TUTTO IL MONDO È PAESE. QUANDO UNA FORZA DI SICUREZZA MOSTRA I PROPRI “GIOIELLI”, TUTTI PENSANO ALL’INSTAURAZIONE DI UN REGIME

Spesso l’opinione pubblica – pur invocando sicurezza – si “agita” quando una forza di polizia migliora il proprio armamento e le proprie tecnologie. È sempre divertente osservare i gemiti di persone deboli e gentili – osservano i nostri fratelli russi della polizia – quando le forze dell’ordine acquistano attrezzature speciali. AAAAHHHHH !!! Guardia!!! Si stanno preparando!!! Tutti questi mezzi, attrezzature speciali, uniformi speciali, non sono altro che per inasprire il regime!!! I manifestanti pacifici saranno fregati !!! Eh si, certa gente apre la bocca e gli dà fiato, senza pensare che ogni miglioramento di mezzi e dotazioni può rafforzare la sicurezza. Quindi, nel caso attuale: la polizia russa acquista munizioni termobariche, aerosol, fumogeni, flashbang, lanciagranate GM-94. Quest’ultimo entrato in servizio con la Rosgvardia non molto tempo fa, a cavallo tra il 2014 e il 2017. In precedenza, il GM-94, o più precisamente, il suo progenitore, il lanciafiamme LPO-97, era adottato solo dall’FSB. GM-94 differisce da LPO-97 solo per il fatto che questo modello è stato ridisegnato. E vengono utilizzati dalle forze speciali nel corso di operazioni speciali, ma non in alcun modo per garantire la sicurezza di eventi pubblici, ovvero per l’ordine pubblico.

Mettete da parte il panico !!!)))

OOOPS, UNA LUNGA RETROMARCIA

Una via della periferia di San Pietroburgo, Federazione Russa. L’eccellente reazione di un genitore ha salvato un bambino piccolo da una Volvo che volava contro il muro. Il conducente del suv, a quanto pare, ha “morso” il pedale del gas: il mezzo ha demolito la recinzione e ha colpito la facciata del palazzo.

LA STRANA MORTE DI UN MARESCIALLO DELLA FINANZA….

Un maresciallo della Guardia di Finanza e la moglie sono stati trovati morti nel pomeriggio di oggi, alle 18, nella loro abitazione, a Fiumicino. L’abitazione in via del Portico Placidiano, all’Isola Sacra, dove i due alloggiavano. Sul posto le volanti del Commissariato locale. Stando a una prima ricostruzione effettuata dalla Polizia di Stato si tratterebbe di un caso di omicidio-suicidio: la donna, 42 anni, è stata uccisa da colpi di arma da fuoco sparati dalla stessa pistola con cui il maresciallo, di 52 anni, si è poi ucciso, con un proiettile alla testa. A dare l’allarme una Tenente delle Fiamme Gialle: non vedendo il collega in ufficio, e non riuscendo a contattarlo, è andata a controllare nella sua abitazione. Poi, una volta arrivata nell’appartamento, lo ha trovato senza vita insieme alla sua compagna. L’ufficiale a quel punto ha chiamato immediatamente il 118, ma all’arrivo dell’ambulanza per entrambi non c’era ormai più nulla da fare. Sul caso indagano i poliziotti e gli stessi finanzieri.

Una morte “doppia”, in cui due eventi, l’omicidio ed il suicidio, vanno ad intrecciare un complesso rapporto che imprime un significato che trascende la specificità dei due presi singolarmente e che, se anche comportamenti fenomenologicamente contrari, per gli psicologi-criminologi condividono una stessa matrice, da ricercare nell’aggressività o nel desiderio di eliminare la tensione ad essa sottostante. Il quadro più comune vede un vero e proprio delirio di gelosia, all’interno di una relazione fusionale e simbiotica, spesso definita da abusi e maltrattamenti, dal timore del tradimento e della perdita nei confronti di un oggetto che sfugge ad ogni tentativo di possederlo; in molti casi, alla distruzione dell’oggetto tramite il delitto segue l’auto-annientamento. Assieme alla forma appena descritta, la cronaca è spesso impegnata nella narrazione di fatti di omicidio-suicidio “tra coniugi”, in cui un calderone di sentimenti, tra senso di impotenza di fronte ad una grave malattia, senso di fallimento in seguito a problemi economici o sociali, uno stato depressivo, possono far si che la coppia premediti la fine congiunta delle proprie vite o che si inneschi l’impulso omicida seguito dal suicidio del partner che l’ha commesso. Anche in questo caso la relazione molto spesso ha qualità simbiotiche o di forte senso di responsabilità nei confronti del partner più fragile. Nonostante negli ultimi decenni si sia assistito ad un notevole aumento del fenomeno, i casi di omicidio-suicidio sono fortunatamente rari, rispetto a forme meno estreme di violenza domestica e abusi.

SERVIZIO PENITENZIARIO DELLA FEDERAZIONE RUSSA, NELLE COLONIE PENALI NON PASSA NEANCHE UNO SPILLO…MICA È L’ITALIA!

Durante il tentativo di consegnare oggetti proibiti nella zona dei dormitori dei detenuti attraverso il recinto principale di IK-11, è stato arrestato un soggetto, autore dell’illecito. Aveva con sé 5 pacchi di plastica. Trentacinque cellulari, 18 caricatori e 3 auricolari che non sono caduti nelle mani dei detenuti, grazie all’azione coordinata del personale di polizia della colonia.

L’intruso è stato arrestato.

AGENTI DI CUSTODIA E GRANDI UOMINI, COME IL COMANDANTE FRANCESCO VENTURA

Francesco Ventura, scomparso nel 2019, ha vissuto ed incarnato un tempo in cui gli Agenti di Custodia, oggi Polizia Penitenziaria, vivevano letteralmente in carcere e per il carcere, attorno al proprio Comandante. Storico Comandante del carcere di Regina Coeli, rappresentava il comandante di reparto “ancien regime”, di polso e capace di tenere in pugno senza problemi un intero istituto.

Un collega che ha prestato servizio sotto Ventura a Regina Coeli racconta: “ho avuto l’onore di prestare servizio sotto il suo comando per pochi anni, ma mi bastarono per darmi allora quella carica, che purtroppo è completamente esaurita, nel vedere le nuove leve senza spina dorsale, vili e menzogneri. Ormai – continua il nostro – non per essere pessimista, ma rimane poco da fare in un Paese che va contro le divise, contro la legge, contro la dignità, contro la giustizia, contro la verità, contro tutto ciò che ci può ancora essere di buono e retto, siamo gli ultimi in via di estinzione, le generazioni venute molto tempo dopo di me sono una involuzione plasmata a tavolino per rendere la carcerazione dei delinquenti un luna park e la vita di chi lavora (leggi polizia penitenziaria, n.d.r.) UN INFERNO!

TOC TOC MINISTRA CARTABIA, LO SA CHE LE AGGRESSIONI ALLA POLIZIA PENITENZIARIA SONO IN COSTANTE AUMENTO?

Se va avanti così, bisognerà diramare un avviso di ricerca ministra scomparsa, visto che dalle mura di via Arenula a Roma non esce neanche una flebile voce di sostegno ai poliziotti massacrati dai detenuti, a quanto pare più “interessanti” di quei disgraziati in uniforme nella prima linea di questa schifosa guerra con i criminali detenuti nelle carceri del Paese. Nella speranza che la signora ministra esca dai velluti del ministero e faccia sapere che intenzioni abbia in tal guisa, andiamo avanti a registrare aggressioni su aggressioni.

Ennesimo episodio stavolta ai danni di ben tre colleghi, uno dei quali trasportato in ospedale per una considerevole frattura, in servizio nella Casa Circondariale di Vasto. Certe notti, direbbe qualcuno. Insomma, come descrivere il modo di vivere e interpretare la notte da parte del poliziotto penitenziario e le notti passate in giro lungo le sezioni e le rotonde. A Vasto in una certa notte tre poliziotti penitenziari si sono recati nella cella di un detenuto, già noto per la sua allergia a regole e ordine, nonché soggetto con problematiche psichiatriche e di tossicodipendenze. Nell’aria c’era odore di gas. Entrano nella cella, tentano di dialogare e comunicare con l’Utente birichino, ma vengono aggrediti. Ma quale dialogo, quale comunicazione.

Negli USA, dove oltretutto non è consentito di tenere in cella le bombolette di gas da campeggio, perché lì i detenuti possono utilizzare solo la mensa a loro riservata, sarebbe andata in altro modo. Mettiamo che fosse avvenuta la medesima situazione. Allarme e intervento delle squadre di “recupero” detenuti infami, i C.E.R.T., ovvero una squadra di risposta alle emergenze correzionali (abbreviato CERT o CRT), team di agenti penitenziari appositamente addestrati incaricati di rispondere a disordini, rivolte, estrazioni di celle, perquisizioni di massa o altre situazioni nelle carceri che potrebbero coinvolgere prigionieri non cooperativi o violenti. Il resto lo potete immaginare. Detenuto sedato, legato ad una sedia speciale di contenimento, cella di isolamento ad libitum. Invece a Vasto i nostri sono andati al pronto soccorso, uno dei quali con una diagnosi di rottura della regione femorale. Signora Ministra Cartabia è questo che Lei intende per dialogo e trattamento umano e dignitoso del detenuto? E dei poliziotti che pensa? Lo sa che esiste anche la polizia penitenziaria?

RITA DALLA CHIESA, LETTERA APERTA A MICHELA MURGIA.

Cara Murgia,

niente signora, signorina o altro che potrebbe offenderla; ho ascoltato il Suo intervento di ieri a Di Martedì nella sua interezza e credo che lei abbia bisogno di qualcuno che le faccia luce su alcuni punti. Vede, io credo che lei, un militare non lo abbia mai incontrato e che l’idea di uniforme (non divisa), Murgia, da “scrittrice” riformatrice del vocabolario quale lei dice di essere, dovrebbe sapere che divisa e uniforme non sono sinonimi – sia poco definita nella sua mente. Andiamo sul pratico, visto che io con un uomo che ha onorato la Patria e l’uniforme ci son cresciuta, le spiego un paio di cose punto per punto: iniziamo a capire chi è l’uomo che lei ha tanto disprezzato. Il generale Figliuolo si è formato nella gloriosa Accademia Militare di Modena, che da diversi secoli si occupa di formare i futuri ufficiali dell’Esercito Italiano e dell’Arma dei Carabinieri, con rigore, temprandoli. Persone, senza distinzione di genere, visto che di recente è aperta anche alle donne, che sono prima di tutto padri, madri, sorelle, fratelli che hanno fatto dell’amore per la Patria la loro priorità. Non certo dittatori. Sì, la Patria, Murgia, quell’Italia tanto dissacrata e maltrattata da quelli che cercano il marcio a tutti i costi, da quelli che applaudono al vilipendio al tricolore, messo in scena da Achille Lauro a Sanremo, da quelli che si ricordano di essere italiani solo quando gioca la nazionale con una pizza fumante in mano. E quando si serve la Patria si è in servizio h24, l’uniforme diventa una seconda pelle, con il caldo, con il freddo, quando si salvano vite umane. Non vorrei dirglielo, ma nelle zone ad alto rischio, dove le nostre Forze Armate vanno a prestare soccorso, non ci si veste color arcobaleno con le piume, si indossa un’uniforme. Niente dittatori lì, ma persone che fanno del bene, eroi. Ah, è vero: secondo lei la parola “eroe” fa parte di un lessico maschilista e patriarcale che andrebbe eliminato dall’uso corrente, bannato dalle favole per bambini, fatto in mille pezzi strappandolo dal dizionario. Gli eroi, comunque, non sono tutti maschi, ma anche donne, sia civili che in uniforme, ma forse Lei questo non lo sa, occupata com’è a portare la figura di finta femminista impegnata da un salotto televisivo all’altro, tra podcast e dirette instagram non ne ha davvero il tempo. Lo capisco. Ma passiamo al punto numero due: secondo le sue affermazioni, “quando vede un uomo in divisa, si spaventa sempre, non si sente più al sicuro”; cosa la spaventa nella tenuta del generale Figliuolo? La mimetica? Il cappello da Alpino con la piuma? A me vien da pensare che Lei abbia un po’ la coda di paglia: forse lo sa da sé che nel parapiglia sinistroide della pandemia, l’unica cosa da fare era mettere un po’ di rigore militare. Ma non voglio farne una questione di colore politico. Inoltre le svelo un segreto: la cancel culture progressista che deve dissacrare l’uniforme a tutti i costi è ormai obsoleta e non c’è nessuna legge che impone di dare opinioni politicamente corrette a tutti i costi. E poi cosa c’è da aver paura? A me onestamente faceva più paura Arcuri nel ruolo di commissario, un individuo totalmente disorganizzato e inesperto e non lo dico io, lo dicono gli appalti truccati che ha favorito, le mascherine farlocche che non proteggono neanche le bambole, la campagna vaccinale che fa acqua da tutte le parti. Tanto per dirne alcune. E mi farebbe più paura incontrare lei, con la sua tenuta stereotipata da conoscitrice del mondo rancorosa, sempre alla ricerca di una parola sbagliata per giudicare, denunciare con livore, massacrare.

Il Generale Francesco Figliuolo

Un’altra cosa: quali “dittatori in divisa” ha visto in tv che la spaventano così tanto? Gente di altri Stati, come lei stessa ha affermato. E che mi dice degli italiani? Non so, ma se io penso agli uomini in uniforme nostri connazionali visti in tv mi vengono subito in mente il generale Dalla Chiesa o il Capitano De Caprio detto Ultimo, tanto per farle un paio di esempi. Non proprio due dittatori spaventosi. Anche se la maggior parte dei rappresentanti delle nostre Forze Armate in tv non ci va, hanno ben altro da fare. Quanto al linguaggio “da guerra” credo sia il più efficace: l’epidemia di covid19 va sconfitta, siamo in “stato di emergenza”, ci viene tolta la libertà come se fossimo sotto assedio, quindi quale lessico migliore? Non si può condannare un uomo rappresentante dello Stato solo per un linguaggio che non è in nessun modo lesivo nei confronti della popolazione, anche se la cosa non le piace, visto che lei è tra quelli che inneggiano al reato di opinione con la scusa di difendere i più deboli.

Cara Murgia, le do’ un consiglio: torni in Sardegna a guardare il suo bel mare e la smetta di voler fare la rappresentante del politicamente corretto, non si diventa salvatori di un Paese a forza di post sui social o di petizioni tamtam o con interventi irrispettosi e sciattamente perbenisti, a lungo andare farà solo brutte figure, come questa.

ABBIAMO SUBITO IMMAGINATO CHE NELLA VICENDA DI AUGUSTA CI FOSSE UN INFEDELE. PURTROPPO AVEVAMO RAGIONE

Vi abbiamo già detto dell’operazione della GdF nel carcere di Augusta-Brucoli. Qui dentro entravano droga e telefonini. Come? Da chi? La risposta è terribile: è stato uno dei nostri. Un agente di polizia penitenziaria. E a introdurli era un agente di polizia penitenziaria. Il sovrintendente Michele Pedone, 51 anni; in cambio di denaro si occupava di portare nel carcere la droga, i telefonini e le Sim per farli funzionare. Stando agli investigatori l’uomo, “individuato anche grazie al contributo fornito dal reparto di polizia penitenziaria del carcere di Augusta, godeva all’interno dell’istituto di connivenze e coperture sulle quali sono in corso ulteriori accertamenti”. Lo hanno dunque scoperto gli stessi colleghi di Augusta. Ecco che la Guardia di finanza ha quindi compiuto gli accertamenti per conto della Direzione distrettuale antimafia della procura di Catania e ora il gip ha firmato l’ordinanza per 16 persone, 15 delle quali detenute e una finita ai domiciliari.

Le accuse, a vario titolo, vanno dall’associazione per delinquere finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanza stupefacente nel carcere di Augusta-Brucoli all’associazione per delinquere finalizzata all’indebito procacciamento di apparati telefonici per i detenuti della stessa casa circondariale, alla corruzione di pubblici ufficiali per atti contrari ai doveri di ufficio. Oltre alla mela marcia ci sono quindi altri arrestati. Per esempio Giovanna Buda, 31 anni, si occupava di procurare all’esterno del carcere i telefonini mentre a gestire traffico di droga e telefoni erano due detenuti, Dario Giuseppe Muntone, 35 anni, e Luciano Ricciardi, 31, che utilizzavano a loro volta telefonini per fare arrivare all’esterno del carcere le loro richieste e gestivano la cassa dell’organizzazione. In carcere entrava ogni tipo di droga: cocaina, marijuana, hashish, skunk. Componenti dell’organizzazione che erano fuori dalla casa circondariale si occupavano di reperire la droga e i telefonini. Uno in particolare, Michael Cusmano, 20 anni, l’unico finito ai domiciliari, si riforniva da Santo Riolo, 39 anni, e Michael Sanfilippo, 21; la droga era confezionata in dosi da una donna, Rosaria Buda, 36 anni, che poi la custodiva prima di consegnarla a chi doveva portarla nel carcere, cioè il sovrintendente della Penitenziaria. Tra le persone arrestate ci sono anche i detenuti, almeno sette, che lo hanno acquistato in carcere per cederlo a loro volta ad altri detenuti. Le indagini sono partite nel settembre dello scorso anno. Una storia infame, una storia che apre uno squarcio drammatico sul carcere di Augusta. Definire la corruzione non è semplice. La maggior parte delle persone sa riconoscerla quando la vede, ma il vero problema è che persone differenti vedono la corruzione in modo differente.

Il termine “corruzione” deriva dal verbo latino “rumpere” (traduzione: “rompere”), dunque con l’atto della corruzione viene rotto qualcosa, ma cosa? L’integrità richiesta da un ruolo? Un patto di fiducia? Si, certamente. Possiamo dire meglio, delle regole morali o più specificamente delle regole e leggi amministrative. La corruzione in carcere può essere vista come una gigantesca tassa occulta che impoverisce l’intero sistema penitenziario su tutti i fronti, fa perdere credibilità all Corpo da cui provengono soggetti come il Pedone, l’immagine all’esterno si frantuma, la fiducia dell’opinione pubblica verso l’Istituzione cala. Dunque la corruzione è un comportamento della persona che abusa della sua posizione di fiducia per ottenere un indebito vantaggio, un guadagno privato. E questo è successo nel carcere di Augusta.

CORRUZIONE NELLA RECLUSIONE DI AUGUSTA?

Brutta faccenda. Una storia che ci riporta con drammatica evidenza un pasticciaccio a base di droga e telefonini a disposizione di detenuti del carcere di Augusta. A scoprire l’imbarazzante scenario le indagini della Guardia di finanza del Comando provinciale di Catania, che sta eseguendo sedici arresti, uno dei quali ai domiciliari. Oltre 70 militari delle Fiamme gialle etnee, con il supporto di unità cinofile e della componente Antiterrorismo e Pronto impiego, hanno eseguito un’ordinanza di misure cautelari, emessa dal gip di Catania su richiesta della Dda della Procura etnea, che ipotizza a vario titolo i reati di associazione per delinquere finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanza stupefacente e all’indebito procacciamento di apparati telefonici per i detenuti della casa circondariale di Augusta e di corruzione di pubblici ufficiali per atti contrari ai doveri di ufficio.

Particolari sull’operazione saranno resi noti durante una conferenza stampa che si terrà alle 10 nella sede del nucleo di Polizia economico-finanziaria di Catania.