DELLA SERIE: SIETE SOLO BUONI A FARE SELFIES. INTANTO STIAMO SPROFONDANDO NEL BARATRO…..ALTRO CHE SCATTI E BELLE FACCETTE…

Esse quam videri è una frase latina che significa “Essere più che sembrare”, ed è usata come motto da numerose istituzioni culturali a livello mondiale.

“Tutti ti valutano per quello che appari. Pochi comprendono quel che tu sei”, disse il Macchiavelli.

Esse quam videri è una frase riportata nel saggio di Cicerone De Amicitia (capitolo 98). “Virtute enim ipsa non tam multi praediti esse quam videri volunt“ (Pochi sono coloro i quali preferiscono essere virtuosi, piuttosto che sembrare tali). Ne il Principe, Niccolò Machiavelli capovolse questa frase in Videri Quam Esse (Sembrare più che essere), con riferimento al modo in cui principe avveduto dovrebbe comportarsi. Il verso è utilizzato come motto da numerose istituzioni culturali intorno al mondo, ed è in particolare riprodotto nell’Aula Magna della Scuola Militare Nunziatella di Napoli. Nella nostra esperienza ci imbattiamo abitualmente in cose che si vedono e cose che non si vedono. Tuttavia, mai come in questi ultimi anni il vedere ha assunto così tanta importanza da costituire il metro di misura delle cose che esistono o non esistono. Le cose che si vedono, invece, possono ingannare e illudere o, peggio ancora, costruire delle verità virtuali, del tutto immaginari.

Ancora, ci sono parole vicine e parole lontane, parole che nutrano e parole che schiamazzano, parole false e parole vere; le parole possono avere tanti volti! Nel nostro tempo le parole si inseguano e si rincorrono, si soffocano a vicenda e si contraddicono, siamo così assuefatti dal rumore delle parole che ormai non ci ispirano più nessuna fiducia.

I CONCORSI FARLOCCHI DELLA POLIZIA PENITENZIARIA E DELL’ESERCITO

Fonte: Il Mattino di Napoli

Per superare il concorso alla Polizia Penitenziaria e per l’Esercito avevano acquistato le risposte ai quiz, con il primo che fu annullato e ripetuto un anno dopo. C’era chi aveva i «suggeritori» grazie a un mini auricolare bluetooth, chi aveva trascritto le risposte esatte su foglietti o cover dei telefonini, chi era in possesso dell’algoritmo, cioè la formula sufficiente a rispondere esattamente a tutti i quesiti, ma anche della pandetta necessaria per le risposte ai quiz di matematica e logica, e chi addirittura era stato bocciato nonostante conoscesse i risultati dei singoli quiz.

IL RINVIO

Ad ottobre, saranno tutti quanti a processo. Si tratta di ben 151 tra aspiranti agenti della penitenziaria e militari, provenienti soprattutto da Napoli, Caserta e dintorni, ma anche da Salerno, Benevento, Avellino, Foggia, Taranto, Torino, Oristano e Palermo. Sono accusati a vario titolo di truffa, ricettazione e del reato di repressione della falsa attribuzione di lavori altrui da parte di aspiranti al conferimento di lauree, diplomi, uffici, titoli e dignità pubbliche. Dopo le condanne arrivate a novembre in abbreviato per alcuni degli imputati, il pm Antonello Ardituro ha citato in giudizio tutti i beneficiari della corruzione e della rivelazione di segreto d’ufficio, con la fissazione della prima udienza dinanzi al giudice monocratico Giuliana Taglialatela.

IL LAVORO

Un esercito di giovani disoccupati in cerca di un posto di lavoro «sicuro» tra le forze armate, tutti tra i 20 e i 30 anni, che si sarebbero avvicinati ad un gruppo che era in possesso delle risposte ai quiz del 2016. Tra questi l’ex generale in pensione, Ciro Fiore, e il maresciallo della guardia di finanza Giuseppe Claudio Fastampa, in abbreviato condannati due mesi fa a 2 anni di reclusione come capi dell’organizzazione, insieme a Giuseppe Zarrillo, Sabato Vacchiano e Massimo Di Palma (un anno e 4 mesi), anche se nell’inchiesta sono stati coinvolti anche Dario Latela, Carolina Caiazzo, Daniele Caruso e Luigi Masiello. La doppia selezione si era svolta per la Penitenziaria ad aprile di quattro anni fa, per l’Esercito a luglio dello stesso anno. Ma almeno 151 candidati erano già a conoscenza delle risposte esatte. Una decina di giovani concorrenti del Vesuviano furono esclusi già sul momento, perché scoperti durante lo svolgimento della prova scritta con auricolari o celluari, ma anche cover di telefonini, braccialetti e tshirt dove erano scritte le risposte esatte con lettere e numeri.

LE PROVE

Altri cinque non hanno neanche superato la prova scritta nonostante l’acquisto delle risposte esatte. Erano in ballo 300 posti nella Polizia Penitenziaria maschile, 100 in quella femminile e oltre 2mila come volontari in ferma prefissata quadriennale per Esercito, Aeronautica Militare, Marina militare e Capitaneria di Porto. I concorrenti casertani imputati sono residenti a Caserta, ma anche a Capua, Maddaloni, Santa Maria Capua Vetere, Aversa, Marcianise, Parete, Teverola, San Felice a Cancello, Frignano e San Marco Evangelista. Sospettando gravi irregolarità, il Capo del Dipartimento della Polizia penitenziaria aveva annullato la prova scritta disponendo la rinnovazione del concorso, che fu espletato poi a luglio 2017 con un anno di ritardo. E tra i nuovi aspiranti, che hanno superato i quiz, ci sono anche alcuni dei giovani che saranno a processo il prossimo 14 ottobre. Lo scandalo dei concorsi era esploso tra ottobre 2018 e febbraio scorso, quando due operazioni della guardia di finanza avevano portato all’arresto di una decina di persone, accusate di essere in possesso delle risposte ai quiz e di averle vendute per decine di migliaia di euro. Nel corso delle perquisizioni, furono sequestrati un fuoristrada Hummer e uno scooter di grossa cilindrata.

VOLETE SAPERE PERCHÈ QUALCHE IDIOTA, BUGIARDO E IPOCRITA, SI È INVENTATO LA CELLA ZERO? PERCHÈ I COLLEGHI DI POGGIOREALE NON MOLLANO LA PRESA. ALLORA BISOGNA DISTRUGGERLI GETTANDO FANGO

Sputtanare, finché funziona. Sputtanare il personale di polizia penitenziaria finché qualcuno, ovvero garanti e magistratura abboccheranno alle bugie di quei figli di puttana che abitano dietro le sbarre. E a Poggioreale c’è davvero gentaglia. Sono i detenuti. Legati alla criminalità partenopea, grande e piccola. A loro piacerebbe che i colleghi fossero maggiordomi servili e sciocchi. Ma i colleghi non si piegano. Restano, pur pochi e senza strumenti di difesa, a tenere alto il vessillo di uno Stato che li ha mollati da tempo, in balia dei delinquenti di Poggioreale. L’assalto alla diligenza si perpetua senza sosta. I familiari dei figli di puttana vanno in guerra e portano droga a carrettate. I colleghi però non abbassano la guardia. Il Nucleo Investigativo Regionale della Polizia Penitenziaria di Napoli ha effettuato un servizio finalizzato al contrasto dello spaccio di sostanze stupefacenti all’interno della circondariale più affollata d’Italia. I colleghi hanno controllato un pacco, consegnato dalla madre di un detenuto e contenente alcuni capi di abbigliamento, in cui hanno rinvenuto, cucito all’interno del bordo dell’accappatoio, un involucro di cocaina per un peso complessivo di circa 26 grammi. La donna, una 74enne napoletana, è stata arrestata per traffico di stupefacenti. Altro che bugie sulla cella zero. Amen.

TELEGRAMMA DAL PENITENZIARIO DI TERNI

INIZIO TELEGRAMMA – A Terni è veramente un manicomio – STOP – servizi “rattoppati” e clientelismi tra colleghi allucinanti – STOP – uffici che non funzionano o non ti rispondono quando hai necessità durante il turno in sezione – STOP – giovani colleghi cagasotto spesso in posti di servizio tranquilli e anziani in prima linea – STOP – ma che schifo – FINE TELEX

C’ERA UNA VOLTA LA SANITÀ PENITENZIARIA….APPUNTO, UNA VOLTA. OGGI CI SONO LE AZIENDE SANITARIE LOCALI E NIENTE VA PER IL VERSO GIUSTO

Campobasso, carcere cittadino. Pochi infermieri, a rischio le cure per i cammelloni che potrebbero pure aversene a male. E naturalmente questo può creare più di qualche problema per i colleghi della prima linea, che potrebbero diventare i soliti parafulmini per le carenze di una ASL (Campobasso) che se ne frega. Italia, uno paese dove la sanità nelle carceri è stata appaltata ad altri enti. Il servizio da Campobasso.

ANCORA UN’AGGRESSIONE, ANCORA UN BASTARDO CHE AGGREDISCE UNO DEI NOSTRI. MA QUANDO FINIRÀ?

E’ pazzesco, solo a pensarci. Ci sono, oramai, una o due aggressioni al giorno dentro i bestiari d’Italia. E, mentre la prima linea non fa altro che prenderle, perché resta PROIBITO reagire e percuotere (per difesa) un figlio di puttana che ti aggredisce, c’è un certo SORRIDENTE che, oltre ad avere poche idee e molto confuse sulla giustizia (vedi prescrizione), non ne ha affatto sulle carceri e la polizia penitenziaria. A ruota seguono quegli incapaci che siedono sugli scranni del Dipartimento della (dis)amministrazione penitenziaria. Quindi siamo a zero, anzi, sottozero. Che gelo è questo mai, disse Don Giovanni alla Statua del Commendatore materializzatosi per punire il protagonista dell’opera di Mozart. Già, che gelo è questo che ti si appiccica addosso e annulla ogni velleità di giustizia e legalità, mentre svolgi un servizio cento, mille, milioni di volte in più delicato rispetto al lavoro delle altre forze di polizia. Lo sa bene chi frequenta costantemente i corridoi e le rotonde di un penitenziario, senza un Cristo che sia là a sorreggerti, mentre il solito bastardo ti aggredisce costringendoti a viaggiare verso un pronto soccorso. E ora ci va larga, non ci è scappato ancora il morto. Ma stiamo in campana, un domani potrebbe avvenire. L’aggressione del titolo è avvenuta a Bancali, periferia di Sassari. Un carcere che qualche giornalista in vena di esagerazioni definisce di “massima sicurezza”. Si, all’italiana. La vera massima sicurezza è quella del Delfino Blu in Russia, quella dell’ADX Florence negli Usa, o di analoghe strutture in Polonia o in altri paesi lontani dalla demagogia della inutile quanto pedante corte europea per gli pseudo diritti dell’uomo. Che funziona per i bastardi rinchiusi nelle galere e per nulla verso i poliziotti. Dunque Bancali: dove entri in cella per i controlli quotidiani di sicurezza, ma a qualcuno questo non va giù e allora scatta la follia. Un collega di Bancali è stato colpito al volto con una penna usata a mò di punteruolo. E il detenuto? Per esempio negli USA lo avrebbero “sistemato” adeguatamente, in Italia invece vengono premiati con l’impunità. Vanno compresi poverini, queste brutte guardiacce che li disturbano per controllare la sicurezza, no non va bene…….


LA MATTANZA NELLE FORZE DELL’ORDINE. ORA UN COLLEGA DELLA POLIZIA DI STATO SI TOGLIE LA VITA

Prende l’arma di ordinanza, va negli spogliatoi della caserma e……..spara, morte istantanea. Lo sparo viene udito dagli altri colleghi, non ci vuole molto a capire cosa sia accaduto. Siamo a La Spezia, caserma Saletti. Come sempre nessuno avrebbe mai immaginato che il collega sarebbe arrivato a compiere un gesto simile e per questo lo sconforto e la disperazione sono stati ancora maggiori. Un altro suicidio, un’altra tragedia ha colpito la polizia di Stato e le forze dell’ordine. L’ennesima vittima, la sesta dall’inizio del 2020 e più di 60 nel 2019, di una strage silenziosa che inesorabilmente si accanisce su un mondo lavorativo che opera quotidianamente all’interno di una società sempre più frenetica ed arida di valori sociali che vede spesso nelle forze dell’ordine un riferimento istituzionale nel quale riporre aspettative oppure riversare frustrazioni personali.

STRANIERI E CARCERI. IL SOVRAFFOLLAMENTO È “MERITO” DEI DELINQUENTI STRANIERI, TUNISINI IN TESTA…

Per esempio a Verona Montorio ormai si parla arabo nelle celle, circa l’85% sono nordafricani (la “triplice” magrebina, Tunisia, Marocco, Algeria), a seguire gli albanesi e i rumeni. A Montorio, per restare da quelle parti, la creme de la creme ha oramai preso possesso del carcere. I colleghi di Verona ci riferiscono che lì ci sono sezioni dove gli italiani si contano sulle dita di una mano, altre dove non ne conti proprio. E questo rende tutto molto complicato, perché questi soggetti sono assolutamente refrattari a ordine e disciplina. A breve il penitenziario veronese, come molti altri, si dovranno chiamare “Khan El Khalil” di Verona o Bologna, o saranno intitolati a Maometto piuttosto che a santi e profeti della nostra Italia. Capita anche che i pochi italiani presenti debbano sottostare a loro e mantenerli di sana pianta. Dunque sono i numeri a dirlo. Non gli slogan. La Tunisia esporta criminali in Italia. Come l’Albania, d’altra parte. E come il Marocco, la Nigeria e la Romania. Sono questi i paesi di provenienza, in cima alle classifiche, dei detenuti stranieri in Italia.

Accanto al greggio – che poi Tunisi si riporta a casa sotto forma di petrolio raffinato – insieme a chilometri di filo elettrico e a tonnellate di interruttori, pannelli di controllo, relè, fusibili, quadri elettrici e di automazione industriale, la Tunisia esporta in Italia, effettivamente, una bella risma di criminali tunisini. Costoro dunque dimorano nelle nostre galere spesati da noi di tutto punto, vitto e alloggio gratis, e distribuiti, ma non equamente, in 20 regioni italiane. Considerando la velocità con cui entrano ed escono di galera, le cifre subiscono costanti aggiornamenti.

Guardando i dati della bilancia commerciale siamo, effettivamente, il secondo partner di Tunisi, dopo la Francia, con 2,36 miliardi di dollari di valore dei prodotti importati – poco più della metà dei francesi – ma è, appunto, innegabile che la Tunisia ci rifili anche, assieme a materiale elettrico e greggio di petrolio, brutti avanzi di galera. Parliamoci chiaro, è gente che nessuno ha invitato qui in Italia. E che ora ci ritroviamo a dover gestire e mantenere compresi i costi di giustizia.

È innegabile che i detenuti tunisini non guidino la “speciale” classifica del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria al cui vertice si trovano saldamente ancorati i 3.686 carcerati di nazionalità marocchina seguiti dai 2.568 detenuti romeni a loro volta tallonati dai 2.526 albanesi reclusi. D’altra parte è cosa nota e anche ampiamente scritta e ripetuta fino alla noia che, negli anni passati, ma anche di recente, a causa del sovraffollamento delle carceri tunisine, vennero rilasciati e messi in libertà migliaia di detenuti – 2.700 secondo alcune stime – molti dei quali decisero, giustamente, viste le generose e suicide politiche di accoglienza testardamente perpetrate del centrosinistra italiano, di venire nel nostro Paese. Chi a farsi la bella vita a spese nostre. E chi a delinquere. Il responsabile di quelle “fughe” di massa aveva anche un nome e un cognome. Il presidente della repubblica tunisina Beji Caid Essebsi, un ex-avvocato, che praticamente concede indulti ogni anno.

Ma c’è un altro aspetto perfino più preoccupante nei rapporti con la Tunisia. Ed è il contributo che la Tunisia ha involontariamente dato, in termini di combattenti, all’Isis. La maggioranza dei 16.287 foreign fighters che sono andati in Siria a ingrossare le fila dei terroristi del sedicente Stato islamico dell’Isis sono partiti proprio dalla Tunisia: esattamente 3.000 terroristi, il 18,4 per cento del totale. Ed è uno scenario destinato ad ulteriori peggioramenti. Se non si interviene con la dovuta attenzione. Ma nessuno, specie in Italia, sembra intenzionato a farlo. Anzi, la corte dei miracoli di Palazzo Chigi e ministeri dell’Interno e della Giustizia, continuano a voltarsi dall’altra parte.

ANCORA UN CHIARIMENTO SULLE VISITE FISCALI

Molti colleghi ci domandano di chiarire allo stato attuale il regime delle visite fiscali per la polizia penitenziaria. Dobbiamo dunque ricordare che con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale n. 302 del 29 u.s. del DM n. 206 del 17 ottobre 2017, vengono apportate significative modifiche al sistema dei controlli legati alle assenze per malattia ed, in particolare, al regime di reperibilità per le visite medico fiscali dei dipendenti pubblici, ivi compresi gli appartenenti al Corpo di polizia penitenziaria. Le nuove regole sono entrate in vigore il 13 gennaio 2018. Le visite fiscali possono essere effettuate con cadenza sistematica e ripetitiva, anche in prossimità delle giornate festive e di riposo settimanale; sono esclusi dall’obbligo di rispettare le fasce di reperibilità i dipendenti per i quali l’assenza è riconducibile ad una delle seguenti circostanze:

a) patologie gravi che richiedono terapie salvavita;

b) causa di servizio riconosciuta che abbia dato luogo all’ascrivibilità della menomazione unica o plurima alle prime tre categorie della Tabella A allegata al decreto del Presidente della Repubblica 30 dicembre 1981, n. 834, ovvero a patologie rientranti nella Tabella E del medesimo decreto;

c) stati patologici sottesi o connessi alla situazione di invalidità’ riconosciuta, pari o superiore al 67%.

Ne deriva, pertanto, che vi potranno essere più visite fiscali per lo stesso periodo di malattia, con la naturale conseguenza che si sarà soggetti al regime di reperibilità anche dopo l’effettuazione della visita. Analogamente, si sarà esonerati dal regime di reperibilità quando l’assenza sarà riconducibile a causa di servizio riconosciuta che abbia dato luogo all’ascrivibilità della menomazione unica o plurima alle prime tre categorie della Tabella A allegata al decreto del Presidente della Repubblica 30 dicembre 1981, n. 834, ovvero a patologie rientranti nella Tabella E del medesimo decreto; di conseguenza non sarà più sufficiente la causa di servizio per infermità non ascritta a categoria o ascritta categoria diversa da quelle indicate. Cancellata, inoltre, l’esclusione dall’obbligo di reperibilità nei casi di assenza conseguente a infortunio sul lavoro.

Restano confermate le attuali fasce orarie di reperibilità (09.00/13.00 – 15.00/18.00 di ogni giorno, compresi non lavorativi e festivi). Ricapitolando sinteticamente le questioni più salienti: la PolPen non rientra nella disciplina del “Polo unico per le visite fiscali”: questo implica, principalmente e per ciò che interessa direttamente, che i costi delle visite saranno sostenuti dall’Amministrazione penitenziaria e non dall’INPS (che sarà comunque legittimato a effettuare i controlli); la PolPen non è obbligata a produrre la certificazione telematica: ciò comporta che, allo stato, l’INPS non potrà effettuare visite fiscali d’iniziativa (cioè, senza richiesta da parte dell’A.P.).