I protocolli operativi di sicurezza

Focus sulla formazione, le criticità operative ed i rischi nel lavoro di Polizia Penitenziaria.

L’attenzione rivolta alla necessità di maggiore sicurezza negli Istituti Penitenziari è una costante quotidiana. Non passa giorno, infatti, che sia possibile sfogliare un quotidiano o guardare nei vari social senza leggere e comprendere dai fatti di cronaca come, da un lato, siano giustificate le continue richieste agli organi preposti di attuare maggiori azioni a garanzia della sicurezza di chi lavora a contatto con i detenuti, dall’altro, sia alto il rischio del ruolo degli operatori di Polizia Penitenziaria.

Lo scorso anno gli agenti di Polizia Penitenziaria in servizio dentro e fuori gli Istituti Penitenziari sono stati circa 1000, cioè quelle che hanno causato il ferimento con relativo invio al pronto soccorso. Da questa statistica sono stati depennati: minacce, insulti e simili che non possono essere considerate minacce ma tali “aggressioni” verbali portano un forte stato di stress emotivo all’operatore.

Nel primo semestre 2020 sono state riscontrate 380 aggressioni circa, con una media di 2 al giorno con fattispecie dl tipo: utilizzo di una lametta; lancio di suppellettili; gambe dei tavolini staccate e usate come una clava; calci e pugni; lanci di olio bollente o macchinette del caffè etc…

Alla luce di tali statistiche altamente preoccupanti, non si può non prendere in considerazione di rivedere la formazione del personale della Polizia Penitenziaria che guardi alle tecniche di difesa personale e alle tecniche operative ormai obsolete e chiaramente non più adeguate al tipo di detenuto che nei decenni ha visto una vera e propria trasformazione che ha interessato età ed etnia.

Lo scopo rimane sempre lo stesso, garantire all’operatore di gestire situazioni a rischio garantendo la propria incolumità e nello stesso tempo, non arrecare danni al detenuto cosa che potrebbe verificarsi se l’operatore si lasciasse prendere dal panico e reagisse senza un vero e proprio protocollo operativo.

Come si potrebbe realizzare un nuovo programma?

Il continuo confronto formativo internazionale, il know how operativo, lo studio delle casistiche e delle sentenze in materia, ha consentito al Team di Istruttori appartenenti alla Federazione Italiana Krav Maga che si occupa di difesa personale professionale (riservata a Operatori certificati) e delle tecniche operative, di formulare un attento esame degli indici di rischio e delle lacune addestrative attuali. Riportiamo di seguito solo alcuni punti che desideriamo porre in evidenza nell’analisi delle criticità operative e formative fin ora riscontrate:

Lo studio delle Leggi; Regolamenti; Normative e Ordinanze:

Sono una costante dei nostri seminari, sono numerose infatti le richieste di approfondimento giuridico della materia in riferimento all’attuazione delle procedure operative. Bisogna mettere gli operatori nelle condizioni di poter agire secondo quanto è previsto dalla Legge e dai protocolli operativi vigenti;

Gli effetti psicofisici destabilizzanti derivanti dallo Stress:

Quando un operatore di Polizia Penitenziaria si trova catapultato improvvisamente in una colluttazione o in situazioni ad alto rischio, come ad esempio in presenza di soggetti armati (lamette; gambe di tavolini usate come clava, sgabelli, etc..), entrano in gioco particolari funzioni del sistema nervoso autonomo (SNS – sistema nervoso simpatico – Adrenalina e Noradrenalina). Inoltre, tali aggressioni sono amplificate dalle minacce verbali che avvengono quotidianamente.

Nell’organismo, si attivano una serie di reazioni chimiche tali da destabilizzare fisicamente e psicologicamente il controllo razionale delle proprie azioni. Riteniamo sia necessario far comprendere durante le fasi addestrative, con simulazioni operative, riscontri e filmati, quale sia una vicina realtà delle dinamiche (imprevedibili). Schemi classici ed interventi sterili non hanno portato ad alcun beneficio verso nessun operatore, anzi con molta probabilità hanno consegnato loro una distorta visione della realtà.

Gli schemi di alcune procedure attualmente in uso alle forze di Polizia non prevedono una diversificazione dei protocolli d’intervento qualora venga attuato da un singolo Agente (procedura fortemente sconsigliata, ma qualora, come spesso accade, l’agente si trovi nell’impossibilità di ottenere la cooperazione/copertura o operi contestualmente in assenza di altro/i componente/i) o venga messo in atto da due o più operatori di Polizia. Si rende necessario quindi un addestramento relativo all’intervento operato sia dal singolo Agente e, nell’ipotesi più frequente, qualora operi in pattuglia (trasferimenti, etc..). L’obiettivo da raggiungere è allargare le variabili di intervento per favorire l’attuazione sinergica del protocollo operativo secondo le norme di sicurezza;

Lo studio dell’Intelligenza emotiva, che ci permette di riconoscere e gestire le emozioni proprie e quelle dell’aggressore.

Lo studio dei principi di attuazione delle progressive fasi dell’uso della forza (dall’approccio verbale fino all’uso, qualora necessario e legittimo, delle armi o strumenti di coazione e contenimento fisico);

Lo studio delle diversificazioni operative. Dalla conoscenza degli indici di rischio, alla valutazione dello specifico protocollo di intervento da attuare. Come ad esempio nei casi di soggetti in stato di agitazione psicofisica, in caso di TSO, soggetti in stato di ebrezza ecc.;

Sviluppare le capacità basiche per valutare lo stato psicofisico del soggetto su cui è necessario l’impiego della forza, in particolare per evitare che le manovre contenitive possano danneggiare il detenuto. Qualora le condizioni fisiche siano in qualche modo compromesse, bisognerà richiedere l’intervento medico. In tutti i protocolli vigenti, in particolare in quelli che hanno aggiornato le modalità di intervento operativo, viene sottolineato che le procedure operative previste per il contenimento del detenuto non devono creare pericolo per l’incolumità di questi ed in particolare non prevedono azioni o tecniche operative volte ad ostruire le vie respiratorie, arteriose e venose;

Conoscere la procedura tecnica per consentire le basiche manovre per facilitare le regolari funzioni delle vie aree (Posizione laterale di sicurezza – Posizione laterale di sicurezza con controllo);

Le tecniche operative volte all’immobilizzazione/ammanettamento di un soggetto sia esso collaborativo, sia pericoloso per sé e/o per terzi, devono necessariamente prevedere la conclusione delle fasi contenitive-restrittive nel più breve tempo possibile.

Nelle fasi addestrative nella difesa personale professionale e di tecniche operative per operatori certificati, per la corretta attuazione dei protocolli d’intervento, vengono inoltre considerati alcuni punti essenziali:

Il monitoraggio dei tempi di attuazione delle fasi operative (nelle sessioni di addestramento ad esempio le fasi di immobilizzazione e ammanettamento al suolo devono avvenire in un tempo non superiore ai 40”, con l’inserimento di progressive difficoltà e variabili destabilizzanti);

Un programma formativo che mira al raggiungimento di precisi obiettivi (Standards) attraverso la progressione e l’evoluzione degli I.C.C.S. (Individual Common Core Skills); la riproduzione di scenari realistici nell’addestramento (Reality Based Training); un graduale inserimento di fattori volti a innalzare lo Stress sotto inoculazione controllata SIT (Stress Inoculation Training).

Non a caso, si è scelto di utilizzare un sistema di combattimento come il Krav Maga che, opportunamente rivisitato in base alle Leggi Nazionali e quindi in perfetta linea ai sensi dell’Art. 52 C.P., offre una efficace risorsa che l’Operatore potrebbe porre in essere nei casi di pericolo.

Difesa da attacco con coltello. La posizione delle mani è molto importante se l’aggressore è vicino. Il detenuto è vile e tenderà sempre a colpirti quando meno te lo aspetti.

DUE PAROLE SUL KRAV MAGA

Il Krav Maga è una disciplina di difesa e di combattimento adottato e sviluppato da Imi Lichtenfeld su domanda del governo Israeliano, per l’addestramento delle forze speciali israeliane. In un primo momento fu utilizzata dall’esercito poi, dal 1964, anche dai civili. Krav significa combattimento, e Maga con contatto.

Il Krav Maga è una disciplina basata sull’uso di tecniche da combattimento per l’anti-aggressione e la difesa personale. Si differenzia dalle arti marziali per i suoi gesti mirati non ritualizzati ed è una disciplina da combattimento, finalizzato a sviluppare la consapevolezza dei propri mezzi difensivi e di gestione delle ansie, potenziando così la propria sicurezza personale.

Praticata per acquistare la capacità di gestire la propria paura, sia in situazioni di violenza, sia in contesti difficili e stressanti della nostra quotidianità, è molto efficace per il rafforzamento della nostra motivazione, determinazione e sicurezza in ogni situazione. Il Krav Maga è un sistema incredibilmente efficace e semplice da imparare.

Tuttavia, il Krav Maga è in realtà un sistema di autodifesa che chiunque può usare – indipendentemente dalle dimensioni, dalla forza o dal livello di forma fisica. Il bello di questa disciplina delle arti marziali è che si concentra su tecniche semplici e pratiche su misura per (possibili) scenari di vita reale e non c’è bisogno di una precedente esperienza di arti marziali per diventare competenti.