il risultato, in questi anni di emergenza, è la creazione di metri di stratificazione di materiali depositati. “Un danno ambientale enorme – ha proseguito Lombardo – dalla doppia pericolosità: non solo i fondali sono inquinati, ma tutto l’olio e l’amianto delle imbarcazioni si disperde in mare”. A gennaio MareAmico ha sollevato il problema e sono partiti i lavori di rimozione dei materiali: “Ma adesso è tutto bloccato – ha specificato Claudio Lombardo – servono soldi perché per togliere anni di accumuli occorre procedere con opere di dragaggio”. E nel frattempo i barconi sono continuati ad arrivare e ad essere provvisoriamente lasciati in un’ala del porto. Con il rischio di un aggravamento della situazione alla prossima mareggiata. Per Lampedusa il danno ambientale ha anche una valenza simbolica. Essa rappresenta infatti una cicatrice fisica lasciata dall’emergenza immigrazione.

Cosa farà il nuovo governo?

A Lampedusa è forte la convinzione di andare incontro a un’altra stagione di emergenza. I campanelli d’allarme in tal senso sono stati già molto forti. Le prospettive non sembrano delle più rosee anche a livello internazionale, visto che la crisi relativa al Covid ha fatto peggiorare le situazioni economiche in Africa e la stessa Unhcr ha messo in guardia circa una nuova impennata delle partenze verso l’Europa. La domanda più frequente riguarda quindi le politiche che verranno intraprese dal nuovo governo. La linea esternata dal presidente del consiglio Mario Draghi in parlamento, verte soprattutto su un dialogo con l’Ue per la redistribuzione dei migranti e per accelerare i rimpatri. Difficile al momento prevedere cosa verrà messo in campo sia a Palazzo Chigi che al Viminale per fermare i nuovi arrivi e per ridimensionare la prevista ondata di sbarchi. Quando era parte del precedente esecutivo, il riconfermato ministro dell’Interno Lamorgese aveva accennato a un piano navale per limitare gli arrivi dei barconi dalla Tunisia, Paese da cui è sbarcato il 42% dei migranti giunti nel 2020. Ma di quella proposta non si è poi saputo più nulla. La maggioranza giallorossa aveva puntato soprattutto sugli accordi stretti con Tunisi ad agosto, i quali però non hanno prodotto grossi risultati. Da qui alla prossima primavera il nodo riguardante gli arrivi a Lampedusa, potrebbe quindi diventare tra i più importanti nel dibattito interno alla nuova maggioranza.

ANCORA UN IMMIGRATO, ANCORA UN FATTACCIO DI COLTELLO

Una lunga mattinata di follia tra Rivoltella e Desenzano, nel Bresciano, dove per quasi due ore, un immigrato ha seminato il panico tra le vie del paese armato di coltello o taglierino, aggredendo i passanti e ferendone almeno quattro. Tra le vittime tre donne e un uomo di circa 60 anni, tutti finiti in ospedale ma non in pericolo di vita. Le aggressioni si tra le 8 e le 10 in diversi luoghi della città: a partire da via Dal Molin, via Pascoli, nella zona della Spiaggia d’Oro e dei Rogazionisti, e infine in via San Zeno. E’ lì che verso le 10 sarebbe stato arrestato, non lontano dal cimitero. Dove purtroppo non è finito. Peccato, poteva essere il terzo delinquente in pochi giorni.

L’operazione è riuscita grazie al pronto intervento interforze di Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza: uomini e mezzi, raccolte le varie segnalazioni, hanno individuato e accerchiato l’immigrato. La fine di un incubo? Visto che non l’hanno eliminato, probabilmente solo l’inizio.

Un dato inequivocabile: da 10 anni in Italia i reati fanno segnare un trend in calo complessivo. Ma c’è anche, negli ultimi anni, un aumento degli stranieri coinvolti tra arrestati e denunciati. A lanciare l’allarme, in tempi non sospetti, fu il capo della polizia, Franco Gabrielli che sulla falsariga delle statistiche ebbe a dire che gli stranieri sono tre volte più delinquenti degli italiani. “Nel 2016 – ha ricordato Gabrielli – su 893 mila persone denunciate e arrestate, avevamo il 29,2% degli stranieri coinvolti; nel 2017 la percentuale è salita al 29,8%, l’anno dopo al 32% e nei primi nove mesi del 2019 il trend è lo stesso, poco sotto il 32%. Nel 2020, con la pandemia in atto e i lockdown i dati sono più altalenanti, ma sempre assai critici. Il fatto che gli stranieri presenti nel nostro Paese, tra regolari e no, sono il 15%, dà la misura del problema. Gli immigrati, specie quelli sbarcati e poi spariti nel nulla, in larga misura, rappresentano una vera bomba sociale pronta ad esplodere, perché tutti questi migranti non vivono altro che di espedienti e di reati, e infatti oggi in Italia ogni minuto avviene un reato di strada, ogni 2 minuti un furto in appartamento, ogni 3 minuti un furto d’auto o di motociclo, ogni 4 minuti un furto in supermercato.

NON SI INDAGA UN POLIZIOTTO SE REAGISCE AD UNA GRAVE AGGRESSIONE, ANCHE PER TUTELARE LA PROPRIA VITA E QUELLA DI UN COLLEGA

Siamo alla vicenda di Milano: un collega spara ad un delinquente armato di coltello che tenta di infilzare lui e l’altro collega. Il colpo uccide il delinquente. La procura: “si tratta di un atto dovuto”. Raramente il vocabolario dell’insensatezza ha partorito concetti più ripetuti ed insignificanti. Il procuratore Tal dei Tali ha inviato a un poliziotto un avviso di garanzia, ma precisa che si tratta di un “atto dovuto”. Adesso l’”atto dovuto” è stato compiuto anche nei confronti di un agente della PS che ha sparato per difendere se stesso e il collega da una grave aggressione.

Due considerazioni vanno fatte, una di ordine generale ed una relativa al caso particolare. In generale si dimostra ancora che i costi del non funzionamento della giustizia sono alti. L’avviso di garanzia è stato concepito a tutela dell’indagato, ma, di fatto, per il modo in cui viene emesso e per il modo in cui viene venduto, equivale ad un’anticipazione della condanna. Si tratta di un livello di degenerazione che neanche coinvolge il tema del garantismo: siamo assai più indietro.

L’avviso di garanzia, inoltre, con la sua deturpata disfunzione, arriva qualche anno prima l’eventuale processo. Nel frattempo si è presunti colpevoli. Qualsiasi giornalista può descrivere le supposte malefatte dell’accusato, intingendo la penna nell’abbondante inchiostro che fuoriesce dalle carte d’indagine. Che poi il malfattore sia assolto, e si dimostri che quelle carte erano men che igieniche, è del tutto ininfluente. E neanche interessante, difatti nessuno ne parla più.

Il collega della PS ha tutto il sacrosanto diritto di rivendicare la propria rettitudine, e nessuno ha il diritto di dubitarne fino a quando una sentenza definitiva non attesti il contrario. Ma il collega della PS è sottoposto non ad un giudizio penale, bensì ad una valutazione politica ed istituzionale. La sovrapposizione crea un cortocircuito, anche perché, capovolgendo la scala delle priorità, si fa credere che sia più rilevante l’indagine penale. Al contrario, invece, la discussione sulle scelte operative fatte dal poliziotto deve essere rispettosa, ma libera. Libera anche dai condizionamenti giudiziari.

NEWS DALLA RUSSIA

LE FORZE ARMATE RUSSE IN COSTANTE ADDESTRAMENTO…

▪️ I veicoli da combattimento praticano lo svolgimento dei compiti come parte di un complesso di ricognizione nei territori di Primorsky e Khabarovsk.

▪️Le riprese vengono eseguite insieme a veicoli aerei senza pilota.

▪️ Il supporto aereo per l’artiglieria è fornito dagli elicotteri Ka-52 Alligator, che distruggono i bersagli terrestri con missili aerei non guidati.

▪️ Le esercitazioni congiunte hanno coinvolto oltre 1200 militari e circa 300 pezzi di equipaggiamento.