CARTOLINA DAL BRASILE

CHI NON SI ALZA PER ACCENDERE LA LUCE NON PUÒ LAMENTARSI DELL’OSCURITÀ!

INVECE A NOI IN ITALIA LA LUCE L’HANNO SPENTA DA UN PEZZO E DELLA LUCE NEANCHE LA PIÙ FLEBILE TRACCIA

DA QUALCHE PARTE IN EUROPA SI SPARANO CAZZATE ANCHE PEGGIO CHE IN ITALIA

E’ il caso dei penitenziari del Galles e più esattamente di una roboante e geniale idea di tale Arfon Jones, commissario di polizia del Galles del Nord. Cosa: somministrare cannabis ai detenuti per frenare le violenze in carcere. A darne notizia è il Guardian. Mentre l’idea al commissario l’ha stimolata un dossier del Global Drug Policy Observatory della Swansea University, secondo cui almeno il 13% degli uomini e delle donne in cella hanno sviluppato una dipendenza dalle sostanze stupefacenti. A ciò si aggiunge il fatto che comunque più della metà dei carcerati riesce a procurarsi droga, nel Galles soprattutto la Spice, una sostanza sintetica con effetti ben più devastanti rispetto alla cannabis. Da quando questa droga si è diffusa nelle prigioni gallesi sono aumentati di molto gli episodi di violenza, per questo Jones ha fatto la sua proposta per “affrontare” le cause del disagio nelle carceri. “Quantità limitate e controllate di cannabis” per ridurre gli episodi violenti e anche la Spice, a causa della quale un 22enne è morto di overdose in carcere. “Prendono antidolorifici e morfina, perché negare la cannabis che è molto meno pericolosa? Forniamola in condizioni controllati e osserviamo gli effetti, potremmo ridurre i reati”, afferma Arfon Jones. Porca miseria. Ora speriamo che dalle nostre parti nessuno voglia copiare la genialata (tuttavia per ora sulla carta) del nostro collega gallese. Non vorremmo mai che il concetto di droghe di Stato entrasse anche nelle nostre carceri. E se poi la volessero estendere anche a noi?

Carcere di Cardiff

A.A.A. CERCASI GIUSTIZIA PIÙ VELOCE….21 CONDANNE PER UNA RISSA IN CARCERE DEL 2014

Ma ci pensate? Questi animali detenuti allora nel penitenziario di Lecce, scatenarono una violenta rissa per motivi calcistici, gettando nel panico un’intera sezione del penitenziario di Borgo San Nicola. Tanto per capirci, furono legnate. Leccesi e baresi per la storica rivalità calcistica che divide le due città. E i ben 21 detenuti sono stati condannati con pene che oscillano tra 1 anno e 4 mesi e 1 anno di reclusione con l’accusa di rissa aggravata.

La condanna è arrivata dopo ben sette anni dai fatti, a dimostrazione che nel sistema giustizia c’è qualcosa che non va. Il tribunale di Lecce oggi indossa la maglia rosa nel torneo dei peggiori tribunali d’Italia. Procedimenti e udienze a rilento, capacità di smaltire gli arretrati al ribasso. E la performance del Tribunale di Lecce va giù nel settore Penale: peggio degli anni scorsi, peggio soprattutto di Brindisi e di Taranto. Il verdetto (in questo caso negativo) è tutto in un indicatore: il clearance rate, un numero che è il prodotto della valutazione comparata di una serie di parametri. Per la precisione, il rapporto tra procedimenti iscritti e procedimenti definitivi in un determinato periodo. E che altro non è che il voto dato dal Ministero della Giustizia alla prestazione in tema di smaltimento degli arretrati. La lentezza della giustizia italiana ha raggiunto livelli insostenibili. Le ultime statistiche parlano di quasi otto milioni e mezzo di cause pendenti, tra cui 3,2 milioni di liti penali e circa cinque di procedimenti civili, molte delle quali rischiano di cadere in prescrizione. Ciò significa che in Italia almeno un cittadino su dodici ha una causa civile aperta. Il problema è che il nostro è un sistema vecchio, frenato dalle lungaggini dei processi, ostacolato da leggi e cavilli inutili che ne impediscono il corso. A ciò si aggiunge il fatto che le Procure sono ingolfate da migliaia di fascicoli aperti per reati minori. Piccoli casi di diffamazione, ingiuria, miseri furti al supermercato, che finiscono per aumentare il lavoro e distoglierlo dalle cause davvero importanti. Queste mancanze hanno creato vere e proprie macchie nel sistema giudiziario italiano. Una vergogna. La lentezza della giustizia fa comodo a tanti. È da decenni che i governi sostengono che le regole vanno cambiate e che urge una nuova riforma giudiziaria, ma nessuno la fa e si continua a temporeggiare. In questo modo molti esponenti della classe dirigente e della leadership economica possono agire quasi indisturbati nei loro reati, senza la certezza di una giustizia giusta. Fa comodo agli avvocati, che in Italia hanno raggiunto un numero esagerato rispetto agli altri paesi Europei, per i quali i tempi interminabili delle cause sono fonte di arricchimento. Infine, fa in un certo senso comodo anche a molti comuni cittadini, che si sentono in qualche modo impuniti, in ‘salvo’, se casomai dovessero trovarsi a commettere qualche reato. Molti non si rendono conto che il malfunzionamento della giustizia è un gravissimo danno per tutti, nessuno escluso, che bisogna assolutamente risolvere.

UN ALTRO NOSTRO COLLEGA MUORE A CAUSA DELLA PANDEMIA

Si chiamava Angelo De Pari, aveva 56 anni ed era assistente capo. Prestava servizio nel non facile penitenziario di Carinola, come l’altro collega morto prima di lui, l’ispettore Giuseppe Matano.

È il terzo collega a perdere la vita dopo aver contratto il Coronavirus nel penitenziario casertano. Da qualche settimana il carcere è interessato da un focolaio che ha colpito in totale 27 colleghi.

NEWS DALLA POLIZIA DELLA FEDERAZIONE RUSSA

Un poliziotto è rimasto ferito in una sparatoria a Makhachkala. L’agente di pattuglia è stato ferito alla spalla. Ma è riuscito a ferire l’aggressore con un fuoco di risposta. Il ministero dell’Interno ha riferito che la sparatoria è avvenuta dopo che gli agenti di polizia si sono avvicinati a due uomini per controllare i documenti. Uno degli uomini ha estratto un’arma e ha aperto il fuoco sulla polizia. Il secondo ha cercato di scappare, ma è stato arrestato.

Invece, qualche ora fa, due agenti hanno fermato e portato in commissariato un soggetto che infastidiva i passanti. Dopo i controlli di routine, l’uomo è stato sanzionato e rilasciato.

I FAMILIARI DEL COLLEGA GIUSEPPE MATANO UCCISO DAL COVID CONTRATTO IN SERVIZIO. LE LORO PAROLE PIENE DI AMAREZZA, RABBIA, SDEGNO. LE ACCUSE AD UNO STATO CHE TUTELA SOLO IDETENUTI, DIMENTICANDOSI DEL DURO LAVORO DI CHI LI DEVE SORVEGLIARE NELLE SEZIONI

Salve a tutti! Sono il figlio del Sostituto Commissario Matano faceva servizio al carcere di Carinola per troppo tempo la Polizia Penitenziaria è stata abbandonata dallo stato Italiano è arrivato il momento di dire Basta chiedo soltanto una cosa Giustizia Per papà 🙏🥺❤️ #giustiziaperPino

Mi chiamo Barbara e da oggi sul mio stato civile troverò sempre la dicitura “vedova”. Sono vedova di Pino, mio marito, per lo stato Giuseppe Matano, ucciso dal Covid-19 contratto sul posto di lavoro. Mio marito era un ispettore di polizia penitenziaria in servizio presso la Casa Circondariale di Carinola. Ha compiuto 50 anni il 23 febbraio scorso, intubato in un letto di ospedale al centro Covid di Maddaloni, in provincia di Caserta, solo, senza neanche ricevere una telefonata di auguri da me o dai nostri figli. Perché Pino, dopo essersi recato a lavorare per lo Stato, si è ammalato di Coronavirus ed è morto in pochi giorni. Mio marito non c’è più. Ma io voglio raccontare a tutti quello che è successo, voglio che tutti sappiano il dramma assurdo che ha colpito la mia famiglia, che ha ucciso Pino e che, si badi bene, non è una casualità. Mio marito da quando è iniziata la pandemia non ha mai fatto tamponi nell’istituto penitenziario presso cui lavora. Non ha mai ricevuto adeguate protezioni dal contagio sul posto di lavoro. Non è stato mai tutelato. LO STATO LO HA FATTO MORIRE. Non ho studiato, ho la terza media… ma nella mia semplicità sono andata a vedere le normative che sono state emanate per regolamentare la protezione dal contagio del personale dell’Amministrazione Penitenziaria. Leggo, leggo e leggo…e trovo solo normative, protocolli, regolamenti a tutela e salvaguardia dei detenuti. Leggo un Documento redatto dalla Conferenza delle Regioni il 6 agosto 2020 intitolato “Gestione Covid – 19 all’interno degli istituti penitenziari: linee di indirizzo”; non trovo nulla sui dipendenti della Polizia Penitenziaria. Ogni paragrafo fa riferimento ai detenuti, alle condizioni di sovraffollamento, alla fatiscenza dei locali, alle scadenti condizioni che rendono difficoltosa una adeguata disponibilità di spazi per la gestione degli isolamenti. Leggo la parte dedicata allo “scopo” del documento: parla di fornire linee di indirizzo a beneficio della popolazione detenuta. Leggo le linee di indirizzo nello specifico: non parla che di detenuti. In tutto il documento non leggo un passaggio a chi invece i detenuti li deve gestire 24 ore al giorno, in condizioni di pericolosità, di degrado, condizioni che solo chi lavora nel carcere può conoscere. Non leggo una riga che regolamenti le tutele da fornire a chi lavora nel carcere, a chi garantisce che i delinquenti (perché di questo stiamo parlando) non organizzino rivolte, non si ammazzino, da soli o tra loro, non commettano reati, non costituiscano pericolo per la comunità che, tranquilla, vive al di fuori delle mura del carcere stesso. Il Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute il 7 aprile ha pubblicato un bollettino. Anche qui solo parole per i detenuti. Leggo altri articoli… si parla solo di detenuti. E del personale della Polizia Penitenziaria chi ne parla??? Chi mi spiega come mai nel carcere di Carinola, dove mio marito lavorava, il 6 febbraio 2021 sono risultati positivi contemporaneamente 17 tra agenti e ispettori di Polizia Penitenziaria (di cui uno deceduto 2 giorni dopo, seguito oggi da mio marito), un infermiere ed un operatore sanitario, mentre le centinaia di detenuti sono risultati (a seguito di tamponi effettuati a tappeto) tutti negativi? Come mai l’Amministrazione Penitenziaria si è precipitata a sottoporre a tampone molecolare l’intera popolazione di detenuti del carcere dopo la scoperta di questo cluster tra agenti? Ripeto, sono una persona semplice… Ma è evidente che mentre lo Stato si adopera per tutelare i detenuti, non si adopera per tutelare i servitori dello Stato che lavorano nelle carceri e le loro famiglie. I detenuti… per legge la pena detentiva è finalizzata anche alla riabilitazione del condannato…ma non dimentichiamo che la tutela della loro salute non può costituire per lo Stato priorità rispetto alla tutela di chi lavora nelle carceri, di chi subisce spesso i soprusi dei detenuti, gli sputi, gli insulti, le minacce… di chi, per uno stipendio da fame, lavora affinchè queste persone, dalla accertata pericolosità sociale, non evadano per commettere altri crimini e non ne commettano in carcere a danno di altri. Adesso lo Stato, quello Stato che tanto si è adoperato e si adopera per garantire dignità ai detenuti dovrà rispondermi. Quali tutele sono state approntate per mio marito? Quali sistemi di protezione non sono stati adeguatamente attuati? Cosa ha fatto per evitare che questo accadesse? E per colpa di chi o cosa mio marito è morto di un virus contratto sul posto di lavoro? Io ed i miei figli, Luca e Federica, vogliamo, pretendiamo delle risposte! E lo Stato ce le deve dare. Non potrò salutare mio marito nel suo ultimo viaggio…il suo contagio è stato anche il nostro, di tutta la famiglia. Ma non avrò pace finchè lo Stato non risponderà alle mie domande e, se come immagino, le risposte non saranno soddisfacenti, non mi fermerò e chiederò giustizia per l’omicidio (perché questo sarebbe) di mio marito. Barbara Greco

MEMBRO DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA INTERROGA IL NEO GUARDASIGILLI SULLE SOLUZIONI PER CONTRASTARE GLI INGRESSI DI DROGA E TELEFONI IN CARCERE

Come Storie va segnalando da tempo, il reato che prevede da 1 a 4 anni di carcere nei confronti di chi riceve e di chi introduce telefoni nel penitenziario, è largamente ignorata dai soggetti che abitano le celle dei nostri bestiari. Ecco che ora se ne accorge anche la politica, che scrive al ministro Cartabia (a dire il vero lo abbiamo fatto anche noi). Vi lasciamo all’articolo curato da Antimafia 2000.

“L’illecita introduzione della droga e di cellulari destinati ai detenuti è un fenomeno, purtroppo, largamente diffuso nelle carceri italiane e non pare attenuarsi nonostante la previsione di reato di recente introduzione che punisce, con pene severe che vanno da 1 a 4 anni, l’accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti”. A scriverlo è l’on. Stefania Ascari, membro della Commissione Parlamentare Antimafia, in una interrogazione parlamentare a risposta scritta rivolta al neo Ministro della Giustizia Marta Cartabia. Episodi di questo genere, sottolinea la parlamentare, “se da un lato confermano il grado di maturità raggiunto e le elevate doti professionali del Personale di Polizia Penitenziaria in servizio nelle carceri italiane nel sapere garantire ed assicurare la legalità intercettando tali attività illecite, dall’altro ci impongono, oggi più che mai, una seria riflessione sulle gravi criticità e carenze strutturali e di risorse umani e materiali tuttora sussistenti negli istituti penitenziari”. “Considerato che – osserva Stefania Ascari – da anni, ormai, i colloqui settimanali e la consegna dei pacchi sono diventati “momenti” delicati per le forze dell’ordine, laddove gli agenti si trovano a contrastare l’introduzione di oggetti vietati nei penitenziari; occorre un bilanciamento tra le necessità di sicurezza e il bisogno di trattamento dei detenuti visto le conseguenze negative derivanti dall’introduzione di droga e di telefoni cellulari in un carcere”. Alla luce di tutto ciò secondo la parlamentare “urgono delle soluzioni per dotare tutti gli istituti penitenziari di risorse umane e materiali (tra quest’ultime ad esempio la schermatura delle Sezioni detentive e degli spazi nei quali sono presenti detenuti all’uso dei telefoni cellulari e degli smartphone) per evitare che tali episodi di illegalità si verifichino nuovamente e con tale frequenza, al fine di garantire la sicurezza e la legalità nelle carcer”. “Se il Ministro interrogato, nell’ambito della propria competenza, – chiede Ascari – sia a conoscenza dei fatti sopra esposti, e quali misure ritenga opportuno adottare, anche in accordo con altre istituzioni competenti, per risolvere il problema dell’illecita introduzione della droga e di cellulari destinati ai detenuti al fine di garantire la sicurezza e la legalità nelle carceri”.

LA POLIZIA PENITENZIARIA OGGI, TRA REALTÀ, INGANNO E MANIPOLAZIONI

La condizione attuale che vivono gli Uomini e le Donne del Corpo di Polizia Penitenziaria oggi, è di intorpidimento mentale, di sonno; appare addormentato, ipnotizzato e confuso. Non sa più chi sia, non sa più perché agisca, è una specie di macchina, un automa a cui tutto “succede”… ma nel peggio, nel male, nonostante…… è al servizio dello Stato. Non ha il minimo controllo sui propri pensieri manipolati dai Civili dirigenti incapaci di fare scelte di “Polizia”; sulle proprie emozioni condizionate costantemente da una promiscuità di servizio dove il male è ormai diventato la vittima da tutelare a prescindere, ed il bene è diventato la vittima da sacrificare a prescindere; sulla propria immaginazione confusa da sindacalisti incapaci ed opportunisti.

Crede di amare il proprio lavoro, di desiderare una giustizia giusta, di odiare gli inciuci e le ingiustizie, ma in fondo stenta a conoscere le vere motivazioni di questi impulsi, di questi alti e bassi che scandiscono il vivere di ogni giorno e che compaiono e scompaiono come meteore. Per marcare ed imporre la sua identità in un sistema penitenziario avariato, sovente esclama “io sono”, “io faccio”, “io voglio”, credendo di appartenere davvero a quel Glorioso ed unitario Corpo di irriducibili, mentre nella realtà è frammentato in una moltitudine di stanze dirigenziali occupate da gente senza arte e parte e che, però, di volta in volta dominano, indicano e scelgono.

Ci si illude di avere coscienza di sé, ma non può svegliarsi da sé, può soltanto sognare di svegliarsi; pensa di poter governare la propria attività di servizio, ma non è altro che una marionetta diretta da forze che non ignora ma con le quali convive. La realtà di oggi è il trascorre l’intera esistenza lavorativa nel sonno e morire nel sonno, passando tutto il tempo in un mondo di Civili, raccomandati, incapaci e di sindacalisti incalliti da cui non si può sfuggire. Non è più in grado di distinguere il reale dall’immaginario; spreca le proprie energie a inseguire cose superflue e solo qualche volta si rende conto che non è soddisfatto… mentre il sistema penitenziario sfugge dalle mani del Corpo e annaspa tra detenuti, civili, garanti, associazioni pro detenuti, politica deviata e sindacati di comodo.

MENTRE ATTENDIAMO LE POSSIBILI DECISIONI E STRATEGIE SUL CARCERE DELLA GUARDASIGILLI CARTABIA, SI PASSA DI AGGRESSIONE IN AGGRESSIONE

Cercando di sopravvivere in prima linea, come abbiamo detto un’infinità di volte, una trincea già sprofondata nella perdita di memoria, nel sangue delle ferite dei colleghi aggrediti, ancora oggi il crollo del muro della sicurezza che dovrebbe separare agenti e detenuti, dando ai primi una rinnovata tutela attraverso strumenti efficaci, ai secondi punizioni esemplari, vertici Dap e politica si limitano a circoscrivere onomatopeicamente, ovvero suonata male, la questione aggressioni e sicurezza del personale. Dunque appurato che la stamina politica ed etica di chi governa il sistema carcere sia ancora e forse di più di basso profilo, all’Ucciardone di Palermo due nostri colleghi in servizio nella nona sezione sono rimasti feriti e quindi inviati al pronto soccorso.

All’ombra di un volutamente imperfetto sistema di gestione delle carceri, si svolge senza sosta e di più, una partita giocata dai garantisti che dura in forme sempre più cenciose. La massa dei detenuti, la difficoltà di mantenere la sicurezza, gli inefficaci meccanismi procedurali nei tempi e nei modi di cui discutiamo ancora oggi (protocolli, strumenti, libertà di agire senza incappare nel reato di tortura, ecc.), in una parola il rapporto infermo tra polizia penitenziaria e politica, polizia penitenziaria e amministrazione dei civili, sulle rovine di un Corpo dilaniato dalla marginalizzazione e l’impossibilità di avere un proprio “governo” al comando. Restando in Sicilia, ma più a nord nel messinese, il nostro bollettino di guerra ora proviene dalla circondariale di Barcellona P.G., all’interno della quale si segnala una duplice aggressione avvenuta nel famigerato ottavo reparto, e conseguente invio al pronto soccorso dei due colleghi feriti. Con Palermo siamo a quota quattro. Porca puttana. Nel frattempo la prostituzione strisciante di Dap e politica (e vedremo come si muoverà l’attuale guardasigilli), strangola la polizia penitenziaria e la relega a parafulmine consapevole del nulla che anima i meccanismi perversi del sistema carcere. Per evitare che vada perduta del tutto l’ipotesi di un reale cambiamento dobbiamo pensare alle strategie di reazione per combattere, ora che siamo mosci come dopo un’erezione senza sbocchi.

Dalla Sicilia al nord, Piemonte, carcere di Ivrea: reparto detentivo, primo piano della Casa Circondariale. Un collega è stato aggredito da un detenuto di origini tunisine. Ci chiediamo quale sia la dimensione morale di una classe dirigente che evita di sorreggere il peso dei reparti detentivi, insieme alle donne e agli uomini del Corpo? E’ una buona domanda, e rimanda alla differenza tra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati. E’ questa, a nostro avviso, la cifra del baratro in cui siamo precipitati. Come detto, precipitati non senza segnali di tutti i tipi, occasioni mancate di rigenerazione, sempre stoppate a piedi uniti, lasciando che la ristrutturazione dei penitenziari fossero ad usum solo del branco animale rinchiuso tra le sbarre (“tra” è meglio di “dietro”, almeno oggi), con la complicità pericolosa di Garante, radicali e associazionismo di guerra al poliziotto penitenziario. Dunque un carcere senza più chiusure (neanche per l’alta sicurezza), pensato ad immagine e somiglianza del detenuto, calibrato soltanto sui bisogni dei condannati, dunque un carcere amorale niente più. Ultimo step di questo girone infernale, il penitenziario di Biella: un collega di servizio al padiglione Oropa, è stato aggredito da un detenuto di nazionalità nigeriana con un pugno in pieno volto. Lo stesso animale si era reso responsabile mesi fa di un’altra aggressione nei confronti di un altro collega. Nessuna traccia positiva dai programmi della solita amministrazione spenta, che non programma soluzioni per la polizia penitenziaria (intendiamo il quotidiano nelle sezioni), dunque un orgasmo mai raggiunto, una moralizzazione appena intravista e subito trasformata in una sorta di franchigia dalla moralità, una moralità resa imponderabile, senza alcun peso, vuota di senso, un guscio di amoralità senza polpa.