IL DIVERSAMENTE LIBERO SI IMPICCA, TENTANO DI SALVARLO, MA LUI MUORE. NONOSTANTE CIÒ UN COLLEGA FINISCE NEL TRITACARNE GIUDIZIARIO.

Assurdo, pazzesco, fuori luogo. Il suicidio di un diversamente libero con problemi di natura psichiatrica, viene fatto scontare a chi non ha alcuna responsabilità, anzi, tentò l’impossibile per salvarlo. Si tratta di un criminale morto il 19 giugno 2013 nel carcere di Secondigliano, nella struttura dell’ospedale psichiatrico giudiziario dov’era ricoverato. Prima era stato in cura a Villa Chiarugi a Nocera Inferiore e presso l’opg di Aversa. Era riuscito a soffocarsi tramite impiccagione, nonostante un tentativo di salvataggio avvenuto poco dopo. Insomma questo signore, che in carcere ne aveva combinate di cotte e di crude (aggressioni, danneggiamenti, resistenza e ferimenti ed episodi di eterolesionismo), “dalle indagini espletate è emerso che il decesso è stato causato da un atto volontario mediante impiccagione”. Ma no, i familiari del criminale non ci stanno, vogliono far scontare ad altri la morte del congiunto galeotto. Via con l’opposizione presentata dal legale dei familiari dell’uomo, Vincenzo Calabrese, che ha convinto il giudice per il processo. L’uomo era collocato nella quinta sezione detentiva. Quel giorno di 5 anni fa, fu notato mentre tentava di impiccarsi, durante il giro del vitto serale. L’assistente che si accorse dell’episodio avvertì la sorveglianza generale. Esposito stava tentanto di uccidersi con i pantaloni del pigiama usati come cappio. Fu liberato con l’aiuto di un secondo infermiere, che notò il battito lieve, un respiro affannoso, gli occhi semichiusi e uno stato privo di coscienza. Sul posto giunse anche il medico di guardia, che prese atto della situazione per poi tornare al piano terra, non avendo con se le attrezzature necessarie in quanto allertato con un “avviso generico” ricevuto telefonicamente. Ma vi pare che i nostri abbiano allertato il medico con un avviso generico? Il medico tenta di scaricare responsabilità ai nostri colleghi. Il processo dovrà chiarire le affermazioni del medico, a cui noi francamente non crediamo.

LA POLIZIA ARRESTA UNA BANDA DI RAPINATORI

Una banda di cinque persone colpevole di rapine in negozi, specialmente gioiellerie e farmacie, è stata arrestata dagli agenti della Polizia stradale di Bari e Foggia. Il gruppo aveva seminato allarme sociale soprattutto per la violenza esercitata sulle vittime.

In un caso in particolare, in una tabaccheria di Cerignola nel novembre di tre anni fa, i rapinatori usarono una mazza per colpire il titolare.

Gli indagati sono accusati di rapina aggravata, furto aggravato e ricettazione. Le telecamere di sorveglianza hanno permesso ai poliziotti di arrivare ai colpevoli e di mostrare la violenza gratuita che i malfattori compivano nei confronti delle vittime.

A ME LE GUARDIE…

DALLA STRADA ALL’ERGASTOLO: L’ARRESTO DI OSMAN MATAMMUD, DALLA PAGINA FACEBOOK “A ME LE GUARDIE”.

E’ stato riconosciuto e circondato da una dozzina di ragazzi e ragazze che lo hanno trattenuto fino al passaggio della Polizia Locale, consegnandolo agli agenti con la pesantissima accusa di essere un trafficante di uomini, un torturatore, assassino, stupratore. 

Nella puntata di oggi de “Le Iene” abbiamo ascoltato i racconti dei testimoni, ma come è stato dato corpo al loro coraggio? Come si è arrivati ad avere abbastanza testimonianze per condannare quell’uomo all’ergastolo? 

Tutto parte dai primi verbali al momento del fermo: i racconti dei ragazzi, verbalizzati dagli agenti operanti, che hanno dato abbastanza elementi per trattenere l’uomo in attesa di accertamenti. La perquisizione e l’ispezione di tutto ciò che aveva in tasca, cellulare compreso, dove sono state trovate delle foto raffiguranti corpi torturati. 

Poi le visite mediche alle vittime/testimoni, i referti che provano il collegamento tra le cicatrici ancora presenti nei loro corpi e le torture raccontate alla Polizia Locale, cui la Pm Boccassini ha dato la titolarità dell’indagine. La stessa Pm che al processo dirà “in 40 anni non ho mai visto altri casi di orrore simile”.

L’indagine si allarga, da Milano viene coinvolta la Polizia Locale di Palermo affinchè cerchi, tra i numerosi migranti presenti sul territorio, altri testimoni. Ci vorranno mesi tra le comunità di Palermo, Trapani ed Agrigento, l’incontro con centinaia di persone tra difficiltà linguistiche, diffidenza e paura di ritorsioni, ma le Guardie Cittadine non demordono e convincono qualche vittima a parlare e farsi visitare. Le testimonianze e di nuovo i referti medici vengono inviati a Milano. 

Dal capoluogo lombardo arriva il dott. Tatangelo accompagnato dai poliziotti locali titolari dell’indagine, ascoltano di nuovo i testimoni in Sicilia, decidendo di trasferirli a Milano e farli deporre al processo: le testimoniane, le foto, i referti medici, le altre prove raccolte mettono a nudo una mostruosità umanamente inconcepibile per la quale Matammud viene conddannato all’ergastolo per omicidio, sequestro di persona, violenza sessuale, estorsione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. 

Le Iene ci hanno raccontato la storia di questi ragazzi, noi, orgogliosi come poche volte del nostro nome, abbiamo voluto ripercorrere il percorso delle Guardie Cittadine che hanno reso GIUSTIZIA a quelle vittime, raccogliendo le prove che hanno portato alla condanna.

TIRA ARIA DI TEMPESTA SULL’ARMA DEI CARABINIERI. IL CASO CUCCHI RISCHIA DI MINARNE LA CREDIBILITÀ.

L’arma tentò di depistare? L’indagine della procura coinvolge la catena di comando di Roma. Nuovi documenti e circostanze di fatto accertate e verificate indipendentemente da Repubblica indicano che fu l’intera catena di comando dell’Arma dei carabinieri di Roma a coprire la verità e le responsabilità del pestaggio mortale del pusher romano Stefano Cucchi nella caserma Casilina nella notte tra il 15 e il 16 Ottobre 2009.

L’operazione di cover-up e manipolazione di verbali e annotazioni di servizio, di registri interni, e comunicazioni all’autorità giudiziaria, si consumò tra il 23 e il 27 Ottobre, con ordini trasmessi per via gerarchica ed ebbe il suo sigillo in una riunione che il 30 di quello stesso mese si svolse negli uffici del generale di brigata e allora comandante provinciale di Roma Vittorio Tomasone (oggi generale di corpo d’armata e comandante interregionale dei Carabinieri “Ogaden” di Napoli con competenza su Campania, Puglia, Basilicata, Abruzzo e Molise).

Con lui, almeno tre gli ufficiali coinvolti. L’allora comandante del Gruppo Roma, il colonnello Alessandro Casarsa (oggi comandante del reggimento corazzieri del Quirinale) e i due ufficiali che a lui gerarchicamente erano sotto-ordinati quali comandanti di compagnia: il maggiore Luciano Soligo (allora comandante della compagnia Talenti Montesacro) e il maggiore Paolo Unali (allora comandante della Compagnia Casilina). Infine, i marescialli Roberto Mandolini (vice comandante della stazione Appia) e il maresciallo Massimiliano Colombo Labriola (comandante della stazione Tor Sapienza).

I fatti, dunque. A cominciare dall’ultimo fotogramma di questa storia. La mail con l’ordine di manomettere la verità. Il maresciallo dei carabinieri Massimiliano Colombo Labriola, comandante della caserma di Tor Sapienza, è un uomo previdente. Ha conservato per nove anni la sua corrispondenza email e ogni documento utile in grado di dimostrare da chi e quando arrivò l’ordine di falsificare le carte da cui doveva scomparire ogni riferimento alle condizioni di Stefano Cucchi la notte in cui, in una camera di sicurezza di quella caserma, venne trasferito dopo il pestaggio in attesa del processo per direttissima dell’indomani. Quella notte, Stefano mostrava segni evidenti del pestaggio che aveva appena subito.

Ma era necessario che si costruisse una narrazione in grado di imputare i segni di quella violenza alla magrezza costituzionale del “tossico”, alla sua epilessia. E, aggiungiamo di “girare” le responsabilità della morte dello spacciatore verso la Polizia Penitenziaria, senza dimenticare le accuse e il tritacarne giudiziario che tolse respiro e serenità ai nostri colleghi. 

I BALUBA SENZA VERGOGNA. DUE AFRICANI OCCUPANO IL TAVOLINO DI UN LOCALE, IL GESTORE LI ALLONTANA, MA……

Due africani, un tavolino e un locale scassato. 

Via Teodorico, Roma, adiacenze Stazione Tiburtina. Altro spicchio di Capitale in mano ai delinquenti stranieri. Una pizzeria. Due stranieri di origine africana si sono seduti in uno dei tavolini all’aperto dell’attività, iniziando a consumare alcolici portati da casa. Quando il proprietario ha fatto loro notare che c’erano dei clienti in attesa del tavolo i due, probabilmente già in preda ai fumi dell’alcol, si sono scatenati.

Alla coppia si sono aggiunti altri tre stranieri, anche loro africani, e insieme hanno assaltato la pizzeria, con tanto di lancio di bottiglie e catene prese dai motorini parcheggiati davanti al locale. Tutto sotto gli occhi di famiglie e bambini che hanno lasciato il locale terrorizzati. Il proprietario, che ha denunciato tutto ai carabinieri giunti sul posto, se l’è cavata con una contusione del polso, dopo che i cinque si sono allontanati minacciando di bruciargli l’attività.

“Sono anni che chiediamo al prefetto, al questore e alla sindaca col suo delegato alla sicurezza di emanare urgentemente una vera ordinanza anti alcol ad hoc per la zona – attaccano dal Comitato Cittadini Stazione Tiburtina – questi fatti anche se non denunciati e di entità più lieve avvengono ogni giorno”. I residenti chiedono quindi alle istituzioni di intervenire per bonificare l’area che nelle scorse settimane è stata teatro di un altro fatto di cronaca, con la violenza sessuale subita da una trentottenne cecoslovacca nella vicina tendopoli per migranti gestita dall’associazione Baobab Experience.

IMMIGRATI UGUALE CALO SICUREZZA NELLE CITTÀ. LA STORIA DELL’ALGERINO CHE AMAVA I TROLLEY…DEGLI ALTRI

Tenta di rubare due trolley al terminal bus della stazione di Napoli Centrale: finisce in manette un 42enne di origini algerine.

L’uomo è stato arrestato e condannato nel fine settimana appena trascorso. Si aggirava con fare sospetto nei pressi dei bus, in particolare di una corriera che avrebbe coperto la tratta da Milano fino alla Sicilia, e le sue mosse non sono passate inosservate agli occhi degli agenti della Polfer in servizio allo scalo che, così, hanno iniziato a sorvegliare, con discrezione, le sue azioni. Non è stato necessario attendere troppo per capire che i sospetti degli agenti erano fondati. Il 42enne, infatti, ha tentato di confondersi tra i passeggeri al ritiro bagagli e qui di appropriarsi di due trolley. Perciò gli agenti sono entrati in azione e hanno provveduto a bloccare il magrebino.

Accertato l’accaduto e le sue responsabilità, il 42enne – già noto alle forze dell’ordine – è stato arrestato in flagranza di reato e processato con il rito per direttissima. Sul caso, i giudici hano deciso a carico dello straniero una condanna a due anni di reclusione e duecento euro di multa. Dopo la sentenza, l’uomo è stato trasferito presso la casa circondariale di Napoli Poggioreale.