SAMARA, FEDERAZIONE RUSSA, LA POLIZIA FA IRRUZIONE IN UN CALL CENTER NONCHÈ SALA GIOCHI ILLEGALE

Samara si trova nella parte centro-orientale della Russia europea, conosciuta come il Distretto Federale del Volga, nella confluenza tra il fiume Volga e il fiume Samara. E’ la sesta città più grande della Russia. Proprio qui la polizia ha interrotto le attività di un casinò illegale in un appartamento in affitto. Agenti di polizia con il supporto dei combattenti SOBR della direzione Rosgvardia per la regione di Samara, ha posto fine all’esistenza di queste attività illegali.

E come vedete, i poliziotti russi non ci vanno leggeri….mica siamo nell’Italiota dei sinistri e delle toghe rosse pronte a sindacare sull’operato delle forze dell’ordine del nostro paese……

UN BLUFF CHIAMATO ROBERTO SAVIANO

Costretto a spararle grosse per alimentare la fama di personaggione controcorrente, Saviano, già condannato con l’accusa di plagio per aver scopiazzato tre articoli da due quotidiani utilizzandoli poi per il libro Gomorra, ancora e sempre senza pudore il vater (inteso come wc) dei radical chic e dei salotti della borghesia catto-comunista, non cessa di stupire. Purtroppo quando non copia cose scritte da altri spara idiozie ciclopiche. Ci chiediamo, non avrà un amico che possa aiutarlo coi social?

Roberto Saviano

E ora l’antifassista Saviano, il paladino dei migranti (una volta disse che avrebbe voluto sindaci africani), l’intellettuale da poltrona e del copia e incolla, lascia il quotidiano la Repubblica e passa al Corriere della Sera, dove viene salutato come “grande giornalista” e scrittore tra i più significativi del nostro tempo. Ma come ci racconta Max Del Papa dalle pagine del blog di Nicola Porro, in realtà è solo un venditore di fuffa, ovvero merce dozzinale, di scarsissimo o nessun valore; letterario ciarpame, paccottiglia editoriale.

L’epocale passaggio di Roberto Saviano da Repubblica al Corriere è un affarone (a proposito: si potrebbe saperne di più o siamo vincolati al silenzio degli omertosi?) per molti, ma non per tutti: ci guadagna ovviamente il maitre a petit penser sponsorizzato, ci guadagna Repubblica che se ne libera, ma il Corrierino a giudicare dall’esordio ci smena: il biglietto da visita di Roby “Bory” Saviano è una videoinchiestina-soufflè sull’obbligatorio tema delle mafie che col Covid ci guadagnano. Chi abbia mai impacato Roby al ruolo di esperto di Cosa Nostra, non è mai stato chiarito: la leggenda parla della brillantissima intuizione di Gian Arturo Ferrari, che, all’epoca, trasse un ragazzotto ambizioso dalle nebbie vaporose di “Nazione Indiana”, uno dei tanti sotterranei di paraletteratura antagonista, e ne fece una macchina da soldi per Mondadori; l’intendenza mediatica sarebbe seguita di conseguenza, a partire dal martirologio. Galeotto fu il libro e chi lo scrisse: Gomorra funzionò come il Libretto Rosso dell’antimafia comunista, lo leggevano nei centri sociali, nelle chiese sconsacrate e non, se non l’avevi sul comodino minimo minimo eri un picciotto di Totò Riina. Più che inchiesta, tesina da terza media.

In effetti, un mattone d’acqua calda che si ispirava, senza renderle né giustizia né rispetto, alla sceneggiatura di “Piedone lo Sbirro”. Il resto è storia e, soprattutto, business. Perché, ammoniva Gordon Gekko, è sempre una questione di soldi, il resto è conversazione. Roby Boy letterariamente si ispira a Simenon: tre camere a Manhattan (con vista su Central Park), come giornalista invece è nella media. Nel senso che la sua opera prima per il Corriere pare una tesina di terza media: una pioggia dorata di banalità – l’usura che strozza, la mafia che ne approfitta, a Rimini fa incetta di alberghi, pensate, fino alla rivelazione suprema, escatologica: “[oggi] l’estorsione ha un volto diverso e si manifesta mettendo a disposizione capitali”. Scemi noi che pensavamo mettesse a disposizione profiteroles.

Due palle così. Per gonfiare le quali, Roby s’affida alle esplosive testimonianze di due interlocutori due: un procuratore aggiunto antimafia e un ex commissario straordinario del governo per il coordinamento delle iniziative antiracket e anti usura: se ce la fate a recitarlo tutto senza prendere fiato vincete una cena con Saviano: io, mammeta e ‘a scuorta. Non dicono niente di che, ma si parla molto, di “rapporto, molto complesso, tra criminalità organizzata e usura”, ma chi l’avrebbe detto, si parla di un tale di Sos impresa che racconta come “nel Napoletano i clan abbiano minacciato e in alcuni casi pestato preti per ottenere gli elenchi dei bisognosi che ricevevano aiuti dalla Caritas”. Nooo! E perché mai? Vediamo se ci arriviamo da soli: forse per sovvenzionarli loro, in modo da incravattarli per benino? Ma per capire questo bastava Amici Miei con Savino Capogreco lo strozzino. Meglio ancora, bastava un libro vero, serio, sulla camorra, “Napoli siamo noi” che Giorgio Bocca firmò alla veneranda età di 85 anni: centocinquanta pagine che dicevano tutto quello che Saviano non avrebbe mai detto in fiumi di parole. Pensare che all’Espresso gli diedero proprio la rubrica di Bocca, l’Antitaliano, ci sarebbe da carcerarli. Tutti.

Apprendista tuttologo

E insomma, l’esplosiva prima inchiesta di Roby per il Corriere è tutta qui. Breve ma elefantiaca: uno ad arrivare in fondo non ce la fa tanto è stoppacciosa, faticata, zoppicante a cominciare dall’odioso vezzo di narrare in prima persona, io, io, io-io-io. Si parla di questo, si parla di quello, si parla addosso: le paginette di Boy Rob restano inchiodate ad una superficie di constatazione, non si scende mai in profondità, non si scopre mai altro che acqua calda, si milita molto, si fa parecchia ideologia, si pratica l’inesausto vittimismo dell’autoproduzione. Ma niente di più. Mai. “Ciò dimostra che ormai nessun luogo è immune, che Milano non è immune, che la Lombardia non lo è, che non lo è il Nord – e questo lo sapevamo già…”. Se lo dice pure da solo, meno male.

Ormai”, Roby? Ormai oggi Milano non è immune da mafia e usura? E su, che hai 40 anni, informati, chiedi chi erano quei ceffi che negli anni ’60 e ’70 stavano con le macchine davanti al Ragno d’Oro e dirigevano il traffico di chi entrava a sentire Tony Dallara. Documentati sulla pittoresca e pericolosa clientela del Derby. Prova a informarti su Turatello, Ugo Bossi, Vallanzasca e i rapporti burrascosi tra di loro e con i mafiosi di Liggio a Milano. Vuoi una mappa dei luoghi già controllati allora dalle organizzazioni criminali, la vuoi oggi? Tutto è molto irritante, perché puerile; perché questa tuttologia di cui resta poco e niente sa molto di apprendista a dispetto del pompaggio che da una quindicina d’anni gonfia questo ragazzo transitato da Repubblica al Corriere, abbiamo letto, per intercessione di Fabio Fazio. Perché oggi per cambiare giornale ci vuole un conduttore vicino al Pd, il cui impresario, Beppe Caschetto, è un ex funzionario Cgil.

E va bene, diteci pure che siamo miscredenti, blasfemi, che Roby è un martire anche per noi ingrati, anzi diteci che rosichiamo perché lui fa Central Park – Che tempo che fa in 8 ore nette, Lindbergh is nothing. Prima però leggete il compitino di Roby Saviano, possibilmente arrivando in fondo (è roba da duri, ma ce la si può fare). E poi ne riparliamo.

Max Del Papa, 17 gennaio 2021

SUVVIA, BASTA CON LA STORIA CHE I DETENUTI SI RIEDUCANO….

……specie gli stranieri, al primo posto i nordafricani, sempre in agguato, sempre con la lametta in bocca, sempre aggressivi e minacciosi, pronti a farti la pelle e a fregarti non appena gli volti le spalle. Rissosi, insolenti….insomma gentaglia da buttare dentro la fossa dei leoni e gettare via le chiavi. Questi non li rieduchi, e se fai il duro con loro ecco che si inventano torture, pestaggi, ti fanno finire in mano a garanti e magistrati, sulle pagine dei giornali, come i colleghi di Firenze e quelli della Ranza di Montepulciano. Nordafricani, per la precisione tunisini, sono 5 tunisini “ospiti” del carcere di Genova Marassi, solito colabrodo all’interno del quale entra di tutto, anche se poi scoperto e sequestrato durante le perquisizioni operate dai nostri colleghi. Un vecchio cellulare Samsung Gt1200 con tanto di sim card, abilmente nascosto dentro a un tozzo di pane. Questo hanno rinvenuto i colleghi durante il controllo della cella dei cinque soggetti, tutti reclusi per attività legate allo spaccio di droga. E dato che i tunisini sono maestri della fandonia, e hanno sempre la faccia come il culo, ne hanno negato la proprietà e l’esistenza, anche davanti ai fatti.

#tunisinibugiardi #andateacagare

IL RITORNO DEL TRUFFATORE E SEDICENTE OPPOSITORE ALEXEY NAVALNY IN RUSSIA. ORA È IN CARCERE DOVE SCONTERÀ UNA PENA PER VIOLAZIONE DELLA LIBERTÀ VIGILATA

Ieri 17 gennaio, all’aeroporto Sheremetyevo, i nostri colleghi russi del servizio di ricerca di latitanti ed evasi del dipartimento operativo del servizio penitenziario federale di Mosca hanno arrestato Alexey Navalny, già condannato e posto in libertà vigilata, finito nella lista dei ricercati dal 29 dicembre 2020 per molteplici violazioni del “periodo di prova”.

L’arresto di Navalny è stato effettuato sulla base di una risoluzione emessa il 29 dicembre 2020 dal capo del servizio penitenziario federale della Russia a Mosca, secondo cui il condannato è stato inserito nella lista dei ricercati per violazioni sistematiche delle condizioni del periodo di prova con l’ordine di adottare misure cautelari al suo rientro dalla Germania. Fino alla decisione del tribunale, sarà in custodia in carcere.

FACILI EVASIONI…..

È quello che sosteniamo da anni. Oramai in carcere ci sono più cellulari che guardie, che sbarramenti o mandate, e i pochi colleghi della prima linea che ci sono riescono a malapena a fare il minimo indispensabile stando alle norme vigenti. Nella fattispecie il soggetto evaso ieri da Rebibbia con il curriculum criminale che si ritrova sarebbe dovuto stare in un carcere degno ti tale definizione. Ma dove ? Quale??

Tutte le carceri d’Italia sono affette da perbenismi e COLABRODISMO…!!!

Bisognerebbe istituire tre carceri di massima sicurezza NORD/CENTRO/SUD ITALIA

Dove fare marcire come Cristo comanda soggetti di tale indole.

Ma abbiamo la NANNINI….che ci rima le canzoncine …

Questi sono anche i risultati delle ideologie visionarie che invece di redimere o recuperare un delinquente non fanno altro che amplificare la loro indole di malavitosi, ora è giunto il momento di ripristinare regole, sicurezza e sanzioni, i delinquenti incalliti vanno internati all’interno di un sistema carcerario duro. Ma dove, in Italia?

LA TELEVISIONE SI MUOVE SOLO PER RACCONTARE LE STORIE DEI DETENUTI, GENTAGLIA DA QUATTRO SOLDI E MOLTI REATI. SOPRATTUTTO RAI TRE CHE FA NOTIZIA LASCIANDO SFOGARE I FAMILIARI DI QUEI BRAVI RAGAZZI CUSTODITI A POGGIOREALE

In verità, per dovere di cronaca, in uno dei due contributi che vi proponiamo, un “buchetto” alla polizia penitenziaria è stato concesso dalla troupe di Report (Rai 3): davanti ai microfoni del programma è finito il buon Emilio Fattorello, invitto esponente locale del SAPPE, in perfetto completo “manageriale”, camicia, giacca e cravatta male annodata. Che dice la sua, sfiorando ovvietà e deja vu. Ritroviamo anche il buon panciuto Samuele Ciambriello, che scopriamo all’interno di un bell’ufficio proprio a ridosso del bestiario napoletano, dal quale peraltro si vede l’area esterna del grande penitenziario del capoluogo partenopeo. E pure il barbuto garante fa la sua partecipazione al teatrino di Rai 3, sciorinando bolle di sapone e anatemi. Poi ci sono loro, i familiari dei detenuti: e qui scopriamo – anzi lo scoprono i telespettatori, perché noi lo sappiamo già – che la creatività “carceraria” dei napoletani non ha eguali. C’è persino una specie di ufficio corrispondenze e pacchi proprio di fronte al carcere, all’interno di un bar. Vai lì, e il pacco viene recapitato al cammello di turno, visto che i colloqui sono sospesi, causa Covid. Una mammina che si lamenta delle condizioni di salute del figlio obeso, dice “pieno di ansie e di paure (poteva evitarsi il soggiorno, basta rispettare la legge, o no?)”, un’altra donna lamenta che non vede il marito da nove mesi, e teme che il Covid lo possa uccidere (e pure lui perché è finito in carcere? Così per sport?). Insomma Report, tra una chiacchiera e l’altra getta la solita sponda “garantista” ai criminali e alle famiglie dei criminali. Ultima nota: ovviamente sia davanti al bar degli “articoli per detenuti” che agli ingressi del carcerone napoletano, forse il più affollato d’Europa, gli assembramenti vanno a ruota libera, così come all’interno della struttura penitenziaria. E il Covid ringrazia.


L’EGIZIANO UN TANTINO MANESCO, MANDA KO NOVE AGENTI DELLA POLIZIA DI STATO

Questi fatti non avvengono soltanto all’interno delle sezioni di un qualsivoglia carcere italiano. Tutto può succedere anche all’esterno, nelle abitazioni, nelle vie e nelle piazze delle città. Come a Firenze, splendida città d’arte oggi messa a soqquadro da orde barbariche straniere che fanno il buono e il cattivo tempo. E se secoli fa, i barbari venivano conquistati e sottomessi, oggi li si lascia sbarcare sulle nostre coste o dai confini friulani dove giungono in massa con il loro fardello di violenza e arroganza. Dunque nove poliziotti a terra, mentre tentavano di riportare alla ragione un delinquente egiziano, manesco e violento, che stava devastando la propria abitazione, minacciano moglie e figlia minorenne. La polizia è intervenuta dopo una segnalazione per grida di aiuto, facendo poi irruzione nella casa. Il 46enne è stato poi sedato dal personale del 118 e portato in ospedale. Per lui è poi scattato l’arresto per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale: le prognosi per gli agenti contusi sono tra i cinque e i sette giorni, due settimane quella per il poliziotto che ha riportato la frattura della costola. L’uomo è stato anche denunciato per minacce aggravate e maltrattamenti alla moglie. Oggi il processo per direttissima. Questa è l’Italia, signore e signori.

Le zecche comuniste, i radical chic, i “volemose bene”, quelli dei “genitori 1 e genitori 2”, quelli del “garante” sempre e comunque, quelli del “il cattivo” ha sempre ragione, quelli dell’antipolizia nonostante governino sulla polizia…. quelli…. si quelli… SI STANNO NUTRENDO DELLA DIGNITÀ DI TUTTI NOI ITALIANI, della DIGNITÀ degli Uomini e delle Donne di ogni Forza di Polizia, svuotando gli ANIMI dei Servitori dello Stato mentre arricchiscono i loro indegni “corpi” con quella DIGNITÀ divenuta “perle” per i porci.

CARCERE COLABRODO, REBIBBIA, EVADE SEMPLICEMENTE SCAVALCANDO IL MURO DI CINTA

Premessa: le carceri italiane, tra “aperture” ai condannati, tra carenze strutturali e briciole di polizia penitenziaria sono costantemente sotto attacco, da dentro e da fuori. L’evasione di ieri pomeriggio, da noi prontamente segnalata sul nostro profilo Twitter (con la pubblicazione delle foto segnaletiche dell’evaso), è stata consumata con estrema facilità. Dalle carceri italiane si scappa, si può evadere con più facilità di quanto ci si possa aspettare. Manolo Gambini, 41 anni, in carcere per reati contro la persona, ha potuto scavalcare prima l’area passeggi, poi si è arrampicato sul muro di cinta fino a uscire dal penitenziario e dileguarsi nel nulla. L’area cittadina in cui sorge il complesso penitenziario, compresa tra la via Tiburtina e l’adiacente quartiere Casal de Pazzi, è assai vasta e complicata da battere. Il Gambini potrebbe anche aver avuto qualche appoggio, qualche complicità che potrebbe averlo aiutato nella fuga. Rebibbia, penitenziario non nuovo a evasioni clamorose, l’ultima prima dell’estate. Un’evasione che inevitabilmente mette a nudo tutte le criticità di un sistema carcerario sempre più in difficoltà sia per la natura delle strutture sia per le gravi carenze organiche e di sistemi di allarme adeguati. Esattamente come nelle strutture di Rebibbia, dal Nuovo Complesso, alla reclusione, fino al femminile. Il Gambini – qualcuno probabilmente lo ricorderà – fu protagonista del tentativo di sequestro di un collega nel penitenziario di Civitavecchia.

Giudicato più volte, Gambini era stato rinchiuso nel carcere di Aurelia per parecchio tempo, in seguito ad una serie di furti commessi nel grossetano. Dopo il sequestro del collega, il Gambini venne trasferito a Rebibbia, dove ha mantenuto alta la sua fama di soggetto irrequieto e poco incline al rispetto delle regole. Costui fu arrestato da Carabinieri l’8 novembre di due anni fa, dando esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del tribunale di Grosseto su richiesta della Procura, dopo alcuni furti in appartamenti della zona. Questo caso singolo denota bene la situazione di carceri colabrodo la cui responsabilità non può essere certamente attribuita alla polizia penitenziaria: se si processano i colleghi per presunti atti di tortura come sta accadendo a Firenze Sollicciano non si fa altro che dare l’idea di uno Stato impotente di fronte alla prepotenza di quei detenuti che decidono di macchiarsi di fatti delittuosi all’interno delle celle, fino a poter evadere con relativa facilità dal carcere. Pensate soltanto che in Italia ben 13 istituti penitenziari attuano la custodia aperta nelle sezioni di alta sicurezza. Aggressioni, violazioni di norme penali, rinvenimento stupefacenti, infrazioni disciplinari e rinvenimento di telefonini. Ma cosa vuol dire che l’alta sicurezza è aperta? Vuol dire che non ci sono più garanzie che ci sia l’alta sicurezza, of course. Queste sono le carceri oggi. Ci dobbiamo ancora meravigliare se qualcuno scappa?

C’è evidentemente un momento di “confusione” nella gestione carceraria. Noi siamo convinti che la strada giusta sarebbe quella di porre, finalmente, il problema della nuova edilizia carceraria. È arrivato il momento di avviare la costruzione di nuove carceri. Ma se la gestione resta fallimentare, neppure questo può bastare.