PANDEMIA IN RUSSIA, LA POLIZIA FERMA UN SOGGETTO CHE NON RISPETTA LE NORME ANTI-COVID

Altro che multe, come da noi. In Russia non indossare la mascherina comporta l’arresto e la detenzione. E fatti come la recente guerriglia notturna a Napoli verrebbero repressi con grande durezza. In Russia agenti di polizia di Perm hanno arrestato un uomo che era senza mascherina in un negozio. Il ministero dell’Interno ha spiegato che quando l’autore del reato ha visto la polizia, ha cercato di scappare, si è comportato in modo aggressivo e ha imprecato, nonostante la presenza di minori, il che comporta un’aggravante del reato contestato. Nei paesi seri si fa così.

I COLLEGHI DEL SERVIZIO PENITENZIARIO RUSSO PARTECIPANO REGOLARMENTE AI CORSI PER LA STABILITÀ PSICOLOGICA

La salute mentale di chi fa questo difficile lavoro è importante. Mentre da noi tutto questo viene regolarmente ignorato, il personale della penitenziaria russa tiene regolarmente corsi di formazione con gli ufficiali psicologi. “Aumentare la stabilità psicologica” è il must per chi lavora nelle sezioni all’interno delle colonie penali dell’immenso territorio della Russia. Ultimo di questi eventi, quello svoltosi a Volgograd (vedi foto) che è stato condotto dallo psicologo senior (un ufficiale in uniforme) del dipartimento del personale, tenendo conto dell’osservanza delle misure di sicurezza personale e delle distanze all’aria aperta, dettate dalla pandemia.

Durante la formazione, lo psicologo ha spiegato al personale degli istituti di Volgograd i metodi per alleviare lo stress emotivo e creare un atteggiamento positivo durante le fasi del servizio.

# UFSINVOLGOGRAD # UFSIN34 # UIS # PBSTINKAMYSHIN

LE FORZE DI SICUREZZA DELLA FEDERAZIONE RUSSA HANNO MESSO SOTTO CHIAVE DUE PERICOLOSI RICERCATI

Come è stato detto all’agenzia TASS dal Centro di pubbliche relazioni dell’FSB, facevano parte delle bande di Basayev e Khattab. “Il Servizio Federale di Sicurezza, in collaborazione con il Ministero degli Affari Interni, il Comitato Investigativo e con il supporto militare della Guardia Nazionale Russa, ha arrestato Maylubaev Rasul, nato nel 1975, e Yakubov Zagir, nato nel 1977, che parteciparono all’attacco armato dell’agosto 1999 come parte di formazioni dei banditi Sh. Basaeva ed E. Khattaba agli insediamenti istituzionali della Repubblica del Daghestan “, ha comunicato l’FSB.

GUERRIGLIA A NAPOLI CONTRO LE MISURE PER FRENARE LA PANDEMIA. PROBABILE LA “LONGA MANU” DEI CLAN NAPOLETANI

Accertata la presenza reale di uomini dei clan della Pignasecca, del Pallonetto e dei Quartieri Spagnoli. Pur non essendoci fisicamente, c’erano anche con le loro “fesserie” tutti coloro che hanno sempre e soltanto ostentato sprezzo per le evidenze che la realtà ci ha offerto in tutti questi mesi». Lo afferma in una nota il senatore M5S Nicola Morra, presidente della commissione Antimafia. Scene di guerriglia urbana in via Santa Lucia, davanti al palazzo della Regione Campania. I manifestanti scesi in piazza contro le restrizioni anti Covid, tutti con il volto coperto dalle mascherine, sono riusciti a superare lo sbarramento delle forze dell’ordine e in centinaia hanno lanciato petardi e accendendo fumogeni davanti al palazzo mentre le forze dell’ordine hanno risposto con un fitto lancio di lacrimogeni. Dal corteo anche bottiglie di vetro contro il muro degli agenti, un centinaio, in tenuta antisommossa. “Questa notte abbiamo assistito a veri e propri comportamenti criminali verso le forze dell’ordine. Nessuna condizione di disagio, per quanto umanamente comprensibile, può in alcun modo giustificare la violenza”. Così il questore di Napoli Alessandro Giuliano sulla guerriglia urbana in città. Il corteo contro le misure restrittive anti Covid si è poi ingrossato ulteriormente lungo il percorso e ha trovato uno sbarramento di forze dell’ordine sul lungomare. E’ stato fatto uno sbarramento con i cassonetti della spazzatura al quale hanno poi dato fuoco. All’altezza dell’incrocio con via Santa Lucia hanno cominciato a lanciare bombe carta e fumogeni verso le forze dell’ordine colpendo anche una camionetta dei carabinieri. I manifestanti hanno cominciato a correre verso la sede della Regione, e contro di loro c’è stato un fitto lancio di lacrimogeni da parte delle forze dell’ordine.

IUS SOLI E IUS CULTURAE SONO UN RISCHIO PER LA SICUREZZA NAZIONALE

di Giovanni Giacalone (il Giornale)

L’omicidio con tanto di decapitazione del docente di educazione civica, Samuel Paty, che lo scorso 16 ottobre ha sconvolto la Francia, oltre a far riemergere per l’ennesima volta il problema del terrorismo di stampo islamista in Europa, è anche un indicatore più che evidente la mancanza di integrazione sociale e culturale, con tutti gli eventuali rischi per eventuale ius soli o ius culturae in Italia. Ernesto Galli della Loggia ha ragione quando afferma dalle colonne del Corriere della Sera di valutare attentamente l’ipotesi ius culturae, ovvero di “dare la cittadinanza a tutti i giovani stranieri esclusivamente sulla base della frequenza di un ciclo scolastico” visto che il caso Paty fa emergere il ruolo fondamentale di studenti che almeno in teoria dovevano essere integrati ma che hanno invece avuto un ruolo sia nel denunciare il docente alle proprie famiglie in quanto ritenuto colpevole di aver mostrato le vignette satiriche su Maometto ripubblicate da Charlie Hebdo e sia nell’indicare al killer il docente poi aggredito e decapitato. Lo storico ed accademico fa inoltre notare che forse a un ragazzo immerso in un ambiente inquinato dal fanatismo religioso non basta aver frequentato un ciclo scolastico per essere immune da influenze perverse, così come è giusto controllare adeguatamente le famiglie prima di concedere cittadinanze. Del resto nemmeno lo ius soli può essere garanzia di integrazione visto che il nascere in un Paese non implica necessariamente il condividerne valori e leggi; lo si è del resto visto con le migliaia di foreign fighters nati e cresciuti in Europa che sono partiti per unirsi all’Isis, così come lo si è visto in numerosi attentati che hanno negli anni preso di mira Francia e Gran Bretagna. Non bisogna dimenticare che anche l’Italia ha avuto i suoi “naturalizzati” che hanno abbracciato l’ideologia islamista radicale e il jihadismo, come ad esempio Halili El Mahdi, origini marocchine, finito nel mirino dell’antiterrorismo per ben due volte in poco più di tre anni con l’accusa di propaganda a favore dell’Isis e per aver pianificato un attentato con un camion-bomba, così come Anass El Abboubi, anch’egli di origini marocchine e arruolatosi nell’Isis dopo aver lasciato la provincia di Brescia. Giusto per citarne un paio. Senza dover poi arrivare ad abbracciare il jihad, sono numerosi i casi di personaggi in Italia da decenni, alcuni con cittadinanza ed altri no, alcuni anche attivi in ambiti islamici organizzati italiani (che troppo spesso sfociano in islamismo) e che hanno mostrato simpatia e sostegno per quell’islamismo radicale filo-Hamas e filo-Fratellanza che guarda caso è lo stesso supportato da Abdelhakim Sefrioui, fondatore di un collettivo islamista francese denominato “Shaikh Yasin” in onore del fondatore di Hamas. Sefrioui è stato arrestato assieme a Brahim Chnina (il padre della studentessa che avrebbe segnalato il docente ai propri familiari) con l’accusa di aver istigato il 18enne killer ceceno che ha poi decapitato Samuel Paty.

In Italia abbiamo visto personaggi noti e familiari di personaggi noti agli ambienti islamici che hanno pubblicato post e immagini a favore dei gruppi armati di Hamas, dei Fratelli Musulmani, a favore del jihad; altri che hanno invocato la cancellazione dalla mappa di certi Paesi a loro non graditi. Altri ancora che hanno pubblicamente lodato improponibili predicatori radicali.

L’ideologia islamista radicale è ampiamente presente in tutta Europa e la concessione di una cittadinanza facile rischia di provocare danni enormi. In Italia fin’ora si è riusciti a contenere il problema anche grazie al fatto che non c’è lo ius soli e questo permette l’espulsione immediata di soggetti radicalizzati e impedisce dunque il radicamento di cellule e reti jihadiste, come già illustrato già a suo tempo dal generale Mario Mori, ex comandante del Ros dei Carabinieri ed ex direttore del Sisde: “lo ius soli, che non fa altro che rendere ancor più difficile la gestione del terrorismo islamico. In Italia ci sono 250mila musulmani con cittadinanza italiana – dice Mori – Si pensi che la Francia, dove i musulmani sono tra il 10 e il 12% della popolazione, ha 12 mila neocittadini considerati potenziali terroristi e 4000 di questi sarebbero pronti a compiere subito azioni criminali. Del resto lo ius soli non ha risolto nulla. Nel Regno Unito, dove si è cercata la via del multiculturalismo, il 55% dei musulmani inglesi non si considerano britannici; in Francia, dove si è provata la via dell’ integrazionismo, il 50% dei musulmani residenti preferisce il corano alla Costituzione”. Francia e Gran Bretagna sono di fatto i due Paesi europei che hanno fornito il maggior numero di jihadisti a Isis ed al-Qaeda e dove interi quartieri-ghetto sono in mano all’islamismo. E’ dunque palese come il multiculturalismo e la cittadinanza facile non siano garanzia di integrazione. Sulla questione interviene anche l’ufficiale degli Spetsnaz in pensione, Andrej Payusov, che conosce bene il problema del terrorismo di stampo islamista nella Federazione Russa e che critica le politiche migratorie europee in quanto incapaci di scremare tra i diversi tipi di immigrazione; una miopia politico-ideologica che porta l’Ue a cercare di assimilare soggetti pericolosi e terroristi che non hanno però alcuna intenzione di integrarsi ed anzi, sono pronti a colpire alla prima occasione utile. Insomma, l’attentato dello scorso 16 ottobre a Parigi mostra chiaramente e per l’ennesima volta come ius soli e ius culturae non siano affatto garanzia di integrazione ma anzi, possono svolgere il ruolo di “cavallo di troia” per il terrorismo e per quell’islamismo radicale che va invece combattuto e debellato. Nei confronti di ambiguità, relativismo e doppio linguaggio serve tolleranza zero, perchè il carburante del terrorismo è l’ideologia, come insegna il caso di Parigi, ed è lì che bisogna incidere.

CI SIAMO, IL COVID TORNA ANCHE NELLE CARCERI. È GIÀ ALLARME ROSSO IN ALCUNI ISTITUTI, MA PETRALIA E LA SUA CORTE DEI MIRACOLI FANNO NINNA NANNA…..

Quattro detenuti e tre nostri colleghi sono risultati positivi al Covid nel carcere di Pontedecimo. Altri tre agenti e un detenuto a Marassi. In quest’ultimo caso, il prigioniero sarebbe stato contagiato dal suo avvocato durante un’udienza in tribunale nei giorni scorsi. Attualmente a Pontedecimo sono ospitati 80 detenuti uomini e 69 donne, con circa un centinaio di agenti. A Marassi i detenuti sono 700, e 300 i poliziotti penitenziari. Invece a Firenze Sollicciano i dati ufficiali sembrano non riportare la verità: parlano di un solo caso di positività da parte del personale di polizia penitenziaria… Ma in maniera ufficiosa risultano 18 i casi positivi tra i nostri colleghi. I vertici tacciono in maniera ferrea. Si salvi chi può. Infine ci viene riferito di due detenuti positivi a Velletri. Ma sono numeri reali? Mentre nel Paese la situazione è grave e l’epidemia da Covid-19 è in peggioramento, con un indice di trasmissibilità che ha raggiunto l’1,50, nelle carceri latitano ancora misure adeguate per la prevenzione da contagio. Lo dimostrano i primi dati. Una situazione a fronte della quale sono necessarie misure più drastiche, a partire dalla restrizione alla mobilità (traduzioni, permessi premio) e alle attività non essenziali, come teatro e scuola, ingresso di volontari, eccetera.

Ma non dobbiamo dimenticarci che la Grande Matrigna è in mano ai “dormienti”, ovvero a colletti bianchi e magistrati che si fermano alle apparenze e non riescono a cogliere la realtà delle cose. Peraltro, i tratti di questa nuova e sedicente classe dirigente della Grande Matrigna sono la superficialità, la assoluta ignoranza della profondità e complessità dei problemi. Ma oggi le macerie di un sistema carcere, il nostro, ingombrano ormai tutto il passaggio verso la soluzione dei problemi. Lo smantellamento dei dogmi della sicurezza e della tutela della prima linea è però iniziato dall’anno della sentenza Torreggiani e continua senza sosta. La destabilizzazione del sistema carcere ha portato alla selezione di vertici dell’amministrazione ignoranti e spesso incapaci non diciamo a capire, ma a decidere sulle varie questioni sul tappeto.

E così si tira a campare…..

SCATTA LA NORMA, MA I CAMOSCI SE NE FOTTONO…

La norma in questione è quella che ha introdotto il reato relativo all’introduzione e alla detenzione di telefonini in carcere. Penitenziario di San Cataldo, provincia di Caltanissetta, Sicilia.

I colleghi hanno rinvenuto due apparecchi in una cella che ospita sei gaglioffi, ora sottoposti a indagine. Con l’introduzione della nuova fattispecie rischiano un “aggiuntina” di quattro anni alla pena che già scontano. Un altro cellulare è stato invece scoperto dai colleghi in servizio a Larino, in provincia di Campobasso. Lo possedeva un criminale che ora si beccherà un bell’avviso di garanzia e una certa probabilità di vedersi allungata la pena. Sempre che qualcuno faccia carte false per disarmare la nuova norma di legge. Siamo pur sempre in Italia. Ci riferiamo, com’è ovvio, alla magistratura. Nei prossimi mesi sarà utile vedere se questo fenomeno dei telefoni in cella avrà fine oppure no. Chissà…..

FEDERAZIONE RUSSA, COME FUNZIONANO LE “VACANZE” PER IL DETENUTO

Da tempo anche in Russia il servizio penitenziario concede ai prigionieri un congedo retribuito per trascorrere qualche giorno insieme ai familiari. Il permesso di uscita dal regime carcerario viene retribuito perché ogni detenuto russo lavora nelle aziende del servizio penitenziario e aziende private in convenzione con l’amministrazione penitenziaria. Nella fotografia qui sotto un detenuto si sottopone al colloquio con i vertici della colonia penale (tutti in uniforme). Ecco come funziona:

▶ ️Nella colonia correttiva del Servizio penitenziario federale della Russia al detenuto è stato concesso un altro congedo retribuito con un viaggio fuori dall’istituto con soggiorno nella città in cui vivono i familiari.

▶ ️ Secondo la decisione dell’amministrazione dell’istituto e in conformità con la legislazione vigente, il condannato può trascorrere una vacanza a casa con i parenti. I detenuti caratterizzati positivamente che si relazionano coscienziosamente ai loro doveri, così come i condannati che si preparano per il rilascio, hanno il vantaggio di poter lasciare l’istituto.

▶ ️ La base per considerare la questione dell’uscita dall’istituto penitenziario per un periodo di 12 giorni lavorativi è legato ad una dichiarazione scritta del condannato, il capo dell’istituto tiene conto della natura e della gravità del reato, della pena scontata, della personalità e del comportamento del soggetto.

▶ ️ Al fine di ottemperare alle misure sanitarie ed epidemiologiche attuate nelle istituzioni del sistema penitenziario della regione, dopo il ritorno dal congedo, il condannato sarà trattenuto separatamente dagli altri detenuti per 20 giorni e sarà anche sotto la supervisione di operatori sanitari.

ALTRO MONDO….

DAL PIANETA DELLE SCIMMIE. INVASIONE, SICUREZZA SEMPRE IN BILICO. L’UTIMO FATTACCIO È AVVENUTO A ROMA

di Federico Blasi (7colli.it)

Prenestino ostaggio di stranieri violenti. Ennesima rivolta di immigrati violenti in un centro di accoglienza. Si tratta del centro di accoglienza di via della Riserva Nuova, in zona Prenestino. La rivolta è scattata oggi pomeriggio, dopo che la Asl aveva osato vietare ai clandestini di uscire dalla struttura. Come era già capitato in altri centri di accoglienza, come quello di Capannelle l’estate scorsa o quello di Torre Maura, gli ospiti non tollerano alcun tipo di proibizione. E danno il via a rivolta violente. A quanto si apprende gli immigrati, non si sa per ora quanti, hanno sequestrato i dipendenti della cooperativa che li ospita e si sono chiusi dentro.

Prenestino ostaggio di questa gente

Da notare che la Asl ha proibito di uscire dalla struttura perché tra di loro ci sono anche persone positivi al coronavirus. Sul posto si sono recati immediatamente gli agenti del reparto mobile della Polizia di Stato, distratti da altri compiti per le intemperanze dei nostri ospiti non invitati. E mentre i romani debbono e dovranno stare chiusi in casa e osservare rigidamente le regole, ai clandestini e falsi profughi tutto è concesso. E guai se ci si permette di negargli il permesso di andare in giro per la città. Sequestrano persone e danno il via ad atti violenti. Ovviamente scommettiamo che nessuno di questi sequestratori farà un solo giorno di galera né riceverà la meritata condanna. Probabilmente non saranno neanche rimpatriati.

La dinamica non è ancora chiara, ma se ne devono andare

Non è ancora chiaro cosa sia successo né se qualcuno sia rimasto ferito. Però i romani ne hanno abbastanza di questi immigrati che si sentono autorizzati a fare tutto. In passato abbiamo visto cibo pagato da noi buttato per strada perché non piaceva ai nostri ospiti. Interi quartieri e strutture della Capitale (come le stazioni) sono da tempo ostaggio di questa gente. Tra cui vi è anche chi spaccia, ruba, violenta. E guai adesso se si proibisce loro di uscire per motivi sanitari: scatenano una rivolta. Roma ne ha abbastanza di queste persone che nessuno ha invitato a venire e che non hanno lavoro e campano di espedienti e peggio. E’ ora che tornino da dove sono venuti.