PUNIRE I DETENUTI CON DUREZZA, CHIUDERLI IN ISOLAMENTO, MA QUELLO VERO, IN PENITENZIARI SPECIALI

Ogni detenuto che si macchia di un grave delitto, come l’aggressione ad un nostro collega, va punito, senza sconti, senza pietà, interrompendo ogni forma di garanzia, lasciandolo marcire in un inferno nel quale capisca il significato di rispetto, di legge, di regole. Come quel bastardo dentro, straniero, che nel penitenziario di Castrovillari ha aggredito un nostro collega. Un assistente capo, responsabile del magazzino detenuti, si è beccato un pugno in pieno volto, senza un motivo. Consegnava i pacchi postali ai gaglioffi, e invece si è ritrovato a terra, testa e schiena doloranti per l’impatto con il suolo. Ai detenuti violenti occorre somministrare carcere duro e regole stringenti. Come al Black Dolphin della Russia, un penitenziario di massima sicurezza che ospita i peggiori criminali, quelli che non si possono riabilitare.

Dunque un carcere di massima sicurezza più rigido ed efficiente, per nulla sovraffollato (700 detenuti su una capienza di più di 1000 posti letto). La prigione di Alcatraz, al confronto, può essere considerata un luogo di svago. I criminali russi infatti sono molto spaventati del trattamento che ricevono al suo interno e molti dichiarano che se avessero saputo come sarebbero stati trattati, non avrebbero mai commesso crimini. La Black Dolphin prison è situata nella contea di Sol-Iletsk, a 77 km dalla città di Orenburg in Russia. La struttura si trova nei pressi del confine con il Kazakistan e al suo interno sono rinchiusi i criminali più pericolosi di Russia. Tutti sono accusati di crimini terrificanti come cannibalismo, pedofilia, omicidio e terrorismo. E detenuti che nelle carceri ordinarie hanno commesso infrazioni gravi al regolamento interno. Un esempio da tenere in considerazione….

2 LUGLIO, ORE 20, RIENTRO DA PIANOSA…..

Posizione 230° gradi, a 2 miglia da Capo Poro, Isola d’Elba. Una nostra motovedetta scorge un grosso fusto d’olio da 200 litri, semi galleggiante e senza tappo. Riversava in mare il contenuto, pericolo ambientale in vista e rischio impatto con natanti. Fusto recuperato, inquinamento evitato.

Avvisata la Capitaneria di Porto e fusto consegnato alla eco-ditta per lo smaltimento del particolare rifiuto.

GRAZIANO MESINA, LA PRIMULA ROSSA, L’UOMO CHE BEFFÒ LO STATO

di Renato Fratello

È arrivata la condanna in Cassazione per Graziano Mesina, ex primula rossa del banditismo sardo. I giudici hanno confermato i 30 anni di carcere per l’Orgolese. Ma quando i carabinieri ieri sera sono andati a notificare la decisione e accompagnare Mesina in carcere, la beffa. Non lo hanno trovato nella sua casa di Orgosolo. L’uomo ora è latitante. L’ex bandito sardo, considerato a capo di una banda dedita al traffico internazionale di droga, si sarebbe reso irreperibile già prima che arrivasse il rigetto del ricorso. I suoi avvocati avevano presentato il ricorso contro la condanna a 30 anni. Mesina avrebbe lasciato la sua casa di Orgosolo ore prima che la Cassazione si pronunciasse. E ora è ufficialmente ricercato.

Graziano Mesina è considerato anche un ”maestro” della fuga. Nella sua vita criminale, infatti, di evasioni, alcune rocambolesche, ne ha totalizzate ben ventidue, dieci delle quali andate a buon fine. La prima volta ”Grazianeddu”, nato nel 1942, finì in carcere ad appena 14 anni con l’accusa di porto abusivo di armi, ma dietro le sbarre non rimase molto. Riuscì, infatti, ad evadere poco dopo forzando la camera di sicurezza per poi dileguarsi sulle montagne di Orgosolo. Nel 1962 ancora una fuga, stavolta mentre veniva trasferito dal penitenziario di Sassari. Mesina riuscì a liberarsi delle manette e nel momento in cui il treno su cui viaggiava giunse nei pressi della stazione di Macomer, si lanciò per poi tentare di far perdere le sue tracce, ma venne preso immediatamente.

La terza fuga

La terza fuga si verificò lo stesso anno. In quel caso ”Grazianeddu” era ricoverato nel carcere di Nuoro, quando all’improvviso riuscì a scavalcare il davanzale di una finestra per poi calarsi attraverso un grosso tubo dell’acqua all’interno del quale rimase nascosto per tre giorni prima di sparire. Poco tempo dopo ancora un arresto e ancora un’evasione. Mesina, detenuto nel carcere San Sebastiano di Sassari, riuscì a calarsi dal muro di cinta della sua cella per poi dileguarsi, riuscendo a rimanere un uomo ”libero” fino al 1968. Nove anni più tardi l’ennesima fuga. Mesina era rinchiuso nel penitenziario di massima sicurezza di Lecce, quando riuscì misteriosamente a fuggire senza lasciare tracce per un anno.

Nel ’93 ottenne la grazia

Arrestato nuovamente e imprigionato nel carcere di Porto Azzurro sull’Isola d’Elba, ancora una volta ”Grazianeddu” riuscì nell’impresa di darsi alla fuga. Nel 1984, poi, dopo essere stato di nuovo arrestato, ottenne un permesso di tre giorni per andare a far visita alla madre a Orgosolo. Ma ne approfittò per fuggire a Milano e poi a Vigevano. Dopo venne braccato dai carabinieri. Dopo molte altre fughe, soprattutto tentate, l’ex primula rossa del banditismo sardo venne arrestato definitivamente nel 1993. E stavolta dietro le sbarre rimase fino al 2004, anno in cui ottenne la grazia. Nel 2013, poi, il nuovo arresto per traffico di droga.

Le pene: l’ultima condanna

Graziano “Grazianeddu” Mesina il carcere lo conosce bene, dei suoi 78 anni circa 40 li ha trascorsi dietro le sbarre, in Sardegna e nella Penisola. Ha scontato la pena per omicidio, sequestro di persona, numerose fughe dal carcere. Fino alla grazia, ottenuta nel 2004 dall’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, e il rientro nella sua casa di Orgosolo, nel cuore della Barbagia. Temuto e rispettato, Mesina è stato il protagonista nel ’92 della trattativa per la liberazione di Farouk Kassam. Sequestrato in Costa Smeralda a gennaio dello stesso anno. Nel 2013 viene arrestato di nuovo stavolta l’accusa è quella di aver messo in piedi un sodalizio dedito al traffico internazionale di droga: Mesina si è sempre dichiarato innocente, ma viene condannato a 30 anni di carcere, pena confermata in Appello nel 2018 e ieri dalla Cassazione.

CEDOLINO SENZA STRAORDINARI, IL SINAPPE HA LA SFERA DI CRISTALLO, MENTRE SAPPE E UILPOLPEN SONO DECISAMENTE PIÙ CONCRETI

Se scorriamo i dati che emergono dal portale di NOI PA, si visualizza quale indicazione “de facto” per il mese di luglio l’elargizione del solo stipendio base. Mancano ancora i dati e le certezze sul pagamento del lavoro straordinario e le competenze accessorie. Tuttavia un sindacato, per la precisione il SINAPPE (e l’alleato SIPPE) fa sapere che “la consultazione del portale NOI PA, allo stato attuale, mostra unicamente l’importo dello stipendio tabellare, ma acquisite le opportune informazioni presso i competenti Uffici (quali?), si è appreso che si sta provvedendo proprio in queste ore all’inserimento delle competenze maturate nel mese di maggio 2020. Appena saranno completate le operazioni di inserimento, anche sul portale NOIPA sarà visibile l’importo aggiornato e, salvo diversi e non preventivabili problemi di natura tecnica, gli importi saranno interamente liquidati con il cedolino del mese corrente”. Sarà, ma ad oggi nulla risulta di quanto va scrivendo nella nota il SINAPPE. A quanto pare questo sindacato parrebbe essere dotato di sfera magica, tanto da aggiungere che “inoltre nel cedolino di luglio verranno accreditate le somme previste dal riordino delle carriere relativamente all’incremento del 1° assegno di funzione, fascia 17 anni, che per il ruolo agenti/assistenti vedrà un incremento pari a euro 22,50 con relativi arretrati decorrenza 01 gennaio 2020. Relativamente a quanto previsto – aggiunge il sindacato – all’Art.45 comma 3 “una tantum” si vuole puntualizzare che l’Amministrazione, come il portale NOIPA, sono già in condizioni di liquidare gli importi a tutti i beneficiari, ma non è possibile ad oggi assicurare che tali importi saranno corrisposti nel cedolino di luglio, non essendo ancora aperte le linee di credito da parte del MEF”. Fateci capire: l’amministrazione è già nelle condizioni di assicurare la corresponsione degli importi, ma è dunque il MEF che non apre i cordoni della borsa? Perchè SINAPPE E SIPPE giocano con le parole? Signori ci sono o no questi soldi? No, al momento no. E basta. Pare che il SINAPPE sia voluto correre in difesa di questa indecente amministrazione. Un’amministrazione che poteva già reclamare al MEF la mancata corresponsione degli straordinari. E mentre il SINAPPE va in soccorso all’amministrazione, SAPPE e UILPOLPEN più correttamente scrivono il dato concreto. Abbiamo effettuato anche una verifica e confermiamo quanto sostenuto da questi ultimi. Ecco le note.

AGGRESSIONI, RIVOLTE, SICUREZZA A PEZZI. COSA FARE? ESISTE LA “TERAPIA D’URTO” APPLICATA CON SUCCESSO ALL’ESTERO

La terapia con le onde d’urto è una metodica invasiva molto utilizzata nei sistemi penitenziari seri, poiché possiede un’azione antalgica davvero efficace (che dipende anche dalla validità dell’apparecchiatura utilizzata e dalla preparazione ed esperienza dell’operatore), consentendo di ridurre l’uso dei rapporti di servizio; essa ha una vasta applicazione all’estero, e non presenta controindicazioni di rilievo. Le “onde d’urto” sono indicate per “patologie” aggressive dell’utente, sia in fase acuta sia cronica, prevalentemente legate alla carenza di sicurezza e all’eccessivo garantismo verso i delinquenti. L’efficacia della terapia con onde d’urto è oggetto di studio per la grande varietà dei “trattamenti” su utenti diversi, per i diversi sistemi di applicazione, per le diverse densità di energia applicate, per la scarsa comprensione da parte dei prigionieri dei meccanismi di legge e ordine. Le tecniche di utilizzo della terapia con “onde d’urto” per problemi di aggressione e violenza in genere, non sono ancora state standardizzate e non sono stati studiati esattamente i dosaggi precisi e la frequenza ottimale di applicazione. In Italia invece si fa l’esatto contrario: si cercano palliativi e sollazzi per la tranquillità degli “utenti”, incominciando dal dialogo, alle aperture in regime dinamico, alle profusioni di merendine e dolcetti….e alle tante sberle che prendiamo in prima linea. Nelle foto a sinistra cane antisommossa (Polonia), a destra “operatore specializzato” nel trattamento per detenuti violenti (Repubblica Ceca).

LA DROGA ALL’INTERNO DEI BISCOTTI AL CIOCCOLATO INTERCETTATA DAI COLLEGHI DELLA PENITENZIARIA BRASILIANA

I nostri colleghi brasiliani ci hanno inviato, nella serata di ieri, il video di un’intercettazione di marijuana all’interno di biscotti al cioccolato destinati ad un detenuto. Il pacco, ci riferiscono i colleghi della policia penal, aveva un odore assai pronunciato, poiché il mittente aveva applicato l’essenza di cannella al pacchetto per cercare di prevenire azioni di sicurezza e impedire agli agenti di aprire il pacchetto. La scoperta, ancora una volta, rivela che il modus operandi per cercare di aggirare il sistema di sicurezza è sempre più sofisticato e creativo. Come protocollo di sicurezza, tutti gli oggetti inviati ai detenuti vengono sottoposti a una ricerca rigorosa. In questo caso, la polizia criminale ha aperto la confezione e ha realizzato che al posto dei biscotti c’erano repliche quasi perfette della delicatezza, fatte di gomma, e al posto del ripieno, che doveva essere cioccolato, la droga. Quaranta compresse della sostanza sono state sequestrate. Attualmente, per prevenire la diffusione del coronavirus all’interno delle carceri, il dipartimento penitenziario federale ha sospeso le visite alle 194 prigioni per ridurre la circolazione di persone esterne negli istituti criminali. I kit supplementari contenenti alimenti, medicine e altri oggetti, consegnati personalmente prima della pandemia, possono ora essere consegnati solo per posta per impedire la circolazione di materiali contaminati. Tutti i kit inviati per posta vengono ispezionati per motivi di sicurezza e, in conformità con la legge, vengono consegnati ai prigionieri.

MA, SCUSATE, CHE CAZZO CE LE ABBIAMO A FARE LE ARMI SE DOBBIAMO AVER PAURA AD USARLE?

Siamo nel ravennate, la centrale operativa riceve la telefonata da parte di alcuni cittadini allarmati da un tentato furto in una tabaccheria a Fusignano, in provincia di Ravenna. I carabinieri si mettono sulle loro tracce e vengono allertate anche le compagnie dei comuni vicini. All’altezza di Mordano, nel Bolognese, una pattuglia piazza un posto di blocco con l’auto in mezzo alla strada e i militari a piedi pronti a intervenire. I malviventi si fermano, due di loro scendono e scappano a piedi per i campi. Gli altri invece restano a bordo. “L’autista ha fatto retromarcia, poi ha puntato l’equipaggio – riferisce al Giornale.it una fonte ben informata dell’Arma – Uno dei carabinieri era a destra, l’altro a sinistra”. I malviventi infatti hanno “mirato” il carabiniere, col chiaro intento di colpirlo. “Volevano andargli addosso, per stenderlo. Ci sarebbe stato lo spazio per scappare senza colpirlo, invece lo ha proprio puntato”. Ciò che ancora non era emerso, invece, è che quando il malvivente ha diretto l’Alfa verso il militare, il militare aveva la pistola in mano e aveva i banditi “nella via di mira”. Avrebbe potuto sparare, riferisce la fonte, ma “non se l’è sentita”. Sono frazioni di secondo in cui ogni operatore delle forze di polizia pensa tra sé e sé: ‘Se mi viene addosso, allora reagisco’. Invece poi si sommano decine di variabili e premere il grilletto risulta molto più facile a dirsi che a farsi. Alessandro li aveva nel mirino, ma non ha aperto il fuoco. E se lo avesse fatto? “Sarebbe stata la solita storia – riferisce la fonte – Alla fine in un nanosecondo si può passare dalla parte del torto, si comincia a parlare di carabinieri cattivi e di eccesso nell’uso della forza”. Magari poi arrivano i magistrati, partono le indagini e il militare si ritrova da vittima a carnefice. Meglio allora non premere il grilletto. E rischiare le penne.

Invece negli USA la polizia non scherza e reagisce. Nel video vedrete un automobilista di colore fermare l’auto e insultare gli agenti. Pochi momenti, l’automobilista viene fatto bersaglio di “pepperballs” ovvero di lanci di palle contenenti una soluzione al peperoncino. Non certo letali, ma assai fastidiose. Tanto che il nero sale precipitosamente in auto e se la fila. Se invece fosse accaduto in Italia?

ARRIVA IL GRANDE CALDO, ANZI È GIÀ ARRIVATO…..

Vogliamo dire che ancora ad oggi, anno di grazia 2020, ci sono posti di servizio poco arieggiati e senza climatizzatore, e per vissuto di prima linea, non è una bella cosa lavorare con queste temperature e con turni di 8 ore! Ce ne hanno fatte passare ma ancora dobbiamo bestemmiare per avere un ventilatore o addirittura fare collette tra colleghi per acquistarlo……