NON SOLO AGGRESSIONI, ANCHE BUGIE. COSÌ I DETENUTI ATTENTANO ALL’INCOLUMITÀ E ALL’ONORE DEL POLIZIOTTO PENITENZIARIO

Non c’è verso: se un detenuto figlio di puttana apre la fogna da cui proviene, i liquami e i cattivi odori finiscono addosso al poliziotto penitenziario. Bugie, lingua biforcuta e soggetti “istituzionali” che abboccano alla minima fandonia. Roberto Tronca, ispettore, Geremia Casullo, sovrintendente, all’epoca dei fatti (sarebbe meglio dire bugie) in servizio nel penitenziario di Ferrara. Sono i due disgraziati che rischiano una condanna per le invenzioni di un delinquente che li ha accusati di percosse. Ma quando, ma dove…..perché i coccodrilli si lamentano così? Perché lo fanno? Tra aggressioni e bugie, con l’avallo esterno dei garanti, distruggono il poliziotto penitenziario, lacerandolo nell’intimo, tra umiliazioni e dignità strappata. In questa fase del processo hanno depositato in aula il maggiore Gabriele Porta, comandante del Nucleo investigativo del Reparto operativo dei carabinieri che ha ripercorso, dietro le domande del pm Isabella Cavallari, le indagini fatte tra detenuti e agenti all’indomani della denuncia presentata nei confronti dell’ispettore Tronca da parte di due detenuti. Così come anche il commissario capo Annalisa Gadaleta, comandante del Corpo di polizia penitenziaria, che ha raccontato che cosa accaduto in particolare tra il 17 e il 18 giugno del 2017 quando alcuni detenuti iniziarono a inscenare una protesta, che peraltro era stata preceduta da alcuni episodi di autolesionismo. In collegamento dal carcere è stato ascoltato un detenuto sulle cui accuse di percosse è in piedi un altro processo contro Roberto Tronca. L’uomo, il poliziotto penitenziario conscio del proprio valore sul piano morale, ha nei confronti di se stesso un comportamento e un contegno adeguati. Non così per i detenuti per i quali viceversa valori come moralità e rispetto sono del tutto assenti.

Sicuramente la dignità non è tra i principi basilari che informano i detenuti, abbiamo l’impressione che non sia tra le loro priorità. Cioè, abbiamo l’idea che rimanga più sulla carta e che non venga messa tanto in pratica, per i comportamenti criminali all’interno dei reparti detentivi. Siamo abituati a fare mille compromessi, pur con finalità positive come il “quieto vivere”, oppure “per non rompere il dialogo”, oppure “perché i detenuti vanno rieducati”, e simili. Ma in questi casi, appunto, si dà la priorità alla pace, alla sopportazione, all’accondiscendenza ma non alla dignità. La dignità è, quindi, uno stato dell’essere che però rischia spesso di essere messo in secondo piano.

A volte, poi, la dignità spaventa e chi non ce l’ha (i detenuti) rimprovera la persona, che invece ne ha fatto una scelta (il poliziotto che ha scelto di servire lo Stato), di essere piena di “orgoglio”, così da stigmatizzarne comportamenti assolutamente corretti che il detenuto, tramite versi di ipocrisia e, appunto, bugie, persegue. #bastabugiedeidetenuti

IL FRATELLO DI BATTISTI: COMBATTEVANO CONTRO LO STATO-MAFIA. IL PIAGNISTEO DEI SEDICENTI INTELLETTUALI

Cerca la battuta apodittica ma finisce per fare una vergognosa figuraccia Vincenzo Battisti, fratello del più noto Cesare Battisti, finalmente in carcere in Italia dopo anni di sfacciata latitanza in giro per il mondo.

“I brigatisti che combattevano lo Stato-mafia sono stati condannati, i mafiosi stanno a spasso. Dopo tanti anni ancora gli danno la caccia. Perché non vanno cercare Saccucci, che sta in Brasile e che lì vive felice e fa il signore? Perché non lo cercano e mai lo hanno cercato?”, dice all’Adnkronos il fratello del pluriassassino Cesare, condannato a più ergastoli, commentando l’arresto dei sette brigatisti in Francia.

Il riferimento che il fratello del membro dei Pac arrestato in Brasile ed estradato in Italia fa è a Sandro Saccucci, militante di Ordine Nuovo, e a Luigi Di Rosa, ucciso a Sezze il 28 maggio 1976.

“Lo Stato c’é o non c’é? – incalza Vincenzo Battisti senza alcun riguardo per le vittime del fratello killer. – No, non c’é lo Stato. La politica non c’é, fa come gli pare. Quello è un fascista balordo, a mio fratello hanno rotto le scatole tutta la vita, sono andati a prenderlo fino in Brasile per dargli l’estradizione. Quello sta lì, vive felice e fa il signore, quello nessuno lo cerca né lo ha mai cercato”.

Il piagnisteo irriguardoso di Vincenzo Battisti non è per nulla diverso da quello di altri ex-terroristi e familiari di ex-terroristi che cercano di buttarla in caciara. E, naturalmente, non mancano i soliti sedicenti intellettuali, sempre disponibili ad offrirsi per battaglie di retroguardia a favore di assassini, purché rossi. Li hanno protetti e coccolati nel passato. E ora tornano a fare anche loro il piagnisteo. Diversi personaggi dello spettacolo e della cultura in Francia hanno firmato un appello, rivolto al Presidente Emmanuel Macron, “per mantenere l’impegno preso dalla Francia” nei confronti dei latitanti italiani per cui è stata richiesta l’estradizione, dei loro figli e delle loro famiglie. Fra i firmatari del vergognoso appello che sollecitano Macron a non comportarsi come avrebbe fatto, al suo posto, un esponente del Rassemblement National, Agnès B., Valéria Bruni-Tedeschi – sorella della moglie di Macron – Georges Didi-Huberman, Annie Ernaux, Costa-Gavras, Jean-Luc Godard.

(fonte: il Secolo d’Italia)

SICUREZZA E CITTÀ. MILANO, CITTÀ TROPPO APERTA. EGIZIANO AGGREDISCE QUATTRO AGENTI DELLE VOLANTI

Ha mandato quattro agenti in ospedale. Li ha insultati, aggrediti e feriti. E non si è arreso neanche quando è stato ammanettato, cercando un’altra, violenta, reazione. Protagonista della follia è stato un 40enne cittadino egiziano, con precedenti specifici, poi arrestato con l’accusa di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale e indagato per spaccio. Durante un normale servizio di perlustrazione del territorio, un equipaggio della Volante ha notato dei movimenti sospetti fuori dal condominio al civico 3 e ha così deciso di andare a controllare. Nelle scale gli agenti hanno incontrato proprio l’egiziano pusher, che si è subito mostrato nervoso e ha consegnato la fotocopia di un documento, che comunque non è servito a chiarire la sua identità. A quel punto i poliziotti lo hanno perquisito e lo hanno trovato in possesso di due dosi di cocaina e 20 euro in contanti. L’uomo ha cercato di giustificarsi spiegando di essere un tossicodipendente, ma poi improvvisamente ha spinto giù per le scale uno dei poliziotti, prendendolo a calci, per guadagnarsi la fuga. Inseguito dall’altro agente, e dai colleghi di un’altra Volante arrivata in supporto, l’egiziano ha continuato a insultare i poliziotti, scagliandosi contro di loro con violenza, tanto che per ammanettarlo è stato necessario usare lo spray al peperoncino. Neanche dopo essere stato immobilizzato, però, l’uomo si è arreso e ha provato a colpire gli agenti con delle testate. Il bilancio finale del controllo è pesantissimo: quattro poliziotti sono finiti in ospedale con prognosi di 15 giorni. L’Italia e l’anti-polizia, continue aggressioni verso chi indossa una divisa. Assurdo. Etichettati come violenti, i cittadini in uniforme – dentro e fuori dalle carceri – subiscono abusi, chi subisce davvero violenza ogni giorno, nella totale indifferenza, è chi è chiamato a garantire la Pubblica Sicurezza in un territorio sempre più difficile come quello del nostro territorio con sempre meno poliziotti. Queste aggressioni non solo colpiscono l’operatore delle Forze dell’Ordine ma colpiscono anche l’Istituzione che in quel momento rappresenta.

COME PREVISTO E ANNUNCIATO, A BIELLA È ANDATA IN SCENA LA PRESUNTA CORRUZIONE

Ieri lo avevamo paventato (vedi articolo C’È DEL MARCIO NELLA POLIZIA PENITENZIARIA? I “RUMOURS” DAL PENITENZIARIO DI BIELLA), oggi è un’agghiacciante conferma. La Squadra Mobile della questura biellese ha fatto irruzione nelle abitazioni delle presunte mele marce in servizio nel penitenziario della città piemontese, gli appartamenti sono stati perquisiti. E sembra che siano spuntati alcuni cellulari, simili a quelli finiti nelle mani dei detenuti. Non c’è ancora alcuna conferma ufficiale, anche se i “rumours” sembrano ammetterlo.

Cosa ha spinto alcuni nostri colleghi (sempre che le indagini lo confermino ulteriormente) ad agire in tal modo, lasciando proliferare un mercimonio che oltraggia il Corpo e l’uniforme? Le gravissime condotte in contestazione, oltre a danneggiare in maniera irreversibile lo Stato e pregiudica i poliziotti penitenziari onesti e meritevoli, che lottano in trincea per svolgere il servizio con onore e dignità. Ora attendiamo nuovi sviluppi.

CARCERE OGGI, IL BORDELLO SIA TRA NOI! MA CHE FINE FAREMO?

Le varie proposte di riorganizzazione del Corpo di Polizia Penitenziaria abbozzate in questi ultimi anni, volano in largo e in lungo senza mai trovare consenso o interesse. Le proposte vanno dalla richiesta di essere incorporati nella Polizia di Stato a quella di essere Educatori di Stato, senza però indicare quale siano le competenze, le mansioni e i servizi ad essi connessi; Polizia Penitenziaria dentro o fuori dagli istituti? Poliziotti o qualcosa d’altro? Come intervenire in una situazione che appare quantomeno disastrosa e incandescente? Scioglimento del corpo di Polizia Penitenziaria, con un contemporaneo passaggio di alcune sue competenze ad altre strutture dello Stato? Intanto le cose vanno così:

Ma che fine faremo?

L’EX DI LOTTA CONTINUA ADRIANO SOFRI, CONDANNATO PER L’OMICIDIO DEL COMMISSARIO CALABRESI, TROVA SEMPRE L’OCCASIONE PER BLATERARE

Stavolta il “coccodrillo” Sofri piagnucola riversando le proprie lacrime e la lingua biforcuta sulle pagine de “Il Foglio” dove si intercetta con facilità il seguente lamento: “Una retata, in ora antelucana, come da regolamento, ha portato all’arresto di 7 ex terroristì a Parigi. Bravi! E adesso che ve ne fate?”, ha esordito Sofri, senza celare dell’ironia spicciola. E ancora:”La sporca decina che oggi fa i titoli di testa è il fondo del barile”. Nel suo intervento, il coccodrillo Sofri ci fa sapere, a proposito del suo compagno di merende Giorgio Pietrostefani condannnato a 22 anni, Sofri ha definito il suo arresto come “piatto forte” del blitz avvenuto in Francia. “I titoli ne sono così inebriati da dimenticare ancora una volta che i giudici del nostro processo, pur temerari, rinunciarono a invocare nei nostri confronti l’aggravante del terrorismo”, ha commentato l’ex leader di Lotta Continua.”Da quando ho ricevuto la notizia del suo arresto sono combattuto fra due sentimenti opposti, quasi cinici”, ha proseguito l’attivista,”La paura che muoia nelle unghie distratte di questa fiera autorità bicipite transalpina e cisalpina, e un agitato desiderio che torni in Italia. Un desiderio da vecchio amico, e anche lui è vecchio, forse ce l’ha anche lui un desiderio simile”.

Per approfondire ulteriormente la vicenda degli arresti in Francia ci serviremo dell’articolo di Lorenzo Vita (il Giornale – Insideover). A voi la lettura del pezzo:

Omicidio commissario Calabresi

I sette terroristi italiani per cui la Francia ha spiccato il mandato d’arresto ricordano l’esistenza di una diplomazia parallela e oscura. Una politica internazionale che esce dai canoni ufficiali del rapporto tra le cancellerie, dai salotti e dagli incontri internazionali per essere invece radicata nel mondo più occulto e altrettanto incisivo della criminalità e del terrorismo. O anche semplicemente del modo in cui questi due fenomeni possano essere spenti o fermati su ordine della politica. A volte tramutandosi in armi diplomatiche, a volte in vere e proprie forme di ricatto tra paesi.

Una combo con le foto dei 7 ex brigatisti arrestati in Francia. PRIMA FILA (S-D) Giorgio Pietrostefani, Marina Petrella ed Enzo Calvitti; SECONDA FILA (S-D) Roberta Cappelli, Sergio Tornaghi, Narciso Manenti,Giovanni Alimonti. ANSA

La famigerata “dottrina Mitterrand”, quella che per intenderci ha fatto sì che in 35 anni almeno 300 italiani siano stati protetti dalla Francia pur essendo estremisti di sinistra che si erano macchiati di orrendi delitti, ne è solo l’esempio a noi più vicino ed eclatante. Quando il presidente francese dichiarò che avrebbe assicurato protezione agli estremisti non più perseguiti per un terrorismo “attivo, reale e sanguinario”, si rese evidente un qualcosa che ormai era noto. Parigi proteggeva persone che in Italia avevano tutti i crismi per essere considerati pericolosi terroristi. E questo era solo un esempio di quei canali occulti su cui si giocavano i rapporti tra Stati. E che probabilmente si giocano ancora.

Francois Mitterrand

La verità (amara) è che il terrorismo, come qualsiasi altra manifestazione di un fenomeno globale, pericoloso e che colpisce nella società, diventa naturalmente un’arma della diplomazia anche quando serve fare giustizia. All’epoca della Guerra fredda, in quella che per l’Italia è diventata l’epoca delle stragi, degli Anni di Piombo, della politica estera del “doppio forno” e di morti e sacrifici eccellenti, il fenomeno terroristico aveva una portata interna e internazionale, unendo la lotta tra opposti estremismi al gioco diplomatico per tessere una fitta trama di interessi regionali e mondiali. Il terrore divenne così non soltanto una “branca” della sicurezza della Repubblica, ma anche un problema di politica estera. Un terrorismo diverso, solo apparentemente distante, che l’Italia scoprì in particolare nella sua versione araba, quando frange estremiste combattevano la loro guerra contro Israele nei vari angoli d’Europa. Ma che conobbe anche nella triste realtà di vedere fuggire e vivere in pace persone che avevano ucciso innocenti e fatto piangere decine di famiglie.

Questa parentesi storica serve a far comprendere che il mondo del terrorismo era (e probabilmente lo è ancora) incardinato anche in una pericolosa sfida tra potenze. Anche proteggere un gruppo criminale, far transitare un pericoloso elemento terroristico, evitare di arrestarlo, evitare di estradarlo o lasciare addirittura che viva nel proprio paese è una scelta politica precisa. La stessa che prese la Francia di François Mitterrand, che pur ammantando la decisione come il desiderio di tutelare estremisti che avevano “sbagliato” e che ora erano pentiti, in realtà ha sempre cercato di costruire una dottrina che servisse al proprio governo e alla propria diplomazia. Alcuni storici parlano di un patto non scritto tra Mitterrand e Bettino Craxi. Altri ritengono che sia possibile scorgere una mano dei alcuni segmenti d’Oltralpe nella stessa gestione del terrorismo, che poi riceveva un salvacondotto dall’Eliseo. Beppe Pisanu, in un’intervista rilasciata a il Corriere della Sera, ricorda ad esempio che all’epoca del rapimento di Aldo Moro, i terroristi italiani potevano “tranquillamente viaggiare da Roma a Parigi, da Parigi al Nordafrica e dal Nordafrica magari in Nicaragua”. E sulla dottrina Mitterrand, che “consentì a pluriassassini di passare tranquillamente per esuli politici in Francia”. Non poteva dunque essere una semplice scelta di natura giuridica o ideale.

Questo chiaramente implica un problema a tutto tondo. Gli estremismi della Guerra fredda servirono a corrente alternata per il gioco di grandi o medie potenze coinvolte in una sfida non solo tra blocchi ma anche tra più pragmatici interessi nazionali. Ma fa comprendere bene come la diplomazia non sia e non sia mai stata un semplice gioco tra gentiluomini: c’è sempre stata un’altra diplomazia, parallela e oscura, che purtroppo in larga parte ha anche funzionato sia come arma di ricatto che come terribile (ma usata) merce di scambio. Tanti (troppi) scandali, omicidi, insabbiamenti e protezioni internazionali nascondono verità poco note e poco edificanti. Purtroppo inevitabili. E questa realtà caratterizza ancora alcuni rapporti tra Stati, dove al gioco della politica estera “in giacca e cravatta” se ne affianca una, altrettanto incisiva e troppo spesso dimenticata, fatta di fatti e scelte discutibili ma che non può mai essere tralasciata.