LE “PREOCCUPAZIONI” DI UN CERTO PRESTOPINO, E IL GIGLIONE AFFLITTO DA IMPROVVISA PASSIONE POLITICA DI MOLTI COLLEGHI….

Come sempre, il direttore-dittatore del nuovo complesso di Sollicciano non si preoccupa della sicurezza… Non pensa che di “prima” c’è un agente ogni 2 sezioni….di mattina 1 per ogni 2/4 passeggi… Ma si preoccupa che non ci possano essere le regolari attività trattamentali e le “aperture straordinarie”…. Cosa sono? Che significa? Passiamo ad un altro argomento. Come abbiamo anticipato dal titolo, la passione politica è scoppiata anche nel carcere di Sollicciano. Tanto che sono ben 65 su circa 480 totali, gli agenti della polizia penitenziaria che, usufruendo di un permesso retribuito di 30 giorni, hanno deciso di correre alle elezioni amministrative nei loro Comuni di appartenenza. Le candidature sono divise su tre regioni: Toscana, Lazio e Campania. Noi non discutiamo la norma. Però vogliamo dire che il legittimo impegno politico ha un risvolto pratico tutt’altro che trascurabile: da qualche giorno il già sofferente carcere giglione ha 65 colleghi in meno in servizio. Secondo quanto previsto dalla legge, infatti, qualunque lavoratore che sia candidato alle elezioni amministrative ha diritto di assentarsi dal lavoro per 30 giorni, con un permesso retribuito, per svolgere le proprie mansioni elettorali. Una scelta ovviamente lecita, quella fatta dai 65 colleghi in servizio tra le mura di Sollicciano, che però — visto che gli assenti non vengono sostituiti — rischia di creare più di un disagio ulteriore a un carcere già in difficoltà, sia per il sovraffollamento che per la cronica carenza di personale.

IL NUOVO CARCERE A GROSSETO SI FARÀ?

Qualcosa si muove. La nuova location potrebbe essere l’ex caserma Barbetti, più distante dal centro storico della città toscana. I tecnici del provveditorato hanno effettuato alcuni sopralluoghi che avrebbero dato esito positivo. Un po’ di ossigeno per i colleghi che lavorano nella vecchia struttura di via Saffi, in pieno centro storico. Lo “sparpagliamento” a destra e manca, paventato in seguito alla notizia della chiusura dello storico penitenziario, forse si potrà evitare. Vedremo.

L’ingresso della ex caserma Barbetti

SICUREZZA E IMMIGRAZIONE. FURIA DEGLI IMMIGRATI INVASORI SU POLIZIA E SALVINI….

Ancora un sentito ringraziamento ai fans dell’accoglienza e dei porti aperti, per l’ennesimo exploit di un immigrato, sbarcato da noi con le note modalità del passato. Completamente ubriaco fin dal mattino, ha molestato gli avventori di un bar di Parma e poi minacciato ed insultato gli agenti intervenuti sul posto. Protagonista della vicenda un marocchino di 30 anni che, in compagnia di un connazionale 31enne, aveva iniziato a bere pesantemente e ad arrecare fastidio a tutti i presenti. Così tanto che alcuni di essi hanno richiesto l’intervento delle forze dell’ordine, quando oramai la situazione stava diventando pressochè ingestibile.

Ben tre le volanti della questura di Parma giunte sul posto, ma neppure la presenza degli uomini in divisa ha potuto fungere da deterrente per il facinoroso magrebino. In preda ai fumi dell’alcol, e con l’appoggio del connazionale, lo straniero ha iniziato ad inveire contro i poliziotti, arrivando a minacciarli apertamente. Il nordafricano da par suo ha lanciato invettive, tra cui vale la pena citare questa: “Maiali maledetti, io non ho paura di voi. Se non mi lasciate stare io vi uccido tutti”. Naturalmente sprovvisti di documenti, i due marocchini sono stati fermati e portati in auto presso gli uffici della questura per le consuete operazioni di identificazione. Il più agitato dei due, ovvero il 30enne, è risultato essere regolare sul territorio nazionale, ma con una lunga lista di precedenti per reati contro la persona ed il patrimonio. Per lui una semplice denuncia a piede libero, con l’accusa di resistenza, minacce e oltraggio a pubblico ufficiale, vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle forze armate ed infine ubriachezza molesta (in un altro paese lo avrebbero trattato a dovere). Con l’emissione di un daspo urbano, lo straniero è stato allontanato dalla città di Parma. Diverso, invece, il discorso per il connazionale, clandestino già colpito da provvedimenti di espulsione e con precedenti per minacce, danneggiamenti e furto aggravato. Il 31enne è stato espulso dal territorio nazionale ed imbarcato su un volo diretto in Marocco.

NO ISLAM. GLI ISLAMISTI SUL BUS DI PARIGI: AUTISTA CACCIA DONNA CON LA GONNA CORTA

di Andrea INDINI (Il Giornale)

La gonna è troppo corta e l’autista dell’autobus vieta a una ragazza di salire. L’inquietante episodio non si è drammaticamente consumato in un oscuro Paese dove è in vigore la sharia, ma a Parigi dove la guida dei mezzi pubblici che attraversano le banlieue è stata affidata a islamisti per accattivarsi il favore delle periferie multietniche ed evitare le sassaiole da parte dei più facinorosi. E così accade che uno di questi integralisti si sia rifiutato di far salire la figlia 29enne del poeta algerino Kamel Bencheikh. “Pensa a vestirti come si deve”, le ha detto. E ha richiuso le porte. L’episodio risale a martedì scorso e non ha destato l’allarme che avrebbe dovuto. Anzi, sulla stampa francese è quasi passato sotto traccia e dal governo, il cui ministro dei Trasporti, Elisabeth Borne, ha presieduto a lungo la società dei trasporti pubblici di Parigi (Ratp), non sono state spese parole di conforto per quanto ha dovuto subire Élise. Solo alcuni membri dei Républicains hanno protestato per quanto denunciato su Facebook da Bencheikh. La figlia si trovava, insieme a un’amica, “alla fermata Botzaris vicino al parco delle Buttes Chaumont”, nel XIX arrondissement. Erano da poco passate le undici di sera. “Quando (l’autobus, ndr) è arrivato – racconta il poeta algerino – l’autista si è fermato, le ha guardate, ed è ripartito senza aprire le porte”. Le ragazze non si sono date per vinte e si sono messe a correre finché lo hanno raggiunto pochi metri più avanti, quando si è dovuto fermare perché il semaforo era diventato rosso. E, quando hanno chiesto all’autista perché non le avesse fatte salire, quello le ha gelate: “Pensate a vestirvi come si deve”. Il racconto di Élise non lascia molti dubbi. L’autista, “un maghrebino” dalla barba lunga, viene definito come un “islamista”. La Ratp lo avrebbe già identificato e avrebbe anche già fatto partire un’indagine interna per capire se davvero non ha fatto salire le due donne sull’autobus perché indossavano abiti ritenuti inopportuni dall’islam salafita. “Questo individuo, che guida un autobus pagato dalle mie tasse, ha impedito a mia figlia, titolare di un passe Navigo (l’abbonamento ai mezzi pubblici di Parigi, ndr) valido e dunque in regola, di salire… soltanto perché indossava una gonna”, ha scritto Bencheikh in un post su Facebook che, però, è stato immediatamente censurato e ora non è più visibile.

L’episodio di martedì scorso non è un caso isolato. Nella periferia nord-orientale di Parigi, come riporta il Corriere della Sera, le intimidazione sono all’ordine del giorno. Gli islamici più radicalizzati prendono di mira le donne: talvolta le aggrediscono verbalmente, altre volte le attaccano anche fisicamente. In un reportage pubblicato nel 2017 da Le Parisien, la giornalista Cécile Beaulieu aveva già raccontato che a Chapelle-Pajol “gruppi di dieci uomini soli, venditori ambulanti, spacciatori, migranti e trafficanti dettano legge nelle strade, molestando le donne”. “Centinaia di metri quadrati di asfalto abbandonati a soli uomini, dove le donne non sono più accettate”, denunciava. Le banlieue in mano agli uomini, per lo più arabi e africani, sono diverse. E a farne le spese sono sempre le donne. “Gli è proibito entrare nei caffè, nei bar e nei ristoranti – scriveva la Beaulieu – e non possono stare sui marciapiedi, vicino alla fermata della metro e nelle piazze”. L’inchiesta, purtroppo, è caduta nel vuoto e nessuno ha mosso un dito in questi anni per risolvere la situazione.

L’emergenza ha radici che affondano nei disordini degli anni Novanta. In questi quartieri difficili gli autobus e le fermate della Ratp vengono da sempre vandalizzati e presi a sassate. Per questo, negli ultimi anni, l’azienda dei trasporti pubblici ha deciso di scendere a patti con i ras delle banlieue assumendo tra i propri dipendenti anche personaggi legati ad ambienti islamisti. È il caso di Samy Amimour, uno dei jihadisti che ha insanguinato il Teatro Bataclan. Dal 2010 al 2012, prima di andare in Siria a combattere con lo Stato islamico, era stato un autista della Ratp. Nel libro Mahomet au volant, la charia au tournant, come ricorda Libero, Ghislaine Dumesnil aveva accusato i sindacati francesi di aver permesso che musulmani radicalizzati si infiltrassero nell’azienda dei trasporti, che i depositi degli autobus si trasformassero in sale di preghiera e che le autiste venissero sempre più discriminate dai colleghi di fede islamica.

ITALIA, DOVE SI SPENDE E SI SPANDE PER I DETENUTI, MENTRE ALLA POLIZIA PENITENZIARIA SOLO SCHIAFFONI E MISERIA. IL CASO DEI FALLIMENTI E DI SOLDI BUTTATI DALLA FINESTRA A TARANTO…..

Prendiamo spunto da una denuncia del SAPPE nello stigmatizzare un malcostume tutto italiano per cui si sprecano decine di migliaia di euro per progetti a favore dei detenuti (poi falliti), mentre non ci sono soldi per pagare gli straordinari, le missioni ai poliziotti, oppure riparare gli automezzi fatiscenti per il trasporto dei detenuti che non dovrebbero nemmeno uscire dal carcere, poiché pericolosi. Il sindacato e anche noi ci chiediamo come vengano spesi , che fine facciano e che vantaggi abbiano portato. E’ il caso di Taranto, come scrive Federico Pelagatti (SAPPE), dove i responsabili dell’Amministrazione penitenziaria locale organizza incontri con mass media ed associazioni per magnificare i tanti progetti messi in cantiere, senza poi spiegare il perché vanno in malora. “Non accetteremo mai la distinzione per cui tali progetti – precisa Pelagatti – vengano finanziati con fondi regionali, europei ecc. ecc., poiché vengono tutti dallo stesso calderone e cioè i sacrifici del contribuente italiano”. Pelagatti poi cita alcuni esempi: la semina della canapa presso il carcere “Carmelo Magli” di Taranto il primo in Italia in cui si doveva coltivare la canapa industriale lavorando un terreno incolto di due ettari affidato a un’azienda agricola composta dai detenuti. “Ricordiamo ancora l’enfasi del dirigente di Taranto per l’iniziativa – sottolinea il sindacalista – per cui era la prima volta in Italia che si coltivava canapa in una casa circondariale”. Il prossimo passaggio sarebbe dovuto essere l’azienda agricola bio che avrebbe prodotto ortaggi e frutta biologica all’interno della cinta dell’istituto di pena. Era un progetto finalizzato al reinserimento lavorativo e sociale dei detenuti. Un lavoro da costruire giorno dopo giorno in attesa del fine pena. Ma qui l’unica fine visibile è stata quella del progetto rimasto sulla carta e lautamente finanziato.

“E che dire del progetto del “vino made in carcere” a seguito di accordo tra il presidente di Cantine San Marzano, il direttore del carcere di Taranto, Stefania Baldassari, ed il presidente del Centro di ricerca, sperimentazione e formazione in Agricoltura «Basile Caramia» di Locorotondo, Antonio Palmisano”, scrive Pelagatti. Già, nel carcere di Taranto la coltivazione per la produzione di uva da vino avrebbe interessato i terreni agricoli adiacenti alle mura della struttura circondariale, non produttivi. Tale attività sarebbe dovuta avvenire con l’utilizzo di pratiche agricole tradizionali e con un limitato ricorso alla meccanizzazione (acquistate n.3000 piantine a 3 euro l’una, trattorino ed attrezzatura varia), grazie a un percorso formativo sulle attività vinicole per il successivo, e qualificato, inserimento lavorativo dei detenuti in un territorio a forte vocazione enologica. Le bottiglie così prodotte dovevano essere commercializzate da cantine San Marzano. Tutto finito nel nulla. Il rovescio della medaglia? I colleghi di Taranto continuano ad aspettare, da mesi, il pagamento di qualche centinaia di euro guadagnati con il sudore ed il sacrificio, nonché la possibilità di poter lavorare in una struttura penitenziaria non fatiscente e su automezzi sicuri.

GRAZIE AL MOVIMENTO 5STELLE ABBIAMO I PEGGIORI MINISTRI DELLA GIUSTIZIA E DELLA DIFESA OGGI POSSIBILI…..

Elisabetta Trenta, Ministro della Difesa

Del sorridente guardasigilli abbiamo ampiamente scritto, e ciascun poliziotto penitenziario sa bene con che razza di ministro (e Capo del DAP, suo derivato) ha a che fare. Ma anche le Forze armate sono capitate male. Il fatto è che tra i militari c’è un visibile malcontento. L’amministrazione 5 stelle, è inutile girarci intorno, non funziona: troppi tagli, soldi che mancano per carburante degli aerei, per pezzi di ricambio delle navi, persino per le bollette di acqua, luce e gas. E poi un accanimento nei confronti di quelle stesse divise che la Trenta dovrebbe tutelare.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la notizia lanciata da noi e alcuni quotidiani (soprattutto Il Giornale) in merito all’apertura di un’istruttoria nei confronti del generale che il 25 aprile aveva abbandonato le celebrazioni per la festa della Liberazione dopo i vergognosi attacchi dell’Anpi. Istruttoria, fanno sapere fonti vicine a via XX Settembre, che non sarà l’unica. Pare, infatti, che saranno esaminate tutte le posizioni delle divise che si sono schierate dalla parte del generale dell’Aves perché “i militari devono restare fuori da dispute politiche”. Concetto che a febbraio scorso era stato espresso dal Cocer interforze per chiedere ai 5 stelle di non fare propaganda sulle spalle delle Forze armate, ma che proprio il ministro non aveva recepito.

Peraltro, qualche stretto collaboratore della Trenta si è preoccupato di informare qualche giornalista di come Riccò “già abbia altre istruttorie in corso”. Un attacco pentastellato ai militari, insomma. Un voler dar contro a quegli stessi uomini e donne che la Difesa dovrebbe tutelare. Tanto che il malcontento tra i soldati sta crescendo in maniera esponenziale sia alla base delle Forze armate che tra i generali, che non vedono nei 5 stelle la giusta soluzione per amministrare un comparto così delicato.