PARLA UNO DEI TRE COLLEGHI CHE FURONO IMPUTATI E POI ASSOLTI NEL PROCESSO PER LA MORTE DI STEFANO CUCCHI.




“Io mi sono trovato da innocente in una cupola, in una rete senza via di uscita che è stata architettata nei nostri confronti. Io non riesco ancora a capire come sia stato possibile”. Si è sfogato così Nicola Minichini uno dei tre agenti della Polizia Penitenziaria imputati e poi assolti nel primo processo per la morte di Stefano Cucchi. Minichini, nei cui confronti le accuse sono cadute in tutti e tre i gradi di giudizio e “per non aver commesso il fatto”, parla in Corte di Assise nell’ambito del processo bis per la morte del giovane geometra arrestato per spaccio. Minichini ha ripercorso i dieci anni in cui per l’opinione pubblica lui e i suoi due colleghi della Polizia Penitenziaria sono stati “considerati” gli assassini di Stefano.
Davanti ai giudici si lascia andare: “Ad un mio collega, abbiamo tolto la pistola dalle mani, stava per compiere un insano gesto. Arrivare a vivere una cosa del genere per noi ha significato sprofondare nell’inferno più totale, non lo auguro a nessuno. Per settimane non sono potuto rientrare a casa perché avevamo i giornalisti sotto casa, a caccia di mostri. Sono stato rincorso da persone che guardando erroneamente le foto dell’autopsia mi chiedevano: come avete fatto a tagliarlo dalla gola allo stomaco?”. Minichini è ancora nel corpo di Polizia Penitenziaria, ma da anni è stato trasferito. Parla in aula, mostra la foto di Stefano. Rispetto al giorno in cui Cucchi venne processato, Minichini spiega: “Lo vidi che camminava da solo, ma a fatica. Aveva dei lividi sul volto. Si siedeva a fatica e su un fianco. Rifiutó di spogliarsi davanti al medico e chiese una pillola perchè aveva mal di testa, alla schiena e al fianco. ‘Come ti sei fatto questi segni?’ gli chiese il medico. E lui: ‘Sono caduto ieri sera dalle scale’. Il 22 ottobre – riferisce ancora Minichini – arrivó la comunicazione che Stefano era morto presso il reparto detentivo del Pertini”.
E poi “il 30 ottobre riferii al pm, il dottor Barba. Fu sconvolgente. Quando il pm interrogandomi parló di calci e pugni, io non capii. Avevo visto dei lividi sul volto di Stefano Cucchi ma non ne conoscevo la natura”. Poi il vero inizio dell’incubo per Minichini: “Il 14 novembre arrivó l’avviso di garanzia, ma già dal giorno precedente il mio nome compariva in tutte le televisioni. Sul documento c’era scritto: ‘con calci e pugni dopo averlo fatto cadere in terra ne cagionavano la morte’. Da quel momento la mia vita e quella della mia famiglia è cambiata per sempre”.







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