SERVIZIO PENITENZIARIO DELLA FEDERAZIONE RUSSA, 20 GENNAIO, LE UNITÀ SPECIALI DI SCORTA E TRADUZIONE DEI DETENUTI CELEBRANO LA FONDAZIONE

Di tutte le specialità che implicano il lavoro con persone nel Servizio penitenziario federale, il servizio di convoglio è una delle più difficili e pericolose. Sempre a tu per tu con i criminali. Il loro compito non è solo quello di impedirne la fuga. L’agente della scorta è responsabile sia della vita che della salute del prigioniero e di coloro che fanno parte della scorta. Ecco perché si preparano con cura e con grande responsabilità. Il sistema funziona come un orologio. Movimenti perfezionati, percorsi sviluppati, direzioni precise. Qui tutti conoscono il loro lavoro e lo svolgono in modo chiaro e impeccabile!

CAZZO RAGAZZI, ARRIVANO GLI ARCHITETTI E GLI AFICIONADOS DELL’ACQUA CALDA, E SCOPRONO CHE IL SISTEMA PENITENZIARIO FA SCHIFO….

Un po’ (parecchio) di danaro del contribuente si trova sempre per foraggiare inutili tavolate di cosiddetti esperti che di carcere non sanno una sega, salvo fingerlo. Così questi soloni, chiamati a raccolta dal ministro in Malafede, quello dei sorrisi per intenderci, faranno parte di una cricca di 14 “esperti” per l’architettura penitenziaria. Udite, l’hanno chiamata “Commissione per l’architettura penitenziaria”, istituita martedì con decreto del Ministro della Giustizia DJFOFÒ. Tralasciando i nominativi dei sepolcri imbiancati che a spese del contribuente vomiteranno soluzioni di facciata (come sempre accade in questi casi), queste commissioni servono solo a creare poltrone e a lasciare “gattopardianamente” le cose come stanno. Perchè non è una questione di soluzioni di design e architettura. Ma di nuove carceri, nuovi spazi detentivi, unica terapia per aggirare il grave sovraffollamento degli istituti.

A PROPOSITO DI REPORT

di Francesco RN (da pagina Facebook)

Cominciamo con i numeri, quelli omessi.

*Fonte Ministero della Giustizia: dati aggiornati al 31/12/2020*

CAPITOLO 1 – LA CAPIENZA

a) capienza regolamentare 50.562

b) detenuti presenti 53.364, di cui stranieri 17.344

c) presenza media detenuti 55.445 (nel 2010 erano 67.820)

CAPITOLO 2 – LE POSIZIONI GIURIDICHE

a) su 53.364 detenuti, 44.338 sono stati condannati almeno nel primo grado di giudizio

b) i detenuti in attesa di giudizio sono solo 8.655

c) su 36.183 definitivi, solo 7.014 sono stati condannati a pene inferiori a 3 anni

CAPITOLO 3 – ENTRATE E USCITE

a) 29.085 detenuti usciti per l’esecuzione della pena presso il domicilio (ex L. 199/2010)

b) 13.672 permessi premio concessi

c) 59.711 soggetti godono di misure alternative

d) 35.280 ingressi dalla libertà, nonostante il lockdown

CAPITOLO 4 – LA RIEDUCAZIONE

a) detenuti lavoranti 17.515, pari al 31.94% del totale della popolazione detenuta (il lavoro è uno strumento di rieducazione che dovrebbe essere previsto per i soli definitivi, salvo richiesta)

b) 203 corsi professionali attivati, 2.506 detenuti iscritti

c) 16.838 soggetti esterni prestano attività di volontariato

d) 925 educatori (o funzionari giuridico-pedagogici) su 999 previsti (dato del 2018)

CAPITOLO 5 – GLI EVENTI CRITICI

a) 61 suicidi

b) 93 decessi per cause naturali

CAPITOLO 6 – LA POLIZIA PENITENZIARIA

31.132 appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria su una pianta organica di 37.181 unità (dato del 2018)

CAPITOLO 7 – LA CRIMINALITA’ IN CARCERE

a) 4.389 casi di colluttazione (dato del 2019)

b) 569 casi di aggressione di detenuti nei confronti della Polizia Penitenziaria (dato del 2019)

CAPITOLO 8 – IL COVID

*dati aggiornati al 11/01/2021*

a) 624 detenuti positivi (1,2% dei detenuti presenti)

b) 587 asintomatici

c) 11 sintomatici

d) 26 ricoverati

Alcune considerazioni…

Questi sono solo alcuni dei numeri degli istituti penitenziari italiani, molti altri non sono presenti. Non è pubblico, ad esempio, quanti telefoni cellulari (oggetti non consentiti) sono stati rinvenuti ovvero quanti chili di sostanze stupefacenti sono stati sequestrati. Non è pubblico neppure il numero di rapporti disciplinari redatti né il numero di sanzioni disciplinari / penali applicate. Solo chi lavora in carcere lo sa.

In conclusione…

La criminalità, in Italia, continua ad essere dilagante fuori e dentro il carcere: la dimostrazione sta nei circa 10 milioni di Euro di danni causati dai detenuti negli istituti nel solo 2020, motivo per cui il confronto con i sistemi penitenziari nord-europei non può essere supportato.

L’emergenza carcere”, tanto urlata da detenuti e da associazioni di categoria, deve essere sostenuta dai numeri: poche volte come in questo periodo il numero dei detenuti presenti è stato così basso. Allo stesso modo, i numeri del contagio dimostrano che i reclusi non soffrono di una condizione di pericolosità maggiore di chi è all’esterno (ricordo che moltissimi detenuti sono stati sottoposti a test, i nuovi giunti TUTTI, ragion per cui è più facile trovare positivi rispetto alla popolazione esterna).

Chi indossa la divisa della Polizia Penitenziaria è stato sempre abituato a subire umiliazioni e vessazioni in quanto a contatto costante con coloro che sono ai margini della società, coloro che fuori nessuno vuole ma che vengono santificati una volta reclusi in quattro mura. Quello che è successo ieri, però, è troppo: è stata data voce a una sola parte, quella per niente incline alla legalità, quella che di reati e menzogna ha fatto la propria ragion d’essere. Non esiste una sentenza di condanna, non è stato mostrato un video (i sistemi di videosorveglianza sono presenti in ogni angolo di ogni istituto penitenziario), non è stato mostrato uno stralcio di documento medico. Qualche foto/video di ciò che hanno combinato a marzo “quei bravi ragazzi” c’è, però non sono strati mostrati stranamente, perciò li allego io. Insomma, un intero servizio costruito sulle illazioni.

E’ il caso che qualcuno chieda scusa per ciò che è stato detto, per gli oltraggi a cui ogni addetto alla vigilanza delle sezioni detentive è sottoposto quotidianamente, per il degradante contesto in cui i rappresentanti dello Stato sono costretti ad operare. Eh sì, qualcuno si dimentica che ieri sera è stato vilipeso uno dei quattro corpi di polizia dello Stato, senza alcun confronto tra chi rappresenta le istituzioni e chi rappresenta la criminalità.

Dispiace che chi dovrebbe fare informazione si è fatto facilmente strumentalizzare, facendo da “stampella” a quella parte oscura dell’Italia a cui tanto gioverebbe un indulto o l’abolizione del 41 bis. Qualora non dovessero arrivare scuse e rettificazioni, spero almeno che quei signori siano coerenti nel non citare più i vari Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa e i tantissimi prodi che hanno sacrificato la vita per un sistema giudiziario che effettivamente punisse chi in questi decenni ha distrutto l’Italia.

Voglio concludere con un grido… Viva l’Italia, viva gli Uomini che ogni giorno vivono nella legalità, viva gli Uomini che con orgoglio indossano una divisa, via il Corpo di Polizia Penitenziaria!

L’INCHIESTA DI REPORT E LE DICHIARAZIONI DEI SINDACATI

Ci girano i coglioni, dopo aver letto interventi di sindacazzi rappresentati solo da “Commissari” che come le carogne si nutrono degli “eventi critici” per tirare a campare come se, al comando di queste stesse carceri, ci fossero altre figure e non le loro. O come il barbuto Beneduci che grida allo “scandalo” dell’attuale situazione ed interviene con contenuti privi di fondamento sindacale e pregni di lavandari contenuti… come se il sindacato fosse rappresentato da altri e non da lui… mhà, le tenebre sono ancora lunghe e la luce in fondo al buio è solo utopia. Infine, quello che fra tutte le schiere sindacazziali, avendo forse ancora un briciolo di ritegno, il Gennarino De Fazio che lamenta la “manomissione” della propria intervista da parte di quei cialtroni di Report, osservando (…) “ciò che rimane di un’ora e mezza d’intervista (di Report a lui). Evidentemente, la sinistra esigenza di restituire uno spaccato comunque distorto di quella che è la realtà penitenziaria non ha consentito di mandare in onda la parte dell’intervista che, forse, ne avrebbe fornito un quadro realistico”. Questa volta ha ragione. E Report è la solita indecente trasmissione paragiornalistica votata allo svuotamento di ogni deontologia professionale, viziata com’è dai fumi di una certa ideologia. E non è difficile capire quale.

NOI TORTURATORI E AGUZZINI? MA VAFFANCULO A CHI LO DICE! SI PUÒ USCIRE DALLA MELMA?

Bastardi! Che siate maledetti! La mattanza che non ha fine, lascia a terra altri due nostri colleghi, aggrediti senza alcun motivo da un figlio di puttana tunisino rinchiuso tra le mura del penitenziario di Rossano. 10 e 15 giorni di prognosi. La grande ammucchiata di banditi, criminali, vertici locali e nazionali della Grande Meretrice, sindacazzi inerti e in cerca di privilegi, politicanti da strapazzo e giornalismo cosiddetto d’inchiesta (che offre il microfono e il culo ai detenuti, e solo qualche sporadico intervento alla polizia penitenziaria, vedi Report), garanti, sferra ogni giorno colpi mortali al poliziotto penitenziario. Dobbiamo ribellarci, attraverso nuove forme di lotta (vedi sindacati penitenziari francesi), una possibile rivoluzione dal basso, che semmai dovrebbe partire non dalla stretta appartenenza ad un Corpo di polizia, ma dalle proprie convinzioni etiche, al di là di ogni qualifica e ruolo. E chissenefrega se ci sono questi sindacazzi, quella pattuglia di stronzi che distribuisce prebende in cambio di tessere e posti ai protetti di servizio, qui si tratta di una reputazione collettiva da riprendere se ancora lo possiamo fare e se c’è , soprattutto, spazio per farlo. Perchè ogni poliziotto che (giustamente) vuole smarcarsi dalla fogna di una categoria che appare corrotta, ha poi mille altre occasioni per mostrare il vero volto di un servitore dello Stato degno di questo nome. In queste occasioni come si comporterà? E parlando di noi. Se molti giornalisti smarchettano sui giornali o in televisione, e la cosa è di una evidenza palmare, è del tutto inutile indignarsi. Parrebbe persino infantile sottolinearlo, visto che l’andazzo è quello. È il resto della vita che fa punteggio, come ci si comporta fuori dal nostro stagno, se le cose buone e belle che ci diciamo all’interno delle sezioni durante il servizio hanno poi una minima aderenza con i comportamenti esterni. E su questo, se permettete, molti dubbi restano.

FEDERAZIONE RUSSA, ATTIVITÀ CONGIUNTA DI POLIZIA E SERVIZIO PENITENZIARIO

L’Ispettorato esecutivo penale del servizio penitenziario federale della Russia per la Regione del Tatarstan ha riassunto i risultati per il 2020.

Oggi, nel territorio in oggetto, nell’ambito dell’ispezione penale esecutiva, sono presenti 13 sedi intercomunali, 11 sedi di penitenziari e un dipartimento per l’esecuzione delle pene e l’applicazione di altre misure di natura penale. Più di 240 dipendenti della polizia penitenziaria esercitano il controllo sull’esecuzione di pene come: lavoro obbligatorio, lavoro correttivo, restrizione della libertà, condanna in prova, privazione del diritto di ricoprire determinate posizioni o svolgere determinate attività. La competenza dell’ispettorato esecutivo penale comprende anche misure di contenzione sotto forma di arresti domiciliari, cauzione e divieto di determinate azioni. Il personale delle istituzioni penitenziarie organizza il lavoro per monitorare i soggetti all’obbligo delle misure preventive e di curare i tossicodipendenti che in genere non vengono rinchiusi in carcere ma ai domiciliari. Il lavoro con i minori condannati è sottoposto a un controllo speciale durante queste attività. Si svolge in stretta collaborazione con il governo locale e le autorità esecutive, centri di assistenza sociale a famiglie e bambini, agenzie per l’impiego, organizzazioni non profit a orientamento sociale, per i giovani e religiose. Nel corso del 2020, 21.768 detenuti sono stati registrati dalle istituzioni penitenziarie senza isolamento dalla società, nonché persone con misure preventive, di cui 310 minori. Al 1 ° gennaio 2021, sono stati registrati 10.854 detenuti non reclusi in carcere, di cui 106 minori.

Oggi si registra una generale diminuzione del numero di persone condannate a pene non legate all’isolamento dalla società, cioè indagati (imputati) per i quali sono state scelte misure di contenzione sotto forma di arresti domiciliari, divieto di determinate azioni, cauzione, condannati a una multa e obbligati a sottoporsi a cure dalla tossicodipendenza, dalla riabilitazione medica e (o) sociale.

IL BUONISMO COLPISCE ANCHE I NOSTRI FRATELLI DELLA POLICIA PENAL DEL BRASILE…

Il fatto è avvenuto nella prigione di Ji-Paraná – RO. I detenuti aprono un buco nel muro dell’unità carceraria per cercare vari pacchi e pacchetti (foto nella pubblicazione) lanciati da qualcuno, ma non si aspettavano di essere sorpresi dai colleghi della penitenziaria che erano all’erta.

I colleghi hanno reagito sparando, e ora sono finiti sotto processo, a causa di una magistratura (anche in Brasile!) che omette la verità dei fatti per colpire gli agenti penitenziari (ci sembra di averla già sentita!).

I colleghi del Brasile ci riferiscono che “non possiamo fare nulla, stiamo giocando a tarme, i detenuti hanno più diritti di un buon cittadino. Se chiediamo una disciplina più severa, veniamo accusati e penalizzati”. Già sentita, o no?

NOI SIAMO AGENTI DI CUSTODIA, GIUSEPPE LORUSSO PRESENTE!

Il 19 gennaio 1979, nei pressi della propria abitazione, alle 7,10 del mattino, mentre si reca alla sua auto per andare al lavoro due individui scendono da una 128 rossa (altri due uomini restano in macchina), gli si avvicinano lo chiamano e gli sparano con due pistole calibro “38 special” numerosi colpi. Due proiettili raggiungono Lorusso alla testa, due al braccio sinistro, quattro al torace e due all’addome: l’Agente Lorusso muore istantaneamente con le chiavi della sua auto ancora strette in mano. Ha appena compiuto 30 anni e lascia la giovane moglie Rosa e i figli piccolissimi: Daniela di 2 anni e Domenico di 8 mesi.

Circa 2 ore dopo, il crimine viene rivendicato con una telefonata: “Qui Prima Linea. Abbiamo ammazzato Giuseppe servo dello stato. Seguirà un comunicato”. Il comunicato viene fatto trovare verso le 11 in due cabine di C.so Re Umberto e di C.so Regina Margherita.

ONORE E FORZA!

DETENUTI? BASTARDI SENZA GLORIA…

Ci risiamo. Questi a rigare dritti non ci pensano neanche. Ci vorrebbe l’olio di ricino. Una bella bevuta e poi via al cesso per defecare immoralità e scarso senso delle regole. Ma di che parliamo? Dei soliti telefoni cellulari e di droga che passano agevolmente sotto le maglie della sicurezza gestita dai soliti quattro gatti che fanno fatica a tenere tutto sotto controllo, seppur sempre con occhi e orecchie aperte. I due episodi più recenti sono avvenuti nelle case circondariali di Salerno e Avellino, dove il personale addetto ai controlli ha impedito traffici di materiale illecito.

La prima operazione – nell’istituto salernitano di “Fuorni” – ha visto l’intervento colleghi, che hanno rinvenuto nella zona dell’intercinta due involucri probabilmente lanciati in direzione del campo sportivo. Le confezioni, sigillate con pellicola trasparente e protette da uno strato di cotone, contenevano 5 smartphone corredati di cavetti USB e un quantitativo di sostanze stupefacenti. Dopo alcune ore, la zona detentiva del carcere di Avellino è stato teatro di un’irruzione a scopo di controllo, effettuata da circa 40 colleghi. Nel corso della perquisizione sono stati sequestrati uno smartphone e un microcellulare, trovati in possesso di due cammelli, che occupavano la stessa cella.

Un reato ‘ad hoc’ per vietare e sanzionare l’introduzione di telefonini all’interno degli istituti penitenziari. E’ quello introdotto con il decreto sicurezza approvato ieri sera in Consiglio dei ministri. Fino a poco tempo fa, episodi di questo genere erano puniti semplicemente come illeciti disciplinari e sanzionati all’interno del carcere stesso. Con la recente nuova previsione di legge, l’introduzione e l’uso di telefoni cellulari è diventato reato. Ma loro se ne sbattono. Hanno già commesso reati e per questo sono finiti in galera, ma cosa gliene importa se ora il possesso è reato?

La pena prevista è da uno a 4 anni per chi introduce o detiene all’interno di un istituto penitenziario telefoni cellulari o dispositivi mobili di comunicazione: se a commettere il fatto è un pubblico ufficiale, un incaricato di pubblico servizio o un avvocato, scatta l’aggravante, con la reclusione da 2 a 5 anni. Questo il dettato di legge. Ma per i detenuti è acqua fresca. Per questo consigliamo l’uso dell’olio di ricino, in abbondante razione. E poi un lungo quanto salutare periodo all’isolamento (quello vero), chissà che tra una “defecatio” e l’altra non trovino anche il tempo di addivenire a più miti consigli.

I “SINDACAZZI” DELLA POLIZIA PENITENZIARIA, SOLO POTERE E TESSERE

La polizia penitenziaria è malata, ma i sindacazzi hanno altro a cui pensare. Dal 1990 ad oggi, per SAPPE, OSAPP, UILPOLPEN, SINAPPE, solo per citare quelli cosiddetti più rappresentativi, ne è passata di acqua sotto i ponti. Da tempo non è più così. Lo sappiamo tutti. E lo sanno anche loro. I sindacazzi sono una casta al pari dei partiti e di tante altre associazioni di categoria. Corporazioni che difendono un misero (in senso etico) orticello e che, dimenticando lotte e iscritti, lo difendono comunque, fuori da ogni logica. Negli ultimi decenni si sono trasformati in agenzie di “collocamento” per i propri tesserati, da certi comandanti “blindati” nonostante ovvie incapacità, a certi soggetti destinati a miglior servizio grazie alla compiacenza di questo o quel sindacazzista. Dunque pesanti catafalchi utili a sorreggere e ad alimentare polverose macchine sindacazziste dislocate su tutto il territorio. E danno sfogo all’egoismo di casta, proprio loro che dovrebbero difendere la prima linea ormai debole e indifesa.

Sentiamo a volte i commenti acidi da parte di molti colleghi (iscritti) e la cosa ci crea sgomento. Ci meravigliamo di chi si meraviglia perché i sindacazzi esistono da decenni. Sono un ectoplasma che quando si materializza lo fa quasi sempre per motivazioni di basso profilo. Hanno ormai una ragione sociale diversa. Difendono per convenienza e se ne strafregano di tutto il resto. Sprofondasse la polizia penitenziaria a loro interessa poco.