I DETENUTI SONO BUGIARDI, FALSI E IPOCRITI, COSÌ COME CHI LI “TUTELA”

L’ipocrisia è simulazione di virtù, di sentimenti, di qualità o di intenzioni, allo scopo di farsi benvolere, guadagnarsi la simpatia o trarre in inganno. Esattamente quello che fanno certi detenuti. Il fenomeno diviene inquietante se consideriamo che l’intero mondo del carcere è sopraffatto dal cancro inveterato dell’ipocrisia, di cui nessun “potente nume” sembra possa o voglia più liberarsi. Il detenuto mente. Per abitudine alla manipolazione e per istinto di conservazione. Lo Stato deve “mentire” sulle carceri, e l’amministrazione penitenziaria a ruota tecnicamente totalitaria “fabbrica la verità attraverso la menzogna sistematica”. Ma nessun potente mente con la frequenza e l’impudenza di chi protegge e tutela i detenuti, trasformandoli ipocritamente in vittime di un certo sistema: la polizia penitenziaria. Ecco la storia di un ispettore della polizia penitenziaria accusato da un gaglioffo di averlo colpito con una testata al volto. Un’accusa infondata, secondo quanto emerso da un’indagine della Squadra mobile della questura. Il detenuto, così, è stato condannato per calunnia alla pena di dieci mesi di reclusione. All’ispettore, in servizio con un ruolo di responsabilità all’interno della casa circondariale di Rimini, il giudice ha riconosciuto anche un risarcimento di 1500 euro. Il nostro, parte offesa, ha disposto che tutta la somma vada in beneficenza all’Arop (Associazione riminese oncoematologia pediatrica).

Tutto nasce dalle rimostranze del detenuto al quale la direzione del carcere negò la possibilità di avere colloqui più frequenti con il figlio minorenne. Una decisione che, una volta notificata, provocò l’accesa reazione dell’uomo: offese, insulti pronunciati ad alta voce, imprecazioni. A quel punto l’ispettore esce dall’ufficio matricola per tranquillizzarlo. L’invito a moderare i termini, però, non viene accolto bene. Il detenuto grida alcune minacce prima di essere riaccompagnato in cella. Nessuno gli torce un capello, ma il giorno dopo chiede di essere portato in infermeria per un malore e, quindi, denuncia l’ispettore al quale aveva giurato di farla pagare. Ed ecco la bugia, costruita ad arte: “mi ha dato una testata in faccia”. Fandonia. Alla pari di una nauseabonda epidemia, i detenuti, ognuno di loro per ottenere benefici e vendicarsi dei poliziotti che con rigore applicano il regolamento, hanno da sempre avuto tutto il tempo di agire indisturbati, dilagando con dichiarazioni mendaci, raccolte da avvocati, giudici e garanti, menti più facili da manipolare.

SEMPRE, SEMPRE, SEMPRE TELEFONINI, IN BARBA ALL’ARTICOLO 391 TER C.P.

Se ne fottono, aggirano divieti, commettono illeciti anche “rinchiusi” in carcere. Eccoli, con sommo gaudio di Marta Cartabia e Mauro Palma, i “poveri” detenuti. Che adorano il Dio cellulare. Di fronte al quale sono pronti a commettere la qualunque. E il 391 per loro è forse una linea di bus, non certo una norma di legge. E allora via alle telefonate clandestine, agli ordini impartiti all’esterno ai compagni di “merende” che ancora operano in libertà. Naturalmente l’amministrazione penitenziaria, governata dai soliti Pilati, si crogiola nel più assoluto menefreghismo evitando di “SCHERMARE” i penitenziari, bloccando così l’uso indebito e illecito di telefonia mobile. Chissà perché. Nel frattempo i colleghi del Castrogno di Teramo all’alba di questa mattina hanno compiuto una operazione di servizio che ha portato al rinvenimento e sequestro di tre micro cellulari di diverso tipo, tutti funzionanti e con schede sim attive. Messe al setaccio gli ambienti e gli spazi detentivi in comune della sezione del circuito “media sicurezza”. I nostri hanno trovato all’interno di due stanze detentive i cellulari. Gli “inquilini” o come piace ai garantisti “utenti” (ma de che?), due italiani e un sudamericano sono stati denunciati all’Autorità Giudiziaria. Capirai, quanto gliene frega ai detenuti…..magari poi applicano il minimo della pena (come di solito avviene nell’italica giustizia), graziando i delinquenti che gongolano e continuano ad introdurre i telefoni. Ma forse anche in questo caso c’entra l’art.27 della Costituzione?

STORIA DI UN COGLIONE CON IL PALLINO DELLO SPACCIO DI DROGA….

Dovrà rispondere del reato di evasione, pagare diverse sanzioni per le infrazioni commesse durante il tentativo di fuga e gli sarà ritirata la patente. Questo quanto ha rimediato il solito immigrato, messo agli arresti domiciliari per reati legati allo spaccio di droga.

Marocchino, in regola col permesso di soggiorno, anzichè trovarsi a casa sua, stava viaggiando a bordo della sua auto, quando è incappato in una pattuglia dei Carabinieri, che gli hanno intimato l’alt. Anzichè fermarsi ha fatto testa coda e iniziato una fuga, attraversando incroci col semaforo rosso e compiendo varie manovre pericolose, sempre tallonato dai militari, che a un certo punto lo hanno raggiunto. Con sé aveva un grammo di cocaina. Per il momento è stato rimesso ai domiciliari. Ci resterà, scapperà di nuovo? Sappiamo bene che la valutazione di lieve entità del fatto espressa dal giudice in sede di convalida dell’arresto per il delitto di evasione (dagli arresti domiciliari) non impedisce al giudice che ha geneticamente disposto la restrizione domiciliare di aggravarla, ex art. 276, comma 1-ter, c.p.p., con quella in carcere ritenendo quella stessa violazione, al contrario, grave. Ma in questo caso non è andata così. Gli arresti domiciliari rientrano tra le misure cautelari personali di tipo custodiale e si distinguono dalla custodia in carcere per la minore afflittività – legata al fatto che la restrizione assoluta della libertà di movimento avviene al di fuori di un istituto di pena – e perché presuppongono una certa collaborazione da parte del soggetto sottoposto, non essendo previsto il piantonamento costante del domicilio.

Tanto vale a giustificare il motivo per cui, nella scala gradata delle misure cautelari personali, gli arresti domiciliari occupino un gradino più basso rispetto alla carcerazione preventiva e perché, accanto alla generale equiparazione tra le misure custodiali prevista dall’art. 284, comma 5, c.p.p., siano previsti tratti di differenziazione tra la disciplina della custodia in carcere e quella degli arresti domiciliari. Ma in questo non sarebbe stato meglio portare in carcere questo marocchino spacciatore?

È L’ORA D’ARIA, MA LUI INVECE SI DÀ FUOCO

Carcere di Velletri. Un detenuto di origine italiana avvolge se stesso in un lenzuolo, poi accende il fuoco. Mentre l’ubiquo di turno nella sezione accompagnava la fauna al pascolo nel cortile esterno, l’animale ha compiuto l’autodafé.

Una torcia umana, esce dalla propria cella ed ha attraversato il corridoio della propria sezione avvolto nel fuoco. Due dei nostri gli salvano la pelle. Ricoverato in ospedale, presenta ustioni su tutto il corpo, ma sembra non essere in pericolo di vita. Malato di cancro e in carcere per scontare una condanna definitiva, già tentò il suicidio che, con le stesse modalità, due mesi fa, sempre sostenendo di non ricevere le cure necessarie e insistendo affinché il giudice gli conceda gli arresti domiciliari. Fino ad oggi, a malapena, la polizia penitenziaria cerca di garantire il servizio consapevole delle enormi difficoltà cercate e volute dai fiancheggiatori dei detenuti, Garante nazionale persone private della libertà in testa, lavorando con grande spirito di sacrificio a tutela della nostra sicurezza e di quella dei penitenziari e sperando in un futuro migliore. Però ormai siamo allo stremo, non ce la facciamo più. Le incombenze a cui dobbiamo fare fronte sono sempre più pressanti, abbiamo difficoltà, nessuna tutela e pochissimi mezzi a disposizione.

TOC TOC…..MINISTRA CARTABIA NELLE CARCERI C’È LA GUERRA….I “SUOI” DETENUTI HANNO PRATICAMENTE IN MANO GLI ISTITUTI. È QUESTO CHE VUOLE SIGNORA MINISTRA?

Abbia coraggio signora guardasigilli, dia uno sguardo alla realtà stampata a caratteri cubitali all’interno delle sezioni detentive: e la realtà si scrive VIOLENZA. Dei detenuti, si capisce.

Il percorso si sta rivelando più accidentato del previsto, a testimonianza di una incomprensibile mancanza di visione e di coraggio di chi l’ha preceduta. Purtroppo, a conferma delle più pessimistiche previsioni, nelle carceri ormai è emergenza. E in questo gioco di rimessa, Dap e parte politica sembrano recitare la parte del grande cerchiobottista. Ma la polizia penitenziaria sta morendo, le uniformi facilmente si bagnano del sangue dei colleghi feriti, aggrediti dai detenuti. Signora ministra lo sa che nel carcere di Sanremo un detenuto marocchino ha aggredito alcuni poliziotti con un coltello artigianale? Che facciamo ogni volta che accade? Leggiamo loro la Carta Costituzionale, magari facendogli intendere che hanno soltanto diritti e zero doveri? Solo perché “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato? E le legnate che prendono i poliziotti in prima linea?

Ministra Cartabia lo sa che sempre in Liguria, stavolta a Genova Marassi ben 200 detenuti ogni sera danno vita ad un “concerto” strumentale con la battiture alle inferriate che, durante le ore serali, si protrae per circa 30 minuti? E perché? Richiesta di celle aperte, scarsa qualità del cibo ma soprattutto il non voler accettare i controlli. Certo come no. Lasciamoli liberi di pascolare, di aggredire e di pensare che il carcere sia un resort vacanze, dove ciascuno può divertirsi a suo piacimento. Con la polizia penitenziaria ridotta al vassallaggio con l’uniforme da cameriere ai piani. Richieste queste -continua- che devono essere valutate dalla direzione ma non possiamo accettare che possano essere allentati i controlli. Basti pensare che oggi in una cella è stato rinvenuto un telefono cellulare il quale possesso è vietato. Sempre a Marassi, a Genova, è avvenuta una rissa tra detenuti. Abbia coraggio ministra Cartabia. Manifesti, a differenza di chi l’ha preceduta, una sensibilità e una preoccupazione speciali per identificare le questioni cruciali che ci interpellano tra i corridoi, le stanze e le rotonde di ciascun penitenziario. La gravità della situazione attuale, che la pandemia del Covid ha fatto risaltare ancora di più, esige una responsabile presa di coscienza di tutti gli attori istituzionali, di tutti voi, tra i quali voi avete un ruolo primario: le conseguenze delle vostre azioni e decisioni ci toccano in prima persona, pertanto non potete rimanere fuori dai luoghi in cui si genera, non dico il nostro futuro, ma il nostro presente di poliziotti penitenziari. Voi non potete restare fuori da dove si genera il presente e il futuro. O siete coinvolti o la storia vi passerà sopra. Mentre la polizia penitenziaria si avvia al finale di partita. Se è urgente trovare risposte, è indispensabile far crescere e sostenere gruppi dirigenti capaci di elaborare soluzioni, avviare processi – non dimenticatevi questa parola: avviare processi – tracciare percorsi, allargare orizzonti, creare appartenenze… Ogni sforzo per amministrare, curare e migliorare la nostra condizione, se vuole essere significativo, richiede di cambiare gli stili di vita, i modelli di sicurezza improntati all’ordine e al rispetto verso chi indossa l’uniforme. E ovviamente rivedere le strutture consolidate di potere dei civili che oggi reggono l’amministrazione penitenziaria. Senza fare questo, non farete nulla.

SIGNORA MINISTRA CARTABIA, ALTRA AGGRESSIONE, QUESTA VOLTA NEL CARCERE DI TRAPANI. CHE FACCIAMO, DOBBIAMO ANCORA ABBOZZARE?

Il silenzio della Cartabia è agghiacciante. In un paese serio un ministro della giustizia, di fronte a tante e reiterate aggressioni si sarebbe già pronunciato. Ma siamo in Italia, dove a quanto sembra vale più un incontro con un certo signore Garante nazionale dei detenuti, piuttosto che prendere seri provvedimenti per frenare la mattanza nei confronti della polizia penitenziaria. Che sta facendo la nostra guardasigilli? E in mistica adorazione del solito art.27 della Costituzione? Avrà ancora il coraggio di portare la Carta ai detenuti? Dai primi passi del neo ministro Cartabia non abbiamo ragione di gioire. I sindacati invece? Ah beh, protestano, lanciano invocazioni, invece di fare ciò per cui sono pagati. Tutelare i poliziotti penitenziari. Parlano di aggressioni assurde e violente, ma non hanno idea sul da farsi. E neppure il coraggio dei surveillantes francesi, quando nel 2018 misero a ferro e fuoco penitenziari e città per i propri diritti. Certo, quel genere di sindacalismo mai lo vedremo tra le molli chiappe dei segretari generali, tra le mosse di sindacalisti inetti e intenti al profitto uguale tessere. No, tutto questo non c’è. Non coraggio, non lotta dura, non iniziative che possano mettere in ginocchio il DAP e il ministero, come avvenne invece in Francia. Loro vinsero e ottennero. Noi, solo massacro e negazione di tutele. Il detenuto – soggetto che ha commesso crimini – ha più riconoscimenti di chi ha scelto di servire lo Stato e la comunità. Ecco che quindi la lista non può che arricchirsi di ulteriori aggressioni. Penitenziario di Trapani. Un Assistente di Polizia Penitenziaria del carcere trapanese è stato aggredito da un detenuto dopo averlo accompagnato ad un controllo nell’infermeria dell’istituto. Al rientro verso la cella, il soggetto criminale ha aggredito il collega. Ma forse la Cartabia non lo sa.

SICUREZZA URBANA. MILANO SPROFONDA SEMPRE DI PIÙ NEL DEGRADO E IL SINDACO SALA È SORDO AGLI APPELLI DELLE FORZE DELL’ORDINE E DEI CITTADINI

di Francesca Bernasconi (il Giornale.it)

Francesca Bernasconi

Lo stabile messo in sicurezza due anni fa alla presenza dell’assessore Anna Scavuzzo cade a pezzi ed è diventato il rifugio e il luogo di lavoro degli spacciatori. La denuncia del consigliere Bastoni: “Il Comune fa orecchie da mercante”. Un rifugio per “disperati e pusher”. Così, parte dello stabile in via Ucelli di Nemi, nella zona Ponte Lambro di Milano, si è trasformato in un “bunker dello spaccio”. Si tratta di una serie di condomini che avrebbero dovuto essere riqualificati a firma Renzo Piano. Invece, a distanza di quasi due anni dalla messa in sicurezza dello stabile, alla quale era presente anche l’assessore alla sicurezza Anna Scavuzzo, la palazzina è diventata un “rifugio di disadattati”. Nel video del sopralluogo effettuato questa mattina dal consigliere comunale della Lega Massimiliano Bastoni si notano finestre rotte, pavimenti coperti di bottiglie di plastica e spazzatura varia, materassi e indumenti stesi. Ma all’interno dello stabile non dimorano solamente “disperati”. Il posto, infatti, è diventato il luogo di lavoro degli spacciatori: sono circa una ventina, “tutti magrebini”, che non si fanno problemi a fornire il numero di cellulare a chiunque glieli chieda: “Mi hanno offerto cocaina- ha spiegato il consigliere Bastoni- e fornito dei recapiti telefonici che ho prontamente girato alla Polizia”. Molti nomi sono già noti alle forze dell’ordine che li hanno anche già arrestati, ma senza poterli poi trattenere: “in quello che è l’indotto di Rogoredo mi risultano 89 le richieste di misure cautelari da parte delle forze dell’Ordine per italiani e stranieri dediti allo spaccio- spiega Bastoni- Da tre anni però la Procura non dà risposte”.

Lo scambio di droga avviene in poco tempo: i pusher, che sono attivi dalle 17.00 fino a tarda notte, si mettono all’interno dello stabile e, a chiunque li chiami dalla strada, chiedono di mettere i soldi dietro le transenne, per poi lanciare la dose dalle finestre. Ma, “nonostante le continue sollecitazioni delle Forze dell’Ordine a mettere in sicurezza definitivamente murando ogni ingresso, il Comune fa orecchie da mercante”. La situazione va avanti da più di due anni e a volte i pusher si spingono anche al di fuori dello stabile, tanto che alcuni residenti li hanno trovati a sniffare sui giochi dei bambini di un parco lì vicino.

Così, quello che doveva essere un quartiere a firma Renzo Piano si è trasformato in un bunker dello spaccio e il Comune di Milano sembra sordo alle richieste anche delle forze dell’ordine: “Se la Scavuzzo latita, le forze dell’ordine non possono fare al meglio il loro lavoro ingaggiando una caccia all’uomo nei meandri di questo stabile a rischio della loro incolumità visto che i soffitti e le solette sono pericolanti- conclude il consigliere- La polizia chiede inutilmente di chiudere definitivamente questo spazio ma niente, Beppe Sala non ci sente”.

STORIE DI ISLAM

di Rosa Scognamiglio (il Giornale.it)

Rosa Scognamiglio

È tempo di Ramadan per i mulsumani di tutto il mondo. Lo è per gli adulti tanto quanto per i bambini che, per un mese intero, non potranno né mangiare né bere – neanche un sorso d’acqua – dall’alba al tramonto. Nulla da obiettare. Del resto, ognuno è libero di professare il proprio credo nelle modalità più opportune. Fatto sta che per i ragazzini in età puberale il digiuno prolungato rischia di comprometterne lo stato di salute: gli alunni delle elementari “svengono in classe”. Teoricamente, quei bambini sarebbero “esentati dal digiuno”. Lo prevede una circolare emessa dalla preside dell’Istituto Comprensivo Ermanno Olmi – a cui fanno capo tre scuole tra primarie e secondarie di Milano – che cita una comunicazione della Comunità islamica italiana. “Finché sono affidati alla responsabilità del personale scolastico – chiarisce il quotidiano Libero riprendendo i punti salienti della circolare – i minori si devono alimentare in modo naturale e adeguato”. Per tutelare la loro salute, non si esclude di ricorrere alla “segnalazione alle autorità competenti”. Neanche a dirlo che è esplosa subito la polemica.

La protesta

Che qualche osservante particolarmente ossequioso delle prescrizioni coraniche non gradisse le nuove direttive, c’era da aspettarselo. Ma che poi esplodesse “un caso nazionale”, proprio no. C’è addirittura chi parla di islamofobia e limitazioni delle libertà personali puntando il dito contro quegli italiani brutti, cattivi e pure xenofobi. Almeno, così sembrerebbe dal resoconto che fa il sito La Luce, gestito da Davide Piccardo, dove la decisione viene descritta come “un concentrato di aberrazioni sotto il profilo giuridico e delle libertà civili e costituzionali, nonché sotto il profilo dei diritti umani più basilari e sotto quello dottrinale islamico”. Nulla di più lontano dalla realtà dal momento che i genitori degli alunni, all’inizio dell’anno scolastico firmano un regolamento nel quale si impegnano a rispettare le disposizioni, che non prevedono l’astensione da cibi e bevande in orario di lezione. Tant’è.

Cosa prevede la legge coranica

L’astensione totale da cibi e bevande non è contemplata nemmeno dalla legge coranica. O, almeno, si tratta di una prescrizione flessibile. Yahya Pallavicini, presidente della Coreis, la Comunità religiosa islamica, spiega a Libero che la norma è limitata a “un musulmano osservante, in buona salute, dalla pubertà in poi” e che, nel caso degli adolescenti, “la necessità di garantire loro una crescita adeguata”. Secondo Pallavicini, imam della moschea al- Wahid di Milano, la polemica “è fuorviante”, dice. E, in ogni caso “le responsabilità professionali e, in questo caso, di studio, vanno mantenute”. Nulla a che vedere con la religione, insomma. Lo ribadisce anche la preside, Laura Barbirato, che spiega a FanPage: “Nessuno vuole negare la libertà di scelta, però abbiamo avuto bambini che sono svenuti a scuola a causa del digiuno, altri che non hanno potuto più fare attività sportiva o partecipare alle gite, in quanto, andando verso il caldo, non solo la privazione del cibo,ma soprattutto quella dell’acqua era un problema che interferiva sul benessere psicofisico dei bambini”.

“Il Consiglio di Istituto – continua la dirigente scolastica -ha preso visione di quanto prescritto nei testi di riferimento in merito al digiuno: sono esenti dal digiuno i minorenni, gli anziani, i malati di mente, i malati cronici, i viaggiatori, le donne in stato di gravidanza e ha deciso di riportare anche sul modulo, che i genitori sottoscrivono per accettazione all’atto”. Dunque, nessuno scontro di civiltà. Ma solo un minimo di buonsenso.

OPERAZIONE DI POLIZIA

Federazione Russa, un uomo sta minacciando e tenendo in ostaggio una prostituta con un’arma da fuoco, all’interno dell’abitazione di quest’ultima. Il giorno prima, il 50enne Vladimir Vyaly di Petropavlovsk-Kamchatsky ha invitato una ragazza con bassa responsabilità sociale (così in Russia vengono definite le prostitute), ha trascorso tutta la notte con lei e la mattina dopo ha tirato fuori una pistola e ha detto che non avrebbe lasciato andare la donna da nessuna parte e le sparerebbe al ginocchio se avesse tentato la fuga. La prostituta in qualche modo è riuscita a chiamare i servizi di emergenza. Il distaccamento speciale degli OMON della polizia è subito giunto sul posto e ha liberato la donna e arrestato il suo sequestratore.

IL PROCURATORE NAZIONALE ANTIMAFIA VIENE INVITATO AD UN CONVEGNO DEL PD, SCOPPIA LA BUFERA

di Giovanni Vasso (il Giornale.it)

Il procuratore antimafia al convegno Pd, è bufera: “Speculazione politica”

L’annuncio della partecipazione (poi saltata) a un webinair organizzato dal Partito democratico da parte del procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho ha fatto insorgere la polemica politica e ha rinfocolato lo scontro tra gli schieramenti a Napoli. Su una delle pagine social del Pd metropolitano di Napoli, è apparsa nelle scorse ore la locandina di un evento che ha immediatamente calamitato l’attenzione del centrodestra napoletano e campano: un incontro “virtuale” sui temi delicati dell’economia, della sburocratizzazione e del rischio di infiltrazioni criminali in vista del Piano nazionale di ripresa e resilienza. L’incontro, calendarizzato per oggi, tra gli ospiti (tra cui l’ex ministro per il Sud Giuseppe Provenzano) avrebbe previsto la presenza prestigiosa del procuratore Cafiero de Raho, già “aggiunto” alla Procura della Repubblica di Napoli e poi procuratore capo a Reggio Calabria.

Ma l’annuncio della presenza dell’alto magistrato a un appuntamento organizzato dal Partito democratico ha “sorpreso” gli esponenti politici locali e regionali del centrodestra. In una nota unitaria, i coordinatori campani di Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Unione di Centro (rispettivamente Domenico De Siano, Valentino Grant, Antonio Iannone e Ciro Falanga) si sono detti sorpresi dalla notizia: “Ben conoscendo le robuste doti di imparzialità e correttezza istituzionale del dottor Cafiero De Raho, desta stupore la notizia di una sua partecipazione ad un convegno organizzato da una forza politica”.

I responsabili campani di FI, FdI, Lega e Udc hanno aggiunto:“Anche per scongiurare il rischio di speculazioni politiche su un possibile svilimento dell’autorevole e alta funzione ricoperta, i coordinatori regionali invitano il dottor De Raho, con la dovuta deferenza, a riflettere sull’opportunità della sua partecipazione all’iniziativa”. Sul caso era intervenuto anche l’ex deputato napoletano Amedeo Laboccetta che aveva affermato: “Ho grande stima e rispetto di tutti i partecipanti alla tavola rotonda, ma una domanda mi sorge legittima: non hanno nulla da dire Csm, Anm, ministro della giustizia? E’ opportuno, normale che il vertice della Procura nazionale antimafia in carica faccia il relatore ad un incontro di partito, in questo caso il Pd? So bene che ai magistrati piace far domande, rientra nel proprio lavoro, e non amano dar risposte, se non nell’ambito ristretto dell’ordine giudiziario”.

Nel tardo pomeriggio, il “nodo” si è sciolto. Dalla stessa pagina Facebook, il Partito democratico di Napoli ha reso noto che il convegno si farà ma senza la presenza del procuratore nazionale antimafia. Secondo quanto trapelato da fonti vicine al Pd napoletano e raccolto dalle agenzie, Cafiero de Raho sarebbe stato impossibilitato a garantire la sua partecipazione per il sopraggiungere di impegni istituzionali. Sullo sfondo della vicenda che ha animato la giornata politica napoletana, le grandi manovre politiche in vista dell’appuntamento con le elezioni amministrative che si terranno in autunno e dovranno stabilire chi sarà il nuovo sindaco di Napoli dopo la fine del doppio mandato del primo cittadino uscente, a sua volta candidato governatore in Calabria, Luigi de Magistris.