DELINQUENTI E SICUREZZA. PRESO IL BRANCO DI RAPINATORI DEI TRENI REGIONALI IN LOMBARDIA

di Valentina Dardari (il Giornale.it)

Dopo mesi di terrore è stato finalmente preso il branco che aveva messo a segno ben 17 colpi sul treno Lodi-Saronno delle 18.23. I componenti del gruppo, sei ragazzi sui 20 anni, prima sceglievano la loro vittima, solitamente coetanea, e una volta circondata la aggredivano e derubavano portandole via telefoni e tablet. Con viaggiatori più adulti il branco preferiva ricorrere allo scippo nudo e crudo. Almeno sei i mesi di aggressioni e furti, dallo scorso giugno a dicembre.

Preso il branco del treno

Come riportato dal Corriere, inizialmente erano stati presi di mira gli autobus dei pendolari della Paullese, in seguito la banda aveva preferito indirizzarsi sui treni della suburbana. Il gruppetto era solito ritrovarsi alla stazione ferroviaria di Lodi quasi ogni sera puntualmente alle 18. A volte “lavoravano” sui treni, altre nelle stazioni del Lodigiano e Sudmilano fino alla città. Le vittime predestinate erano i viaggiatori solitari, poco importava che fossero pendolari oppure studenti. Diciassette le rapine messe a segno, delle quali alcune con estorsione. Sulle loro tracce la squadra mobile di Lodi e i carabinieri della compagnia di San Donato Milanese che hanno lavorato unendo le forze. I furti potrebbero essere però molti di più, qualcuno potrebbe infatti aver preferito non recarsi alle forze dell’ordine a denunciare quanto subito per paura di ripercussioni. Lo scorso anno i carabinieri di Paullo erano riusciti a individuare tre dei ragazzi che avevano rapinato alcuni studenti a bordo dei bus della Paullese. Questi, una volta presi e denunciati avevano deciso di cambiare strategia e dopo essersi uniti ad altri coetanei avevano iniziato a interessarsi ai treni.

La scelta delle vittime

Il piano scattava alla chiusura delle porte: esattamente alle 18.23. Da quel momento la banda di delinquenti iniziava ad andare avanti e indietro per i vagoni scegliendo la vittima. Il poveretto veniva quindi circondato e con la forza costretto a consegnare al branco i soldi, il telefono e il tablet. Spesso il malcapitato veniva anche minacciato, in qualche caso pure schiaffeggiato o spinto, e seguito dal gruppo per qualche minuto, giusto per fargli ancora più paura. Forti del fatto che ragazzi come loro, magari per paura o vergogna, non sarebbero andati a denunciare quanto avvenuto sul treno. Questo era quanto poteva accadere a una vittima loro coetanea. Discorso diverso invece se si trattava di un adulto. In quel caso i sei ricorrevano allo scippo strappando borse, computer o altro. Pochi i contanti che il gruppetto riusciva a estorcere, solitamente non più di 20 o 50 euro. Difficile infatti trovare un pendolare o uno studente che si muove con parecchi soldi.

Sei giovani in manette

A un certo punto i militari e la polizia si sono accorti di cercare gli stessi malviventi e hanno quindi deciso di aiutarsi a vicenda e seguire una sola indagine in carico alla procura di Lodi. Circa sei i mesi in cui sono avvenuti furti e aggressioni, iniziati verosimilmente verso giugno dello scorso anno, a fine lockdown, quando i treni e i pullman avevano ricominciato ad avere qualche passeggero in più, fino a dicembre del 2020. Una volta che sono stati raccolti abbastanza elementi ed è stata chiusa l’indagine, il gip del Tribunale di Lodi ha firmato l’arresto dei sei ladruncoli più o meno ventenni. Tra le prove in mano agli inquirenti anche dei video ripresi dalle telecamere di sicurezza presenti nelle stazioni del Lodigiano e del Sudmilano. In manette sono finiti tre ventenni, un 21enne, un 19enne e un 25enne. Tre sono italiani e tre sono invece stranieri ma residenti in Italia da anni. Cinque di loro sono del Lodigiano e uno solo di Pieve Emanuele. Tutti sembra abbiano precedenti penali e siano senza lavoro, ovviamnete se si esclude la loro occupazione serale a bordo del treno.

QUI IN ITALIA SI TUTELA PERSINO LA PRIVACY DI DETENUTI E CRIMINALI, NELLA FEDERAZIONE RUSSA INVECE IL DELINQUENTE VIENE MOSTRATO ALL’OPINIONE PUBBLICA, COME È GIUSTO CHE SIA

Molto spesso la polizia russa espone sui propri social le fotografie di soggetti arrestati che hanno commesso crimini di varia entità, specie ai danni dei cittadini. Questa volta è toccato a una giovane donna, mostrata in foto con questa didascalia: “Cari cittadini, se voi o i vostri cari avete subito le azioni illegali di questa donna, contattate la polizia per telefono 02 o 112”.

Gli agenti del dipartimento investigativo criminale del ministero degli Interni russo del distretto Primorsky di San Pietroburgo hanno arrestato una donna di 31 anni di San Pietroburgo, sospettata di furti nel nord della città. È stato appurato che il 15 dicembre 2020 la giovane ha rubato denaro per un importo di circa 19 mila rubli da una donna di 68 anni che viveva nel distretto di Primorsky. La pensionata ha scoperto la perdita di denaro dopo aver parlato con la ragazza vicino all’ufficio postale in Shkolnaya Street, dove aveva prelevato la pensione. E il 19 febbraio, un residente locale di 78 anni si è rivolto alla polizia con una dichiarazione sulla perdita di soldi per un importo di circa 22 mila rubli da una borsa dopo essere stato nello stesso ufficio postale. Il coinvolgimento dell’arrestata in entrambi i fatti è stato accertato. Sono stati avviati procedimenti penali contro di lei ai sensi della parte 2 dell’articolo 158 del codice penale della Federazione Russa (furto). La ladra è stata arrestata sulla base dell’articolo 91 del codice di procedura penale della Federazione russa. La giovane ha precedenti penali per lo stesso reato.

ACCUSATI INGIUSTAMENTE DI PECULATO, DUE NOSTRI COLLEGHI ORA SONO STATI SCAGIONATI DA OGNI ACCUSA

Apprendiamo con sommo gaudio la notizia che due dei nostri in servizio nel carcere di Arezzo, in pianta organica all’interno dell’ufficio conti correnti detenuti, dei quali gestiscono – assieme a personale civile – la contabilità dei galeotti, avevano subito l’onta delle accuse di peculato e appropriazione indebita per un presunto ammanco di 5000 euro dalle casse. Essere accusati ingiustamente è una delle sofferenze peggiori che una persona possa sperimentare. Certamente la reazione varierà a secondo della sensibilità che si ha. Ma l’esperienza ci mostra i danni che l’accusa ingiusta, o la calunnia, provoca nella società, sul posto di lavoro ed anche nelle comunità più intime, come la famiglia. Si può essere accusati ingiustamente per errore, ma in buona fede da chi lo fa, e, ahimé, si può essere accusati con malignità, perché qualcuno vuole farti del male. Sono due situazioni molto diverse. Ma resta il fatto che chi è accusato ingiustamente si sente solo e abbandonato. Si fa presto ad accusare una persona, anche in mancanza di prove evidenti: è sufficiente dare una notizia in pasto alla stampa e il gioco e fatto. Al di là del circo mediatico, poi, le cose potrebbero compromettersi ulteriormente se l’accusa ingiusta dovesse finire in tribunale: in questo caso, dovresti rispondere delle calunnie altrui direttamente davanti al giudice. Tuttavia è possibile ottenere il risarcimento nel caso di un’accusa infondata. La legge consente di ottenere il risarcimento dei danni solamente quando si sia in grado di dimostrare di aver subito un pregiudizio effettivo. In altre parole, non può chiedersi il risarcimento senza una valida ragione. Nell’ipotesi di un’accusa ingiusta, però, oltre al risarcimento si può perfino sporgere denuncia per il reato di calunnia, purché ricorrano determinate condizioni, la più importante delle quali è che il calunniatore abbia consapevolmente denunciato alle autorità una persona innocente. E’ il caso dei colleghi di Arezzo? Nel periodo giugno – ottobre, causa l’assenza per malattia della ragioniera di cassa, i due colleghi si erano trovati a lavorare pur senza avere un valido supporto tecnico da parte di un funzionario contabile e senza un’adeguata preparazione di base. Così sarebbero incorsi in errori di contabilità che, una volta rilevati, fecero scattare l’esposto del Direttore del Carcere alla Procura di Arezzo. Venne aperto un procedimento penale con la contestazione dei reati. I nostri due colleghi si sono sempre proclamati innocenti e mostrati fiduciosi nel corso della giustizia (beati loro!). In caso di condanna avrebbero potuto rischiare il posto lavoro. Il processo ha avuto il suo naturale corso ed ha visto sfilare davanti al Collegio il Direttore del Carcere, il Comandante ed il vice comandante della Polizia Penitenziaria, nonché il personale di Ragioneria del Carcere “San Benedetto” di Arezzo. Dalla ricostruzione dei fatti è emersa l’estrema difficoltà nella quale i due agenti di Polizia Penitenziaria avevano dovuto operare ed il presumibile errore contabile nel quale erano caduti, senza tuttavia che mancassero soldi in cassa. Del resto nessun detenuto della Casa Circondariale di Arezzo aveva mai lamentato una liquidazione di meno soldi rispetto a quelli che aveva nel proprio conto e tutto lasciava presumere, al di là del mero errore formale, l’assenza di ammanchi dal fondo dei detenuti. Da qui la richiesta, anche da parte del pubblico ministero di una sentenza di assoluzione, poi ribadita dai difensori degli imputati in una accorata arringa. Quindi, dopo una breve camera di consiglio, la sentenza di pieno proscioglimento e la fine di un incubo per i due agenti di Polizia penitenziaria che si sono lasciati andare ad un pianto liberatorio.

CAZZO, IL MORBO DEL BUONISMO CARCERARIO HA SCATENATO UN’EPIDEMIA ANCHE NELLA REPUBBLICA CECA?

Che dire? Come commentare il fatto che l’amministrazione penitenziaria ceca, benché abbia a capo un Generale di Brigata del Corpo con un pregresso da agente di prima linea, pubblica ora un opuscoletto per le visite al carcere (fin qui nulla di strano), ma illustrato da un solerte detenuto? La riflessione è aperta…… per fortuna disciplina e regole sono al primo posto, e con gli agenti della Vezenska Sluzba non si scherza. Ma se andiamo avanti così….

AL FUOCO, AL FUOCO…..E TANTO FUMO

Bellizzi Irpino è una frazione di Avellino di 842 abitanti, più gli oltre 500 soggetti che abitano nel condominio di Stato, luogo poco salubre per i colleghi che hanno la sfortuna di prestarvi servizio. Qui la vita scorre tra aggressioni, sequestri, rivolte e tanto ma tanto fumo. Come quello sprigionato dall’incendio di due materassi certo non da autocombustione ma dalla prorompente iniziativa di due “chamois” al momento in pascolo nel cosiddetto reparto isolamento (ci ostiniamo a chiamarlo così, ma tanto…..). Naturalmente la solita guardiaccia cattiva ha preso un biglietto di sola andata al pronto soccorso, dove gli hanno diagnosticato una dispnea da materiale tossico, ovvero una discreta riduzione della capacità respiratoria. Sappiamo bene che in occasione di un incendio si creano situazioni di estremo pericolo per chi si trova nelle prossimità dell’evento. I pericoli per l’incolumità e la salute sono dovuti a diversi fattori, essendo il danno principale chiaramente un danno a livello dell’apparato respiratorio. Povero collega. Tornando alla lievità delle pene e dei provvedimenti disciplinari, pensate che i due detenuti la psseranno liscia? Ma si, certo che si, non bisogna disturbare le manovre del Grande Fratello Garante Regionale, che da quelle parti è sempre l’invitto e panciuto Samuele Ciambriello, difensore della fauna carceraria assai variegata, tra camosci, cammelli e coccodrilli.

SENTENZE MITI NEI CONFRONTI DI QUEI BASTARDI CHE PARTECIPARONO ALLE FAMIGERATE RIVOLTE DELLO SCORSO ANNO

L’Italia è il paese in cui tranquillamente puoi mettere a ferro e fuoco un carcere e poi passarla quasi liscia. Si, il quasi ci vuole. I soggetti che misero a ferro e fuoco alcune carceri lombarde, provocando un incendio, dando fuoco a materassi, distruggendo sedie e tavoli, salendo anche sui tetti, vengono condannati, ma a pene lievi. Pene tra un anno e 8 mesi e 2 anni e mezzo i tre imputati accusati anche di incendio, mentre per gli altri pene tra 1 anno e 2 mesi e 1 anno e 1 mese e 4 mesi per il detenuto imputato solo per danneggiamento. Questi sono i risultati del procedimento aperto nei confronti di quegli animali che causarono panico e disastri nel carcere di Opera, alle porte di Milano. Risultati di poco conto, che poi svaniscono tra tutele e citazioni dell’art. 27 della Costituzione, senza dimenticare la presenza di direttori-badanti stile Rosa La Ginestra (vi ricordate di Campobasso….che “non l’hanno fatto apposta?) che hanno il costante assillo della rieducazione ad ogni costo. Invece quei delinquenti che devastarono istituti come San Vittore, Opera, Modena, Foggia e via discorrendo, devono pagarla con pene esemplari, isolamento, tanto isolamento, 1 anno, anche 2……finché non saranno piegati e avranno riflettuto a lungo sul male che hanno fatto dentro e fuori dal carcere. Lo Stato non dovrebbe cedere a condanne “simboliche” come quelle testé citate. Nei paesi seri, dove lo Stato è forte e presente, i detenuti che hanno provocato disordini all’interno di un penitenziario vengono “isolati” a lungo, in reparti adeguati, senza più attività trattamentali come il lavoro o lo studio, senza poter incontrare parenti e congiunti, salvo che in sale con il divisorio e il citofono per comunicare con il visitatore. Noi siamo certi che questo sistema – adottato in Italia – porterebbe i suoi frutti. Ma, appunto, siamo in Italia: tra sinistri, radical chic, direttori-badanti, Palma & Compagnia delirante, una nuova ministra che fu ai vertici della Consulta (e quale primo atto ufficiale dopo l’insediamento ha voluto incontrare Mister Maurino Palma, il simpatico “professore” con i baffetti ben spolverati), con i viaggi in largo e in lungo per portare la Costituzione nelle carceri, e infine la solita accidia dei vertici del DAP, quei detenuti ce li troveremo ancora tra i coglioni, di sicuro a fare casino e aggredire la prima linea.

AUMENTO DI AGGRESSIONI AGLI OPERATORI DI POLIZIA, TREND IN CRESCITA

di Eliseo Bertolasi (Sputnik Italia)

Le statistiche parlano chiaro, in base ai dati riportati dall’Osservatorio ASAPS (Associazione Sostenitori ed Amici della Polizia Stradale), che su base semestrale fa il computo delle aggressioni contro il personale delle Forze dell’Ordine, è emerso che nel primo semestre 2020, già in epoca Covid 19, nonostante il rigido lockdown in atto, le aggressioni agli uomini e alle donne in divisa sono addirittura aumentate: 1.414 attacchi fisici, +20,6% rispetto allo stesso periodo del 2019. Quasi il 40% gli attacchi portati da stranieri, il 28,6% da ubriachi, il 14,3% con armi proprie o improprie. Va notato, purtroppo, che frequentemente il personale in divisa, in Italia, viene fatto oggetto di scherno, un esempio di qualche giorno fa: il rapper “Fuma” in un suo video si è esaltato sotto il cadavere appeso di un poliziotto. Questi comportamenti tendono poi a sdoganare atteggiamenti offensivi verso le Forze dell’Ordine. Quali quindi le cause di tanta aggressività? Reazioni allo stress dovuto al lockdown? Aumento della presenza di stranieri sul territorio nazionale? Mancanza di mezzi adeguati nelle mani delle Forze dell’Ordine? Sputnik Italia ha approfondito la questione con Vittorio Costantini, segretario nazionale del sindacato di Polizia USIP (Unione Sindacale Italiana Poliziotti).

— Segretario come commenta i dati riportati dall’ASAP che indicano un aumento delle aggressioni fisiche contro le Forze dell’Ordine?

Che le aggressioni alle Forze dell’Ordine siano, purtroppo, in trend di crescita, è ormai una cosa più che evidente, e lo è ormai da qualche anno a questa parte, le statistiche poi riportano dettagli in ordine al fatto della nazionalità di chi compie l’aggressione, se sono ubriachi o quant’altro. Chi fa le statistiche fa il proprio mestiere, ma per rendere bene l’idea del problema, l’unica cosa importante da sottolineare è che sempre più si vede un atteggiamento aggressivo nei confronti delle Forze dell’Ordine, spesso da delinquenti, che rimangono delinquenti a prescindere dalla nazionalità, o se siano ubriachi o meno, ma il dato più sconfortante è che recentemente si assiste a comportamenti sopra le righe, per usare un eufemismo, anche da persone che di certo non possono definirsi delinquenti nel comune senso della parola.

Il ruolo delle scelte politiche

— Quali secondo Lei le cause?

Rispetto alle cause di questo aumento, se si vuol fare un’analisi più attenta, bisogna distinguere le variabili dettate dall’impatto operativo quando si sta su strada, e queste francamente possono essere tantissime, ma se vogliamo andare a monte, se vogliamo, in un certo qual senso, andare all’origine del problema, bisogna anche riflettere sull’accresciuto senso d’insofferenza di una parte di cittadini, che non fanno i delinquenti per mestiere, ma che vivono un profondo stato di incertezza.

E sì, perché al netto dell’atteggiamento delinquenziale dei soliti facinorosi, al netto del deprecabile atteggiamento di chi pensa che esprimersi con violenza verbale o materiale sia anche un modo per mettersi in mostra o per farsi pubblicità, bisogna riflettere su qualcosa di più profondo, bisogna capire le vere motivazioni che muovono cittadini normali (non delinquenti e né frustrati in cerca di visibilità) ad andare oltre, a sfociare nell’atteggiamento aggressivo nei confronti delle Forze dell’Ordine e per quale motivo accade ciò?

Ecco, è proprio su questo dato preoccupante che le Istituzioni politiche dovrebbero seriamente riflettere, probabilmente non ci si sta rendendo conto che demandare alle Forze dell’Ordine serie problematiche sociali, non risolte dalla politica, inevitabilmente crea riverberi negativi sull’umore della gente, crea tensioni sociali importanti, e chi ne paga le conseguenze sono le donne e gli uomini delle Forze dell’Ordine la cui incolumità viene messa a repentaglio per colpe politiche, per superficialità nell’affrontare problematiche di fondo, che se non risolte ineludibilmente minano la pace sociale. Purtroppo in questo contesto i Tutori dell’Ordine vengono percepiti come i nemici del popolo, come lo Stato arrogante che non comprende i bisogni della gente. L’indifferenza della politica porta inevitabilmente all’esasperazione e, francamente, non si può scaricare tutto sulle spalle delle Forze dell’Ordine. Le lavoratrici e i lavoratori di Polizia non possono diventare il bersaglio per colpe politiche, le donne e gli uomini delle Forze dell’Ordine non sono le persone sacrificabili, la politica si deve assumere le proprie responsabilità; non serve a nulla mandare messaggi di solidarietà quando un poliziotto, carabiniere, finanziere, viene selvaggiamente aggredito, o nei peggiori dei casi perde la vita, se le Istituzioni politiche non fanno tutto ciò che in loro potere per evitare che tutto ciò avvenga.

— I dati riportati sono del 2019, secondo la Sua percezione di questo fenomeno, i primi mesi del 2021 confermano questa tendenza?

Probabilmente si, ma un contesto di crisi economica come quella attuale, con in più la crisi dettata dall’emergenza della pandemia, rappresentano l’humus sul quale cresce sempre più il senso d’insofferenza e dal quale può scaturire anche l’atteggiamento aggressivo.

— Questa tendenza all’aumento del numero di aggressioni non potrebbe indicare, forse, un approccio troppo morbido da parte delle Forze dell’Ordine nell’espletamento dei servizi di controllo, tale da causare, come conseguenza, reazioni eccessive da parte dei facinorosi proprio perché consapevoli di conseguenze piuttosto lievi?

Dal punto di vista operativo, non c’entra nulla dire che le Forze dell’Ordine hanno “un approccio morbido”, le lavoratrici e i lavoratori di Polizia operano in un contesto normativo ben preciso e a quello si attengono; semmai tocca alla politica agire per fare in modo che le Forze dell’Ordine siano messe in condizioni di operare al meglio, di guisa che si possa tutelare non solo l’incolumità dei cittadini inermi, ma anche l’incolumità degli operatori di Polizia.

Taser, possibile dispositivo di supporto

— Nella notte tra lunedì 22 e martedì 23 febbraio uno straniero si sarebbe scagliato armato di coltello contro i passanti, l’aggressione è finita con la morte dell’uomo colpito dalla Polizia arrivata sul posto. Cosa ne pensa?

Che si tratta di un caso grave, che fa male, perché rende in pieno la percezione di insicurezza che spesso si vive nella nostra società, ma questi sono casi imprevedibili, di difficile risoluzione. L’unico mezzo è mettere le Forze dell’Ordine in condizione di poter operare al meglio, attraverso mezzi e risorse più adeguate, come altrettanto importante è garantire la certezza della pena, in un contesto in cui spesso chi delinque gravemente poco dopo si ritrova nuovamente a compiere gli stessi reati. Quindi come si può vedere sono tanti gli aspetti da tenere in considerazione.

— Secondo Lei l’uso del taser avrebbe evitato il drammatico epilogo della vicenda? E, in generale, il taser sarebbe conveniente alle Forze dell’Ordine per gestire al meglio queste situazioni di emergenza e di massimo rischio?

Certo che si, già altre volte abbiamo sottolineato l’importanza di dotare le Forze dell’Ordine del taser. Questo sarebbe uno strumento che garantirebbe una migliore gestione operativa di casi particolari, come quello a cui si accennava prima, perché in situazione di evidente emergenza, il tutto si potrebbe risolvere in modo più soft, evitando gravi conseguenze per la vita del cittadino, che delle lavoratrici e dei lavoratori di Polizia.

SERVIZIO PENITENZIARIO RUSSO, DETENUTI E PERSONALE DI POLIZIA PENITENZIARIA NELLE ESERCITAZIONI ANTINCENDIO

Nell’ambito del controllo della prontezza di forze e mezzi, nonché delle azioni di un posto separato dei vigili del fuoco, del turno di servizio e dei dipendenti dell’istituzione, il capo dell’IK-11 del Servizio penitenziario federale di Russia per il territorio di Stavropol, il colonnello del servizio interno, Alexander Semin, ha annunciato il comando “Fuoco introduttivo, accensione del tetto del nella zona residenziale (gli alloggi dei detenuti)!”. I vigili del fuoco, il dipartimento operativo, gli operatori sanitari sono arrivati ​​sul luogo del presunto incendio e subito è scattata l’esercitazione.

Tutti i condannati sono stati evacuati dall’istituto e portati a distanza di sicurezza, dopodiché i vigili del fuoco hanno iniziato a spegnere l’incendio. Entro 30 minuti, fuoco è stato spento, ed è stata fornita una valutazione “soddisfacente” delle azioni durante l’attività.

POLIZIA PENITENZIARIA, PERCHÈ GLI ATTUALI SINDACATI SONO INUTILI

Il nostro Corpo ha un’infinità di problemi, primo fra tutti il fatto che ad oggi alla Polizia Penitenziaria non sia consentito di avere un autentico Comando Generale o Ispettorato Generale da cui dipendere per le decisioni relative alla sicurezza delle carceri, all’esecuzione penale esterna, i servizi e le specialità, nonché la gestione delle scuole di formazione. Ebbene, ad oggi, quei settori sono in mano ai dirigenti penitenziari, che con il riordino delle carriere (che non avrebbe dovuto permetterlo) hanno “scippato” e usurpato funzioni che dovrebbero essere limitate ai soli membri delle forze di polizia. Una vergogna “civile” che va sanata. Ci sembra però che chi se ne è dimenticato, tradendo una grande storia di lotta, di conflitto con il DAP dei civili e le sue derivazioni politiche, siano stati proprio i sindacati in auge.

Storie di Polizia Penitenziaria è un’organizzazione di movimento che intende praticare il conflitto come mezzo per la risoluzione delle controversie, delle vertenze, e per il miglioramento delle condizioni di lavoro, ma sempre condividendo obiettivi e metodi di lotta con i diretti interessati, i i poliziotti della prima linea. Per ora solo con attività di controinformazione e analisi, più avanti con la costituzione di un organismo di lotta e di conflitto contro i padroni del vapore. Ci stiamo lavorando, attraverso lo studio e l’analisi di altri movimenti analoghi e formazioni sindacali come la “Force Ouvriere”, il massimo sindacato dei colleghi penitenziari francesi che, nel 2018, scatenarono un vero e proprio inferno a suon di penitenziari bloccati, barricate, proteste nelle città, rischiando in prima persona scontrandosi con la polizia, per ottenere infine una larga vittoria su tutti i fronti, compreso quello della tutela dalle aggressioni al personale, in passato molto frequenti anche Oltralpe. Per questo abbiamo avviato una serie di contatti con i sindacalisti francesi per capire quali strategie sia possibile adottare in Italia.

Una precisazione: il populismo è un’altra cosa, come ben sanno i dirigenti delle attuali organizzazioni; il populismo è interclassista, rappresenta indistintamente interessi diversi, mette insieme padroni e lavoratori come se non vi fossero interessi distinti e contrapposti tra sfruttati e sfruttatori. Già, tra poliziotti e “padroni” civili. Occorre un sindacato che non abbia altri interessi se non quelli dei lavoratori. Dunque la coerenza di un’organizzazione indipendente che proponga un modello sindacale diverso da quello neo concertativo praticato oggi.

Liancourt, Francia, ingresso penitenziario. Surveillantes penitentiaire si scontrano con la Gendarmerie Nationale

Noi non siamo equidistanti, noi riteniamo che il confronto, la lotta, siano necessari per arrestare la deriva filo dappiana che oggi va tanto in voga nei sindacati storici.E’ populismo lottare per superare questi elementi? È populismo lottare contro le angherie dei civili penitenziari, le aggressioni impunite al personale e si potrebbe continuare, o contrastare lo sviluppo della logica dei tesseramenti sindacali, all’interno dei quali entra, ogni anno, una mole di danaro probabilmente assai cospicua, la cui gestione viene effettuata dai sindacati accumulatori senza che nessuno conosca la verità sui bilanci per niente trasparenti e secretati dalle segreterie nazionali?