4 NOVEMBRE. ECCO IL VIDEO CENSURATO DAL GOVERNO BUONISTA

Secondo i sepolcri imbiancati di Palazzo Chigi lo spot realizzato per festeggiare il prossimo 4 novembre non mette in risalto “la molteplicità delle attività svolte dalle forze armate” e gli altri valori che caratterizzano i militari, come “la solidarietà e l’integrazione con la comunità”. A spingere Palazzo Chigi a bocciare la campagna di comunicazione pare che siano state anche le immagini, giudicate “tanto violente in uno spot istituzionale e sulle reti Rai”.

Al posto di queste immagini, rifiutate anche in versione censurata, è stato invece promosso un messaggio a più voci che non è stato molto gradito dal pubblico. Anche noi abbiamo condiviso il video promosso, e ci siamo meravigliati che il ministro Trenta, nota per la competenza e la vicinanza al mondo militare, avesse proposto qualcosa del genere.

E infatti: “fonti vicine ai vertici delle forze armate ne descrivono l’irritazione,(del ministro) visto che hanno condiviso fin dall’inizio l’intenzione del ministro Trenta di presentare i militari così come sono, “anche se qualcuno, evidentemente, vorrebbe dipingerci come se lavorassimo per le Ong”.

VERGOGNOSO! E SE CI ASPETTIAMO CHE QUESTO GOVERNO DIA MEZZI E DIFESE ALLA POLIZIA PENITENZIARIA DELLA PRIMA LINEA, STIAMO FRESCHI!

DESIREE, 16 ANNI, STUPRATA E UCCISA DA UN BRANCO DI AFRICANI E ARABI.

Emergono dettagli choc sulla morte della 16enne di Cisterna di Latina trovata morta nello stabile abbandonato di via dei Lucani nel quartiere San Lorenzo di Roma.

.

Il suo corpo è stato trovato nella notte del 19 ottobre scorso in un cantiere abbandonato nel quartiere San Lorenzo a Roma. Casolare abitato da senzatetto e covo di pusher africani e magrebini, quelli che sbarcavano in nome dell’accoglienza.. Ma come è morta Desirée Mariottini? Inizialmente si pensava a una morte per overdose, ma nelle ultime ore stanno emergendo dettagli choc: Desirée ha subito una violenza di gruppo prima di morire per cause ancora da accertare.

Ma chi ha violentato barbaramente la povera 16enne? L’autopsia ha subito chiarito che la ragazza è stata vittima di un’aggressione a sfondo sessuale. Gli inquirenti, infatti, hanno perso almeno tre giorni a causa di una sbrigativa relazione del commissariato di zona che parlava di una donna di 25-30 anni morta per overdose e senza apparenti segni di violenza. Nella prima annotazione, poi, c’era scritto che Desirée era “vestita”, poi si è scoperto che qualcuno l’ha rivestita per sviare le indagini. Così caso chiuso. Ma la verità è un’altra e ha contorni macabri.

San Lorenzo, Roma. Il quartiere in mano agli spacciatori africani e arabi

C’è l’importante testimonianza di un senegalese che in commissariato ha raccontato di essere arrivato nel covo del branco quando la 16enne era già morta. “Sono arrivato lì a mezzanotte o mezzanotte e mezza e c’era una ragazza che urlava – ha spiegato -. Ho guardato quella che urlava e c’era un’altra ragazza a letto: le avevano messo una coperta fino alla testa ma si vedeva la testa. Non lo so se respirava, sembrava già morta, perché l’altra ragazza urlava e diceva che era morta. C’erano africani e arabi sei o sette persone. Anche un’altra ragazza era lì e parlava romano. Urlava che l’hanno violentata, poi lei ha anche preso qualche droga perché lì si vende la droga. È stata drogata perché aveva sedici anni. Da quello che diceva lei sono stati tre sicuramente o quattro”.

Desirée, quindi, è stata violentata. Da arabi e africani. Aveva assunto droghe (o più probabilmente gliele avevano fatte assumere) e poi è stata violentata. Con lei ci dovrebbero essere state altre due ragazze.

La ricostruzione del senegalese viene anche supportata dal racconto di altre persone identificate, tra cui le due ragazze che erano nel casolare e un altro cittadino nordafricano. Agli inquirenti è stato consegnato anche un telefono, forse proprio quello della vittima. Accanto al corpo di Desirée, che in passato è stata in cura con psicofarmaci, non c’erano siringhe o strumenti simili. Cosa è successo quindi? Quanto alle motivazioni che l’hanno spinta ad andare in quel rudere di spaccio, spunta anche la versione di una donna del quartiere, secondo la quale la ragazza sarebbe entrata per riprendere un tablet che le avevano rubato.

In tutta questa vicenda contorta, c’è il mistero della telefonata anonima al 118. Chi ha chiamato i soccorsi alle 3 di notte? Il personale dell’ambulanza allertato dall’anonimo, però, è rimasto bloccato all’esterno del cancello di ingresso, sbarrato da catena e lucchetti. Una chiamata a vuoto, quindi. Perché solo l’arrivo dei vigili del fuoco ha consentito di raggiungere il corpo ormai senza vita della ragazza.

Cosa è successo alla povera Desirée?

IL BALUBA DEL CONGO, UN IMMIGRATO CON LA PROPENSIONE A DELINQUERE.

Mondele Mambulu Matuka, 30 anni, nato in Congo, cresciuto in Italia, prima a Torino poi a Cesenatico, dilettante, categoria welter (69 chilogrammi), lavori saltuari, con spiccata propensione a cacciarsi nei guai, è stato condannato ieri a Pesaro ad 1 anno e 4 mesi di reclusione (ha patteggiato) per aver tenuto in ‘ostaggio’ due giorni fa il treno regionale Ancona-Piacenza delle 6 del mattino dopo l’aggressione ad una giovane controllore e a tre uomini delle forze dell’ordine.

Treno Ancona-Piacenza

E’ proprio il baluba Matuka detto Dalì l’unico responsabile di quel parapiglia, scoppiato quando il convoglio era in prossimità della stazione di Pesaro. Lui era salito a Senigallia, città dove è accusato di violenza su una donna, accusa che lui ritiene ingiusta affermando di aver avuto un rapporto consenziente tanto che il gip ha rigettato la richiesta di misura cautelare a suo carico. Dunque il baluba pugile congolese resta in libertà. Durante il processo a suo carico ne ha sparate di tutti i colori. “Quando ho visto arrivare tre uomini in borghese, non ho capito che erano delle forze dell’ordine – ha detto il congolese al giudice – ho pensato che fossero tre persone che non tolleravamo i neri, che mi consideravano feccia, che la vista del colore della mia pelle gli era insopportabile”. Ma dai, a chi la racconti? Ormai i baluba con questa accusa giustificano qualsiasi cosa. Peccato che siano bugie, gli italiani non sono razzisti, sono semplicemente stanchi della violenza di questi “accolti” che parlano a vanvera ben fiancheggiati da certa politica. “C’era la mia vita in gioco – ha detto il congolese – ho reagito in quella maniera sbagliata. Mi ricordo bene che per mezzora non ero in me. Non riuscivo a calmarmi, ero troppo stanco e nello stesso tempo agitato.

Chiedo umilmente scusa alle persone che hanno avuto pugni o spinte o schiaffi da me ma non me ne sono reso conto subito”. Ragazzi, questo spara cazzate a raffica. Intanto i tre agenti in borghese si sono subito qualificati e l’aggressione della giovane operatrice di Trenitalia come si giustifica? Eppure il giudice “buono” lo ha lasciato andare. La verità è che sul treno regionale veloce Ancona – Piacenza quella mattina molte persone hanno vissuto momenti di terrore. A fare le spese della furia del congolese di trent’anni sono stati il capotreno donna e tre appartenenti alle forze di polizia che viaggiavano sul treno per conto proprio e sono prontamente intervenuti per bloccarlo. Il fatto che nonostante la convalida dell’arresto l’autore dell’aggressione non trascorra un solo giorno in carcere, purtroppo non fa altro che aumentare la convinzione che chi commette dei reati anche con condotte così violente goda di una quasi totale impunità. Servono immediati interventi legislativi che diano un vero e reale valore alla parola giustizia.

NASCONDONO LO SMARTWATCH IN CELLA, MA I COLLEGHI LO TROVANO.

Il carcere di Valle Armea (Sanremo)

Carcere di Sanremo, sempre gli stessi problemi. Cella “abitata” da diversamente liberi romeni, delizioso optional per contatti con l’esterno, naturalmente illecito, dato che sono proibiti nelle sezioni detentive. Uno smartwatch all’ultimo grido, che un detenuto italiano faceva girare tra i galeotti, individuato dai nostri che ormai hanno occhi e orecchie più aperti che mai.

Ora il possessore dell’oggettino verrà punito severamente? Mah, ragazzi siamo in Italia, che vi aspettate?

RAPPORTI BILATERALI TRA ITALIA E MAROCCO NEL SETTORE DELLA GIUSTIZIA?

L’interrogativo, quando si tratta di Bonafede è d’obbligo. Stavolta il sorridente ha fatto la cosa giusta, almeno come approccio. Poi gli effetti si vedranno, semmai si vedranno. Ha incontrato in via Arenula il suo omologo del Marocco Mohamed Aujjar. Per ora soltanto un’occasione per uno scambio di riflessioni e proposte su come rendere ancor più efficace la cooperazione giudiziaria tra l’Italia e i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, a partire proprio dal Marocco, condividendo in particolar modo il cruciale impegno per il contrasto al radicalismo violento e all’estremismo, per la gestione ordinata (ordinata? Non devono proprio esserci flussi, e questo dimostra il buonismo del sorridente) dei flussi migratori e per la lotta al terrorismo e al traffico di droga e di esseri umani.

Il ministro Bonafede, introducendo i temi della discussione, ha manifestato apprezzamento per la riforma costituzionale realizzata in Marocco, “che ha sancito la piena separazione dei poteri e ha permesso alla giustizia di diventare un potere indipendente e autonomo rispetto alla politica e agli altri poteri, facilitando ulteriormente i rapporti bilaterali e rafforzando il ruolo strategico del Marocco.” Altri due temi al centro del dialogo sono stati la collaborazione per il trasferimento dei detenuti marocchini presenti nelle strutture carcerarie italiane e la gestione dei casi dei minori sottratti. Per entrambe le questioni, il ministro Aujjar ha assicurato “massima disponibilità a lavorare insieme in modo da trovare le soluzioni più adatte e condivise”. Dunque ancora siamo nel terreno della propaganda e del bla bla istituzionale.

Le due delegazioni hanno, a questo proposito, rinnovato l’intenzione di convocare un tavolo tecnico entro la fine dell’anno in modo da superare le disomogeneità tra gli ordinamenti, rendendo così più efficiente la cooperazione. Il ministro Bonafede ha anche annunciato l’individuazione e la nomina del magistrato di collegamento a Rabat, “figura che faciliterà lo scambio di informazioni e consentirà una conclusione più rapida delle varie procedure.” Un cammino tutto in salita, il cui esito non è affatto scontato.

Un carcere del Marocco

Bonafede e Aujjar hanno, inoltre, convenuto sull’importanza di investire sull’amministrazione penitenziaria, anche attraverso il progetto di gemellaggio amministrativo con le autorità marocchine, per “potenziare il monitoraggio dei rischi di radicalizzazione in carcere, ampliando anche i progetti di rieducazione dei detenuti basati sul lavoro e la cultura che entrambi i Paesi stanno già portando avanti.”

In conclusione dell’incontro, il ministro Aujjar ha invitato il ministro Bonafede ad una visita in Marocco così da “potersi rendere conto direttamente degli sforzi che il Marocco sta compiendo per consolidare lo Stato democratico di diritto e fungere così da modello virtuoso per tanti altri Paesi africani.”

L’ISPETTORE UCCISO DA UN COLLEGA A TORINO NEL 2013. LO STATO DOVRÀ RISARCIRE I FAMILIARI

Costretti a lavorare in un ambiente intossicato da veleni e rancori professionali. Per molti anni gli agenti della polizia penitenziaria del carcere Lorusso e Cutugno sono stati costretti a lavorare in una situazione di grave malessere, spesso sottoposti a provvedimenti disciplinari ingiustificati, vittima talvolta anche dei detenuti, utilizzati per colpirli.

In questo clima di malessere, colposamente sottovalutato «da chi aveva il potere e dovere di intervenire per assicurare un ambiente lavorativo il più possibile sereno», è germogliata la collera omicida dell’assistente capo Giuseppe Capitano nei confronti dell’ispettore capo Giampaolo Melis. La mattina del 17 dicembre 2013, Capitano sparò due colpi di pistola al collega e poi si suicidò. Per questa tragedia il ministero della Giustizia dovrà risarcire complessivamente circa un milione di euro alla moglie, al figlio e ai familiari dell’ispettore Melis.

STAZIONE DI VENTIMIGLIA. UN COLLEGA DELLA POLIZIA DI STATO ALLONTANA UN IMMIGRATO DALLA STAZIONE. IL BALUBA LO AVEVA MINACCIATO E SI RIFIUTAVA DI USCIRE DALLA STAZIONE.

E al baluba è andata bene. Negli USA – tanto per fare un esempio – lo avrebbero arrestato. In Italia invece al massimo ti puoi incazzare, come bene ha fatto il collega della Polfer. Non possiamo che complimentarci con il collega che ha fatto egregiamente il proprio dovere, con quel minimo di discrezionalità che gli offre la legge.

CITTADINO AGGREDITO DA TRE ZINGARI DI ETNIA ROM NEL SOTTOPASSAGGIO DI UNA STAZIONE FERROVIARIA

Aggredito da tre bastardi, due uomini e una donna, tre ROM. All’interno di un sottopassaggio, in pieno giorno. Uno degli uomini lo ha immobilizzato sbattendolo al muro, mentre il secondo gli avrebbe puntato al collo la lama di un coltello estratto dalla tasca dei pantaloni, intimandogli poi di consegnare denaro e preziosi che aveva indosso. Nel frattempo la donna si stava occupando di sottrargli la fede, un orecchino ed un borsello, tentativo non riuscito a causa della decisa reazione della vittima.

Temendo però per la sua incolumità, alla fine l’uomo avrebbe consegnato del denaro ai suoi tre aggressori, con la promessa di esser lasciato in pace. Impossessatisi dei soldi, all’incirca 60 euro, i tre rom si sono allontanati di corsa dal sottopassaggio, permettendo così all’aggredito di contattare la polizia ferroviaria.

Gli agenti, dopo aver ascoltato la testimonianza dell’uomo e la descrizione fisica dei rapinatori, si sono messi immediatamente sulle loro tracce. La donna, riconosciuta anche dalla vittima, è stata individuata sulla banchina del binario da cui sarebbe dovuto partire un treno diretto a Foggia.

Condotta negli uffici della Polfer, la donna è stata infine identificata. Si tratta di una rumena di 35 anni, residente in uno dei tanti campi rom presenti nell’agro di Foggia, già condannata per reati contro la persona ed il patrimonio. Addosso la rapinatrice aveva 22 euro ed uno smartphone, subito sottoposti a sequestro dagli agenti.

Dopo le operazioni preliminari, la rumena è stata arrestata con l’accusa di rapina aggravata, in concorso con altri due individui ancora da identificare. Mentre proseguono le indagini da parte della Polfer di Barletta alla ricerca dei complici, per la 35enne si sono aperte le porte della casa circondariale di Trani.

SICUREZZA NELLE CITTÀ. UN BALUBA DEL GHANA AGGREDISCE I CONTROLLORI DELL’AZIENDA DEI TRASPORTI.

Roma, metropolitana. Ha tentato di entrare senza biglietto, e una volta scoperto dal controllore dell’Atac, il 19enne ghanese, lo ha preso a calci e pugni. Non contento, il giovane ha aggredito anche una guardia giurata intervenuta per bloccarlo, alla quale il malintenzionato ha tentato di sottrarre la pistola. È accaduto nella mattinata di domenica 14 ottobre, davanti ai tornelli della metro nella stazione Termini. Sul posto sono poi intervenuti i carabinieri della compagnia Roma Centro, che hanno proceduto all’arresto del ghanese per violenza e resistenza a incaricato di pubblico servizio. Il giovane era senza fissa dimora e alle spalle aveva diversi precedenti.